Tutte le cose che vorrei dirti.

Vorrei dirti che nella vita le cose diventano difficili prima di essere facili. E non diventano nemmeno realmente facili: sei […]

Paris

Francia Travel ·

La prima volta che sono stata a Parigi avevo 11 anni, Eurodisney aveva appena aperto e mio padre imbucò me e mio fratello in un viaggio di lavoro per andarlo a vedere. “Mi raccomando” disse mia mamma, rimasta a casa “non far mangiare a papà le ostriche che poi si sente male”. Cosa pensò bene di fare il mio saggio genitore la sera prima di andare a Eurodisney?Si magnò un’apocalisse di orrende ostriche, incurante delle mie proteste. Passai la notte con un occhio chiuso e uno aperto a vegliare che non stirasse le zampe per un colpo apoplettico da mollusco. Non successe nulla, ma il giorno dopo ero più morta che viva. Quando chiamò mia madre le raccontai delle ostriche e si limitò a dire “Ah. E vabbè.”
E vabbèèèèè?????
Ho ancora una foto accanto a Pluto, in cui praticamente gli casco addosso dal sonno.

La seconda volta avevo 16 anni e a Eurodisney ci abbiamo portato mia sorella. E’ venuta anche mia madre e indovinate che s’è magnata la sera prima? Le ostriche. Ma che presa per il culo.

La terza volta sono andata con la mia amica G. e Parigi era una fuga da Roma e dalla parte peggiore di noi stesse. Era una cura, un personale rehab nella mansarda di sua zia da cui si vedeva un panorama che accarezzava gli occhi, fatto di tetti fumanti, nuvole chiare e una minuscola tour eiffel in lontananza. Era la settimana della spesa da Monoprix, delle zucchine grigliate alle due di notte, delle camminate che duravano tutto il giorno e percorrevano in lungo e in largo la città. Il centro e la periferia. I parchi e i musei. Per non pensare. Per guarire. Per consumare le suole e, insieme, il dolore.
E poi è stata la settimana della caviglia storta a duecento metri da casa, col taxi che si rifiuta di accompagnarci perchè è troppo vicino.
“Ma ho storto la caviglia, la prego…”
“Non.”
“Ma le fa male, guardi che mica ci deve portare gratis, la paghiamo!”
“Non.”
“Abbia pietà!”
“Adesso scendete e andate a piedi!” ha intimato in un francese molto comprensibile.
Ci ha mollato lì dove ci aveva caricate, borbottando come solo i francesi sanno borbottare.
Siamo tornate a piedi sul serio, io saltellando su un piede solo e giurando vendetta.

La quarta volta a Parigi forse un giorno la racconterò, ma non l’ho ancora metabolizzata bene.

Questa qui era la quinta volta.
Ci sono tanti posti che non ho ancora visto, ma a Parigi con lui volevo tornarci. Parigi è atmosfera, semplicemente.
Immaginavo la salita per Montmartre fatta di corsa e l’arrivo all’angolo de Le Consulat, da dove si aprono le stradine colorate e inizi a vedere i pittori e i localini e i vicoli stretti.

Anche questa volta niente musei, niente monumenti, niente orari. Abbiamo cercato di vivere la città il meno possibile da turisti, approfittando dei consigli di amici e conoscenti che conoscono bene la ville lumiere.
Alzarci non troppo presto la mattina e gustare un pain au chocolat per colazione in un tavolino all’aperto. Fermarci in un piccolo bistrot a pranzo. Fare window shopping (giusto quello), fermarci per i dettagli, per le foto, per un bacio.
Che la città è romantica non ve lo devo dire io…
Comunque. Il gusto che hanno i parigini ecco, a noi manca.
Qui è un po’ tutto più rilassato e lasciato andare, il che certo non è un male, ma manca un po’ la cultura del bello.
Quando ho visto il quarto fioraio di Parigi dove i fiori sono sistemati che sembra il paradiso terrestre ho pensato ma che carino. Quando ho visto il terzo pescivendolo con i merluzzi lascivamente adagiati sulle foglie di palma ho detto wow, che eleganza. Quando ho visto l’ennesimo parrucchiere che sembrava una spa a cinque stelle ho pensato ma guarda ste francesi come si trattano bene. Quando poi ho visto un negozio fichissimo di design e sono entrata, ci ho messo cinque minuti buoni ad accorgermi che non vendeva pezzi unici ma scope, alzamonnezza e scopettoni.
Che devi fa: stanno avanti.

