Capibara: come ti monetizzo la pantegana

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Mia sorella ha dei gusti strani.
A tre anni le piacevano i dinosauri. A sette aveva un’insana mania per le orche assassine. A dodici, picco ormonale per Viggo Mortensen – che in famiglia chiamiamo amichevolmente ‘il Viggone’.
Tra la roba strana per cui ha sviluppato affezioni di vario tipo, anche lamantini e capibara.
Questi ultimi soprattutto per il nome che, inizialmente, aveva capito male.
“Non hai capito, esiste un animale che si chiama Copribara. Lo amo.”
Dopo lunga ed estenuante ricerca ci siamo fatte una cultura sul soggetto. Come ve lo spiego? E’ un incrocio tra un castorone, una pantegana, un maiale e Ciuchino.
Sembra il risultato di ere di perversioni sessuali animali, forse per questo ha un certo non-so-che.
Noi gioiamo nel profondo nel dedicare attenzioni ad animali di cui la gente non conosce l’esistenza, perle da intenditori dell’etologia contemporanea. “Conosci il Capibara?” è un po’ come chiedere, in gergo musicale “conosci la versione acustica di Tori Amos di Smells Like Teen Spirit?”. E nemmeno ci droghiamo, ci viene naturale così.
Il Capibara è rimasto un mito nella coscienza familiare collettiva, sospeso tra le immagini dei documentari e qualche sporadica apparizione sui magazine.
Fino a quando non sono andata in Giappone.

Entro in questo megastore di giocattoli ripieno fino all’orlo di Hello Kitty e My Melody e Totoro e Stitch e trovo questo:

 Un intero stand dedicato al Capibara formato peluche.
La Bandai, nota marca di giocattoli jappo, ha creato un brand attorno al topone: KAPIBARASAN (‘San’ è un suffisso vezzeggiativo che si usa per le persone care ma anche NO, non è vero, mi confondo con ‘chan’.. mi dicono che significhi ‘signor’ o ‘signorina’ …grazie dell’info :). Insomma: il nostro caro Capibara.

 I giapponesi, che quando intuiscono delle potenzialità di *cutieness* e *puccyness* – in gergo kawaii cioè ‘carine’ – non se le lasciano sfuggire, hanno pensato bene di trasformare il roditore-mucca in un brand a 360 gradi. Ho trovato i peluche ma anche gli strap per cellulare nelle bustine, le calamite, i quadernini, gli zainetti.

Risultato: il Capibara è diventata una mania collettiva.
Certo: nonostante NON SIA un animale giapponese.
E… sì, nonostante una mia conoscente brasiliana si ostini a dire che sono “enormi toponi lerci e unti, che mangiano la spazzatura e si rotolano nel fango delle discariche” (poetica, eh?).
Ora.
Se fossimo bravi come i giapponesi, anche noi monetizzeremmo animali improbabili.
Caro Sindaco, invece di piangere miseria, va benissimo promuovere la cultura coi musei gratuiti (anche se all’estero ti fanno pagare pure l’aria), ottima cosa dare alla città un logo (anche se orèndo) e tentare di portare Roma ai livelli internazionali con festival, carnevali e quant’altro.
Ma hai mai pensato alla PANTEGANA teverina.Hai mai pensato a monetizzarla?
Altro che Capibara, altro che Ratatouille.
Brandizziamo la pantegana e facciamoci su un bel set di gadget.
“I went to Rome and I saw a pantegana!”
“A Pantegana ate my sandwich!”
E poi vuoi mettere come starebbero bene alla nostra amica fluviale quegli occhioni pucci pucci??

…non ci posso credere che ho scritto un post su questo.
Adieu.

p.s. mi informano che su Flickr oggi c’è uno speciale-Capibara: dev’essere una congiuntura astrale coi controcosi…

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