Pensieri da un minicab tornando a casa dopo le analisi

Mummy · · 157 commenti

Lei non ha fatto un fiato.
Le hanno detto che alla fine ci sarebbero stati degli stickers. Mi hanno chiesto se volevo una pomata anestetica per il braccio, che avrebbe però forse reso pù difficile trovare la vena, e ho detto no.
Perché la conosco.
Si è seduta sulla sedia piagnucolando, ha teso il braccio e ha guardato l’orologio tutto il tempo, come le ho detto io.
Solo un pizzico.
Non ha tirato fuori nemmeno un guaito.
L’infermiera cinese le ha regalato una quantità di stickers assurda. Dora, Aurora, Cenerentola, il trenino Thomas. Ce li ha tutti.
Siamo andate dirette dallo studio medico, non aveva senso aspettare.
E’ curioso perché la pediatra è francese, ma ce l’hanno raccomandata tutti gli amici italiani.
L’ha visitata con cura.
Ha detto che non le torna, non può essere solo tonsillite e così resistente all’antibiotico, infatti ci ha prescritto una sfilza di analisi.
Stasera le prime, domani probabilmente il resto.
Dopo sette giorni così sono stanca, e poi oggi non è stata una giornata piacevole. Ero pronta ad immergermi in una tristezza totale quando sono salita su quel Mini Cab, al ritorno.
Il tizio non parlava inglese tanto bene.
Però poi. Erano le tre e mezza e c’era quell’atmosfera, il sole sospeso a mezz’aria come uno specchio di luce arancione.
Io non uscivo di casa da tre giorni.
Il tizio ha messo la musica classica.
Pianoforte e flauto, poteva essere Bach. Rachmaninov.
La colonna sonora che ci ha portate da South Kensington a casa.
Siamo passate in mezzo a tutto.
Le colonne bianche delle case vittoriane, i musei e i loro ristorantini.
Le persone con le giacche invernali e le sciarpe colorate che camminavano piano lungo i marciapiedi.
Le luci di Natale, ancora tenui nel tramonto, che illuminavano i loro passi.
Le decorazioni appese alle porte, gli alberi di Natale che si intravedevano dalle finestre.
Hyde Park e la ruota di Winter Wonderland, dove volevo portarla il prossimo weekend.
Le ragazze che facevano jogging sul prato verdissimo, che contro il cielo erano solo sagome nere.
Gli alberi nudi.
Un tizio in bicicletta, i pantaloni color senape arrotolati, i calzini a quadri, la giacca verde e un cappello bianco con il bordo rosso, che a stento tratteneva i capelli ricci, nerissimi.
Una ragazza con i capelli raccolti, la giacca di pelle e una sciarpa più grande di lei.
Il caos di Oxford Street, verso Marble Arch.
Quelle strade laterali del centro, che nascondono tesori e passeggiate tranquille.
I cancelli di Regents Park.
Camden.
Le ombre che si allungano sulla collina di Primrose Hill.
Poi verso casa.
I negozi della high street, le luci di Natale.
E quella musica, sotto.
Viola addormentata addosso a me, il respiro rumoroso, le guance calde.
E nonostante tutto, ancora spazio per tutta quella bellezza.
Gli ultimi raggi di sole e le prime luci della sera.
Il cielo blu e viola.
E la paura si è un po’ dissolta.
Poi siamo arrivati, e il tizio si è girato e ha sorriso.
“Yours?” ha chiesto.
Se è mia.
Certo.
“She is princess” ha detto.
E ha fatto un sorriso dolce. Il sorriso di una persona buona.
E io ne avevo bisogno oggi, di quel sorriso.

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