(nella foto: da sinistra, tre coiffeur coi controcojoni. a destra, scopettoni deluxe. for your eyes only.)

Altra cosa che qui non faranno mai: rendere vivibile il lungofiume. Tutti i weekend a Parigi una parte del bellissimo-e-curatissimo lungosenna è pedonale. Bambini in bici con le famiglie, anziani a piedi, ragazzi in rollerblade e coppie che fanno jogging si godono un argine in parte asfaltato e in parte pavimentato con alberi, pulito e soprattutto senza odore!
No, dico: vacci in bicicletta sul Tevere. Al km. 1 attraversi un campo nomadi e se ti dice bene sono distratti da un grande barbecue che a seguito darà fuoco a un barcone, al km.2 eviti per puro culo una buca, ma solo perchè dentro c’è gia uno: morto. Al km.3 ti incolli la bici perchè la pista è interrotta da uno sfasciacarrozze abusivo. Se sei sopravvissuto e arrivi al km.4 non cantare vittoria: spiunta una pantegana de un metro e mezzo e te se magna vivo.
E io la mia città la amo, sia chiaro.

Abbiamo mangiato come assassini in posti deliziosi. Questo in primis (se andate a Parigi è una tappa obbligata, delizioso sotto tutti i punti di vista), ma anche questo, questo e un brunch pazzesco qui.
Ho finalmente assaggiato questi macarones che vanno tanto di moda e che si riassumono in un Ringo molle con una crema burrosa che si spalma completamente sulle arterie, come direbbe Lui. Nothing special. Non quanto le crepe, almeno che abbiamo mangiato – è il caso di dirlo – in tutte le salse.

Siamo finiti in un sexy concept store fichissimo dove non ho resistito a prendere un… ehm… piccolo gadget ^^ e in una strada nei pressi di Pigalle completamente piena di negozi di parrucche. Ok. Nemmeno lì ho saputo resistere. Me ne sono tornata a casa col mio aterego moro in valigia, che ancora non so bene a cosa servirà…halloween?carnevale?badhair days?uscite folli con le amiche?seratine con lui e la guepiere?
Mah, chissà. Mia madre ha sentenziato che questa è l’ennesima riprova della mia pazzia.

(Ceci n’est pas une blonde)

Paris è sempre Paris. Le caviglie sottili delle donne, la luce calda delle sei di sera, i bambini vestiti da parigini – maglietta a righe e coppola blu – quasi fossero mascherati, e invece no.
Come ho fatto per Londra mi sono chiesta se ci vivrei, e qui la risposta è più simile a un si. Forse è il clima, la luce, la bellezza dei tetti delle case che ancora mi strega.
Anche se: si, i parigini sono per lo più insopportabili.

Questo weekend ha dato inizio a un sentimento nuovo: il Polpetta-missing.
Qualcosa mi dice che il prossimo weekend (che non sarà molto presto) ce lo faremo in tre.
Se non altro per non vedere Lui che ogni mezz’ora mi guarda e, con l’occhietto triste, fa:
“PPPPOOOORPIIII!”

(oh si, queste sono poco parigine ma erano li’… e ci hanno fatto pensare a lei)

p.s. ho recuperato il mio Mac dall’assistenza (LADRI!) e…surprise! Non mi apre Photoshop. Visto che non posso caricare foto da 3 mega l’una, penso che ci sarà un aggiornamento fotografico di questo post oggi o domani. Stay tuned.

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