Tutte le cose che vorrei dirti.

Vorrei dirti che nella vita le cose diventano difficili prima di essere facili. E non diventano nemmeno realmente facili: sei […]

Marie Antoinette

Life ·
Venezia.

Ci eravamo stati qualche tempo fa, proprio per il Carnevale. Era stato un weekend memorabile, fatto di bacari in sequenza ininterrotta, di mascherine comprate per strada che ancora conserviamo, di risate senza senso, di corse fino all’orlo dei canali, di mia nonna che mi telefona mentre sono al quarto Spritz, di una conseguente ciucca storica con uno che mi entra nel bagno mentre faccio pipì e quando lo racconto nessuno mi crede, di fiori dipinti sul viso, di cioccolatini fatti in casa, di un nazifascista pazzo che ci ha indicato la strada della stazione. Era un po’ la quintessenza di quello che eravamo, ecco perché abbiamo deciso di tornarci. Sapevamo che non sarebbe stato lo stesso, ma che sarebbe stato bello in modo diverso.
Potrei dire banalmente che la serenissima durante il Carnevale è un caleidoscopio – una parola che i poveri di Vocabolario trovano assai esotica – ma in realtà è qualcosa di più. E’ una spremuta di gente stipata nelle calli che poi esplode nei campi assolati. E’ una maschera veneziana di quelle che brillano al sole ma anche artigianale e creativa, cucita in casa. E’ Spritz a due euro e mezzooo! E’ scale, vicoli e scale e vicoli e l’odore del mare verso piazza San Marco. E’ bambini, adulti e anziani, tutti con la faccia dipinta e gli stessi coriadoli tra i capelli.

Il weekend mi è stato regalato a novembre per il mio compleanno, e Lui ha fatto le cose per bene: maschere. Maschere serie, da noleggiare. Sono entrata nell’atelier con la meraviglia di una bambina a Disneyland. “Guarda quella parrucca! Oddio, quel vestito è meraviglioso. Guarda, dietro quella tenda si intravede uno che si mette il panciotto!”

Abbiamo scelto tra decine di abiti, in un attimo sono tornata la bambina di nove anni che vuole vestirsi da principessa. Avevo un’idea: Marie Antoinette, il film di Sofia Coppola.
“Ma lo sai che le somigli tanto?” mi dice la costumista.
Ridacchio mentre mi spogli e provo la gabbia che farà la forma del vestito. Ridacchio mentre vedo Lui che indossa le calze bianche da Re Louis, faccio giravolte in una nuvola di tulle rigido e scricchiolante. Chiedo otto volte come farò ad andare in bagno con tutto quell’affare, e mi rassicurano: basta sollevarlo. In effetti la gabbia è leggera. L’abito NO, pesa un quintale, ma è divino… Freddolosa come sono prendo anche il mantello. Provo la parruccona bianca ma è decisamente troppo. Scelgo un cappello, un tricorno rosa con piuma.

Iniziamo a girare per le strade e dopo cinque minuti smetto di contare tutti i turisti stranieri che ci fermano per una foto. E’ chiaramente merito dell’abito ma gongolo un po’. A proposito di Gongolo, per strada incontro i sette nani con Biancaneve, animali di tutti i generi, panini e piadine che camminano, almeno dieci Teletubby, supereroi, personaggi storici e un mitico Noè che non sono riuscita a fotografare con tanto di arca e animali: un mito.
Pranziamo a tappe con Spritz e cicheti, ridendo di noi stessi mentre la gente ci addita, non è così frequente vedere Marie Antoinette che si alcolizza e mangia polpette.

Non abbiamo una festa per la sera, l’abbiamo cercata ma poi i prezzi erano inaccessibili e quindi pensiamo di starcene in strada. Poi, lui fa la faccia di uno che vede un’apparizione: “Una chiamata persa di Flavia!” esclama guardando il cellulare.
“Chi?”
“Flavia è la mia ex compagna di classe che ora lavora al marketing di una famosa catena alberghiera. Fanno una festa stanotte qui a Venezia, l’avevo chiamata ma non aveva risposto. Forse…”
Forse si. Sconto del 60% al festone dell’hotel di Flavia. E che ve lo dico a fa. Dalla trance-dance in piazza San Marco, con tanto di mega mantide alle spalle, a una festa stile Eyes Wide Shut con tanto di saltimbanchi, maschere d’ordinanza e zoccoloni.

Ci siamo svegliati tipo: “eh? dovecomecosa? ridatemi i giocolieri e la musicaaaa….” ed era tardissimo. Di corsa, coi costumi in un borsone e i cappelli in testa, siamo tornati all’atelieri per la restituzione. Il sogno finiva lì (per ora 😉
Siamo tornati a casa con un viaggio della speranza, facendo a botte secche per prendere il treno per Mestre dove avevamo parcheggiato. Al ritorno ci attendeva la Porpi con febbre e tosse, e ora siamo tutti qui a rantolare insieme.
In qualche modo la dovevamo scontare 🙂

Ooops, mi ero dimenticata di postare anche questo… 😉

Commenti