Tutte le cose che vorrei dirti.

Vorrei dirti che nella vita le cose diventano difficili prima di essere facili. E non diventano nemmeno realmente facili: sei […]

Quello che rimane di Tokyo

Giappone Travel ·

Di Tokyo ti rimane l’impressione di un formicaio. Di quelli veri, sopra e sotto la terra. Centinaia di persone che si muovono tutte insieme allo scattare di un semaforo e stazioni che non portano solo ai treni, ma ad enormi centri commerciali sotterranei, con altrettante persone che scorrono qualche metro sotto ai piedi delle altre, poi riemergono e si sotterrano di nuovo, scambiandosi, incessantemente.

Di Tokyo ti rimangono le insegne luminose a qualsiasi ora del giorno e della notte, i locali di Pachinko affollati e rumorosi (alienante!) e i disegni manga -ovunque – che pubblicizzano locali notturni come ristoranti, stanze per karaoke, negozi ma anche centri per gli anziani, ospedali, dentisti. Il manga in Giappone non è un pupazzo, è il modo in cui rappresentano se stessi. Non a torto. Non è il giapponese che assomiglia al manga, è il manga che assomiglia al giapponese.

Prendiamo le ragazze, quelle di Tokyo. Vanno a scuola con divise alla marinaretta riadattate: gonne cortissime, calzini lunghissimi quasi alla parigina e maglioni oversize. Oppure girano alle dieci di mattina di un martedì qualsiasi con minigonna leopardata, reggicalze e tacco 12. O magari ecco, vestite da principesse punk, o da piratesse. Perfettamente pettinate e truccate, con acconciature e cura del dettaglio che noi nemmeno a Capodanno. Non una persona che le guardi male: vestono quasi tutte così, fiere delle loro gambe sempre un po’ storte ma mai grasse, sexy in un modo leggermente perverso, come siamo stati abituati a immaginarle dai fumetti. Piccole Lamu che se ne vanno in giro, identiche in tutto e per tutto alle ragazze di Masakazu Katsura. Visi splendidi o sgraziati, senza vie di mezzo.

Di Tokyo ti rimane lo stordimento da 12 ore di volo (senza sonno, almeno per me) e poi quello da “lost in translation”, che le linee della metro si arrampicano una sulle altre e sono indicate in ideogrammi: quando ti dicono “prendi la linea verde” vallo a capì se è quella verde chiaro, verde smeraldo, verde pisello o verde prato. Che i nomi dei ristoranti non hanno mai la traslitterazione, e tu sai come si chiama il posto dove devi andare ma non sai identificarlo in una strada piena di tendine. Che hai scaricato otto applicazioni per l’iPhone che funzionano da paura, e dicono in giapponese tutte le parole che vuoi. Ecco: poi il giapponese ti risponde. In lingua locale, ovvio.

Di Tokyo ti rimane la voglia di shopping: non ce n’è. Trovi di tutto, cose che cercavi da una vita, cose alluncinanti e cose di cui ti innamori istantaneamente. Per lo più, un sacco di cazzate. Akihabara, la electric city, tempio di otaku e maniaci della tecnologia. Si trovano manga, anime, gashapon, gadget di ogni genere e graziose ragazze vestite da cameriera sexy che pubblicizzano i “maid cafè”, posti dove per poche decine di euro ti servono un dolce e ti imboccano pure. *perversiooone!*

Restando in tema, i sexyshop di Akihabara sono la mecca degli appassionati. Oltre a costumes di vario genere – dalla più classica scolaretta, alla hostess, passando per i personaggi Disney rivisitati – si trovano accessori immancabili. Nella foto che vedete più in basso, la celebre “Federica mano amica”.
Dopo un giretto in cui confesso: stavo per comprare una divisa da marinaretta rossa e blu, siamo andati più sul soft: per l’equivalente di dieci euro mi sono portata a casa un’action figure di Creamy alta una trentina di centimetri, che ora campeggia maliziosa in salotto accanto alle cornici. Io, che sono una maniaca dei cartoon anni 80, sono stata accolta dai giapponesi con grande stima. “Do you have some artobook about Creamy Mami or general Majokko, Lady Georgie or Video Girl Ai?” ecco. Li ho stesi ^^
Anche con Miyazaki non se la cavano male. In generale, Totoro, Stitch, Doraemon e Hello Kitty te li tirano dietro. Fomentano le tue più infantili fantasie con proposte ad ogni angolo. Confesso, oltre a prendere borraccia, posatine e bento box per la Polpetta (rispettivamente targati CareBears, MyMelody e LittleTwinStars), ho ceduto a qualche ….erhmm… gadgettino per me. Incluso cappellino da marinaretta, che a Tokyo va molto.

