Di lei ricordo

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Di lei ricordo gli abiti estivi, che accompagnavano i passi accarezzandole il ginocchio. Ne aveva uno blu notte a pallini bianchi. La cintura uguale in vita, i bottoncini sempre chiusi.
I capelli neri, con quel taglio che negli anni ottanta potevi vedere solo addosso a Biancaneve.
I gesti misurati, la matita sempre un po’ tremolante sul foglio. Disegnava bambini sgraziati, con occhi chiusi ed enormi bocche. Dovevo sempre cancellarli e rifarli da capo, non capiva eppure mi assecondava. “Costruiamo una bacchetta magica? Allora tu disegna un cuore e coloralo di rosa” – mi obbediva, come fosse lei la bambina.
La dolcezza rendeva quieto tutto ciò che faceva, mancava di polso ma non di poesia.
Le sue favole erano interminabili, le tre melarance di cui non ricordava mai la fine, i racconti del dopoguerra, quel cappottino sottilesottile e le scarpe aperte per camminare sulla neve. Una mela al giorno, colta dalla povertà e non dai proverbi.
La sua vita accanto a un uomo burbero, così diverso da lei, così amato prima e così sopportato poi. Il suo preoccuparsi sempre troppo, sempre per me.
Il modo in cui ci salutava quando tornava a casa: non con le mani, ma con tutte le braccia, come se non fossimo lei per strada e noi al balcone del primo piano. L’enfasi era quella delle grandi partenze, come avesse i piedi piantati sul pontile di una nave per il mare aperto.
E la foto che teneva appesa sia in corridoio che in camera. Quella dove è giovane, voltata di tre quarti, le guance scolpite da una luce opaca che rende la sua pelle levigata e perlacea. Il naso dritto, un pezzo di colletto nero, gli occhi pieni di altrove.
“L’ha scattata un fotografo del cinema” diceva sempre.

Deve per forza essere in uno splendido posto.

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