Tutte le cose che vorrei dirti.

Vorrei dirti che nella vita le cose diventano difficili prima di essere facili. E non diventano nemmeno realmente facili: sei tu che diventi più brava…

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Life ·

“Quello. GUARDA quello.”
“Ma chi, il ciccio col cappellino?”
“Ma no! Quello dietro, moro con la sigaretta in mano. Quello che adesso sta ridend… no, gesticoland… ecco: si è seduto. QUELLO.”
La mia amica S. indica un tizio belloccio sulla trentina, perfettamente infilato nella divisa d’ordinanza del locale dove stiamo prendendo ‘na bira: jeans, camicia bianca, trainer Adidas e smartphone nella mano libera dalla sigaretta.
S., c’è da dirlo, si è lasciata da un po’ con un tizio improbabile e – dopo svariati mesi di pianti, lamenti e rimpianti – adesso sente il richiamo della foresta. Tradotto in soldoni: S. deve sfogare i suoi istinti animali repressi, e anche piuttosto in fretta a giudicare da come dilata la pupilla appoggiandola contro il lato B del tizio.
“Cosa faccio? Eh? Vado, gli parlo?”
“A me sembra che ti stia guardando…”
Il tizio ha fiutato i feromoni di S. e ora le lancia le occhiate languide del piacione troppo convinto.
“No dai S, è troppo convinto.”
“Dici???”
“Nota come ti lancia l’occhiata. Poi distoglie lo sguardo. Poi guarda di nuovo di sottecchi per vedere se lo stai fissando a tua volta. Poi…”
“Ok sì, ho capito. Però è un figo.”
“Sì ma questa è la generazione pariolina dei fighi, quelli che si sono disabituati a fare i maschi, capito? Quelli che vanno dall’estetista, che si fanno stirare le camicie da mamma, che vanno tutti gli anni a mettere le chiappe a mollo in Sardegna. Sono noiosi, monotematici. E stronzi, per lo più.”
Il tizio capisce che stiamo parlando di lui, e mette in moto il suo infallibile sistema seduttivo.
Primo: inizia a parlare coi suoi amici con enfasi. Ridendo forte (come sono simpatico e circondato da bella gente!) gesticolando vistosamente (le so tutte io! non hai capito…) poi facendosi accendere una seconda sigaretta da una biondina in mutande e stivali lì a fianco (se ti scelgo sei fortunata, pupa: guarda che parco donne che ho!).
Poi fa una cosa tragica.
Notando che S. continua a fissarlo sbavando, si stacca dal gruppo e si posiziona esattamente di fronte a noi. Quattro, cinque passi, non di più. Aspira dalla sigaretta con gli occhi semichiusi da bello e dannato, sposta il peso da un piede all’altro lanciando lo sguardo in direzione di S., ma oltre di lei. Si gira di spalle, si stiracchia allungando i dorsali. Guarda verso i suoi amici, fa un gesto cameratesco di saluto, ride a distanza, si accarezza la porzione di petto scoperta fingendosi assorto in pensieri serissimi.
“Che gnocco…” faceva S., ormai allo stremo.
A me sembrava di essere finita dentro una puntata di Quark. Nel senso: nella mia testa sentivo proprio la voce di Angela che mi inquadrava il comportamento del tizio in una scala di poco superiore a quello della bertuccia media.
Per attirare la femmina del branco, il tizio si distanzia dal gruppo e – come avviene col babbuino africano, che gonfia le guance e mostra il roseo deretano – mette in evidenza le sue doti fisiche: schiena possente, una solida rete di relazioni sociali col resto della specie, uno smartphone con navigatore per orientarsi nella caccia notturna e un possente apparato riproduttivo. Camicia bianca e jeans gli assicurano la completa mimetizzazione nel gruppo in caso di improvviso pericolo, mentre una casa a Porto Rotondo e una a Cortina consentiranno a lui e alla sua compagna cibo e riparo nei mesi di ferie. 

“No, dico: ma lo vedi? Guarda che pettorali!”
“S, io non te lo vorrei dire, ma questo sta facendo la donna.”
“In che senso?”
“Puntare uno, sorridere di sottecchi, staccarsi dal gruppo per farsi ammirare meglio, lanciare bacetti e sorrisi di qua e di là perché uno ti sta guardando è una cosa DA-DONNA! Quello non verrà mai a presentarsi e parlare con te: sta aspettando che sia TU a farlo!”
“Aah. E vabbè, però è figo.”

Non sono una per la rigida distinzione nel corteggiamento, anche perché sono stata spesso io a fare il primo passo, ma in quel caso era tutto troppo lampante, quasi caricaturale. Il messaggio, tra le righe, era: sono io il bello del villaggio baby, per cui devi essere tu a venire, io non muoverò un passo.

Non ho idea di come sia finita tra S. e il tizio, so solo che guardando la scena da fuori – forse grazie alla lucidità dei miei ormoni pienamente soddisfatti – mi sembrava tutto molto ridicolo. Soprattutto, avevo la netta impressione che quel tipo di uomini siano talmente pieni di sè da aver perso completamente il contatto con la realtà. Anche se ho avuto la fortuna di non frequentarli da vicino, mi ricordo bene quel genere lì: sono egocentrici, vanitosi, abitudinari, persi senza il gruppo, gelosi dei loro monolitici punti di riferimento.
E nonostante si trombino donne a mucchi di dieci, pur non essendo gay, sono tanto – ma tanto, ma proprio tanto – femmine.

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