Tutte le cose che vorrei dirti.

Vorrei dirti che nella vita le cose diventano difficili prima di essere facili. E non diventano nemmeno realmente facili: sei […]

Non lo farei, ma mi rode non avere (moralmente) scelta

Life ·

Questo non è un post femminista.
E’ un post che si pone delle domande a cui non ho risposta.

Prendiamo una coppia con un figlio.
Mettiamo che lui viaggi molto per lavoro.
Mettiamo che nessuno abbia da ridire su questo.E’ vero, ha un figlio, ma gli dedica il cosiddetto ‘quality time’ quando torna – anche se il quantity è fortemente sottovalutato.

Mettiamo che durante gli unici cinque giorni in cui è a casa, in un intervallo di tipo tre settimane, abbia impegni sociali che lo portino ad uscire la sera con ex amici/ex colleghi. Questo significa divertirsi, e ci sta, non vedere la famiglia, e ci starebbe pure questo.
Quasi nessuno ha da ridire. Nemmeno la sua donna, che è indipendente e da sola ci sta bene.
Ovvero, ci sta qualche rimprovero da parte di una nonna o due, forse, ma è socialmente accettabile. E’ eticamente, moralmente accettabile. Per lui in primis.

Mettiamo che la stessa cosa capiti a una donna.
Una mamma.

Mettiamo che lei scelga, o sia costretta, a recarsi spesso all’estero.
Questo dà per scontato che lei lavori e che lo faccia con successo, cosa del tutto fantascientifica al giorno d’oggi. Ma facciamo finta che un lavoro ce l’abbia, che se lo sia mantenuto dopo il pupo, che abbia fatto carriera, che sia riuscita a dire di sì alle nuove occasioni.
Quanto sarebbe socialmente disapprovata, scoraggiata, fatta sentire in colpa?
Se lo facesse, a quale costo sarebbe e che peso si porterebbe dietro? Quanto di merda si sentirebbe come madre? E farebbe bene?

Forse il lavoro sarebbe anche un motivo valido. Ma se aggiungesse quel dettaglio. Quella serata con le amiche o con i colleghi negli unici cinque giorni passati con il pupo… beh, qualsiasi comprensione evaporizzerebbe all’istante. Non trovate?
Mi sembra di sentirlo, il coretto: ma che madre di schifo, ma che li ha fatti a fare i figli una così!
E un padre. Un padre può essere un buon padre anche se si comporta in questo modo, o forse la mia coscienza è il prodotto di un modus vivendi che ci fa bastare questo. Per un padre, questo è ok. Per una madre no.

Mi viene solo da riflettere sul perché abbiamo interiorizzato questa figura di padre aleatoria, sostituibile, part time. E, di contro, sul perché l’essere madre ha un rovescio della medaglia così assoluto. Quando i figli si fanno in due.
In effetti, il fatto che lui ci metta del sesso e lei nove mesi di gravidanza e un parto è uno sbilanciamento già piuttosto simbolico. Ma giustificano questa totale diversità dei ruoli?

E quanto sono sociali, quanto determinati dalla capacità di ‘portare a casa lo stipendio’, e quanto innati? Derivano da secoli di patriarcato e maschilismo, dalla reale capacità di ‘mantenere la famiglia’ apparentemente appannaggio degli uomini più che delle donne, o sono qualcosa di istintivo, come l’odore del proprio figlio, svegliarsi quando piange, ringhiare contro chi vuole fargli del male?
Se a una donna fossero offerte le stesse chance, senza alcun giudizio, il suo verso sé stessa basterebbe a frenarla? O non è tanto un giudizio quanto un istinto, una necessità, quella di stare vicino ai propri figli?
E i padri non la sentono, o la sentono meno perché condizionati dalle dinamiche sociali in cui sono immersi, che fanno percepire la distanza come qualcosa di sano, normale, accettabile?

Questo non è un post per giudicare le differenze tra uomini e donne. E’ un post che si chiede se la parità arriverà mai, quando forse c’è qualcosa di fisico, sanguigno, nel dna femminile, che ci rende semplicemente diverse dagli uomini. Quindi forse più che di uguali opportunità bisognerebbe parlare di parità nella diversità. Condizioni che permettano di raggiungere gli stessi risultati con strumenti, forse tempi, forse modi differenti.

Mi piacerebbe molto che il tempo per il lavoro e il tempo per sé stesse fosse percepito come lecito e sacrosanto dalle donne quanto dagli uomini. Però non è così, possiamo raccontarcela quanto ci pare. Sentiamo, o almeno IO sento, sempre il bisogno di giustificare quanto e come lavoro, dove vado, perché non ci sono, come mai ho bisogno di quel weekend con le amiche.

Io forse non sceglierei di stare così spesso all’estero – ma posso dire che, se non avessi scelta, dovrei seriamente pensarci.
Io forse non sceglierei di stare fuori quell’unica sera su cinque – ma posso dire che non ci trovo sinceramente niente di male.
Però mi rode, oh quanto mi rode, sapere quale mannaia di senso di colpa mi si abbatterebbe sul collo se accadesse, quando per un padre è quasi niente.
O è forse un po’.
O molto.
Ma sempre meno.

(no, ma lo potete dire che mi preferite quando parlo di scemenze. anche io mi preferisco.)

disclaimer: questo post non è ispirato in particolare alla mia condizione attuale, ma a quella di diverse persone amiche che – chi più chi meno – stanno sperimentando fasi simili.

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