Di Tokyo rimangono le stranezze di Harajuku, l’eleganza di Ginza con le sue boutique di design, il quartiere a luci rosse di Shinjuku e la fatiscente ma affascinante Golden Gai – una stradina piena di microlocali dove entrano solo 3-4 persone al massimo. Le strade di Asakusa, così incasinate di giorno, così solitarie e suggestive di notte.

Di Tokyo rimane un sapore, che è un po’ una nota di fondo per tutti i cibi. Ramen, okonomiyaki, udon, soba, yakitori. Niente sushi che non mi piace il pesce. Gusti diversi eppure amalgamati in quest’unica nota, se (non) ci penso bene. Non che non mi abbia soddisfatto la cucina giapponese, specie quando siamo andati a cucinarci gli okonomiyaki da tale Matsuryabashi (o roba simile), un posticino incastrato tra decine di ristoranti e segnalato solamente da piccole scale che salivano al primo piano. Dentro, quattro tavoli di numero, forse cinque. Splendido. Ecco come li abbiamo cotti 🙂

Oppure lo sputtanatissimo Gonpachi, da dove pare si sia ispirato Tarantino per Kill Bill. Il ramen scrauso per strada che devi prepagare ad una macchinetta che ad una prima occhiata sembra un distributore automatico O_o Le crepes arrotolate con dentro IL MONDO… non avete idea della bontà (l’ultima assaggiata era gelato alla vaniglia, fragole, pesche e panna). O il posto del tempura, definito da qualcuno su internet “il miglior tempura che potrete assaggiare”, ed era assolutamente vero. Solo che era in periferia, e per raggiungerlo abbiamo camminato una mezz’ora tra palazzoni anonimi e antenne della corrente, sotto la pioggia. (ne è valsa la pena)

Di Tokyo rimane il caos, anche se visiti i templi. Perché i templi veri quelli li vedi a Kyoto, c’è poco da fare. Eppure recandoti in uno dei tre-quattro più famosi della città si resta comunque incantati dalla pace al confronto col caos. Dai lenti rituali al confronto con il formicaio.
Funziona più o meno così: entri, lavi le mani ad una piccola vasca, poi purifichi anche il corpo con il vapore di una grande incensiera. Davanti all’altare solitamente getti una monetina, batti le mani un paio di volte o suoni un piccolo/grande gong (per “chiamare” il Dio?) e preghi.

All’interno del tempio spesso e volentieri si trovano questi piccoli oracoli a pagamento. Per cento yen (80 centesimi circa) puoi agitare un barattolo finchè non esce un bastoncino con un numero. Il numero corrisponde alla predizione. Se ti dice bene, prendi e porti a casa con un sorriso 🙂 Se invece la previsione non è positiva puoi semplicemente lasciare il foglietto appeso negli appositi spazi, e il Dio ti proteggerà da ciò che vi era scritto. Molto semplice, eppure sono riuscita a confondermi le idee rovesciando tipo due o tre bastoncini contemporaneamente… -.-

Ecco, forse più di ogni altra cosa, di Tokyo rimangono impresse le contraddizioni. Prendere un cocktail al 52esimo piano del Park Hyatt, con vetrate che ti spalancano il cuore sulle luci della città, e sapere che nei ristoranti più eleganti più spesso mangiano chiusi in una piccola stanza privata, spesso senza nemmeno finestre. Vedere ragazze che ostentano le gambe magre senza pudore e uomini che mangiano il loro ramen con le spalle alla porta e lo sguardo fisso sulla ciotola. Camminare prendendo spallate dalla folla di Shibuya e perdersi in una stradina sterrata che porta al tempio, dove alle sei non c’è già quasi più nessuno e senti distintamente i tuoi passi. Allontanarsi di qualche fermata di metro dal centro, e scoprire luoghi di incredibile pace.

Questo non pretende di essere un racconto esaustivo. Sono suggestioni, qualche foto tra le centinaia scattate in corsa, forse nemmeno le migliori. Ma sono le prime impressioni che ricordo di Tokyo quindi, forse, hanno un senso.
Presto la seconda puntata su Kyoto. Molto, molto diversa 🙂

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