Tutte le cose che vorrei dirti.

Vorrei dirti che nella vita le cose diventano difficili prima di essere facili. E non diventano nemmeno realmente facili: sei […]

The girl who lived – cronaca di un incidente

Cuba Life Travel ·
cuba hospital

Lui ha una tshirt arancione fluorescente con scritto Polo Ralph Lauren in quel modo un po’ storto che non vuole darsi arie fino in fondo. I jeans neri hanno delle scoloriture candeggiate che li fanno sembrare zebrati sulle pieghe. Le scarpe sono quelle della Puma che andavano qualche tempo fa: bianche, senza lacci, chiuse in diagonale, un incrocio fra scarpini da calcio e pantofole da casa. La posa con cui si siede – le gambe larghe, la schiena scesa sulla panca di legno rovinata, il gomito appoggiato in alto – dichiarano senza incertezze che il look completa quella sfrontatezza tipica dei vent’anni. E poi è carino, ha un viso ambrato, liscio e pulito, un sorriso simpatico e gli occhi pieni di ciglia – mi sono sempre chiesta se agli uomini faccia piacere, questa cosa delle ciglia lunghe. Ad alcuni dà quell’aria di bambolotti, ma non a lui. E’ solo un ragazzo che fa il fighetto con le credenziali che possiede e la posa, la faccia e la tshirt sembrano allo stesso livello.
Armeggia con un Motorola azzurro scolorito, rammendato con lo scotch da pacchi dietro la batteria.
‘Iphone’ dice, ridacchiando, allungando l’occhio verso il telefono che stringo in mano.
Lo stringo più forte, perchè in questo momento è il mio unico contatto col mondo che conosco.
Sono nell’Ospedale di Moròn, Cuba. Cinquecento chilometri dall’Avana, cento dalle spiagge di Cayo Guillermo.
Siedo su una sedia a rotelle a fantasia scozzese davanti ad una porta di legno che non chiude bene, aspetto di fare una lastra alla schiena.
Abbiamo già provato ad entrare, qualche attimo prima, ma abbiamo trovato una signora molto in carne, con una maglietta slabbrata e uno spazzolino da denti a raccogliere i capelli, che sedeva sul piano dell’apparecchio per i raggi X.
Stava mangiando.
Aveva una ciotola di riso, o non so cosa, e stava mangiando sul tavolo.
‘Dobbiamo aspettare, la radiologa sta pranzando’ ha detto il ragazzo.
Lui è il portantino. Non ha un camice, solo medici e qualche infermiere indossano il camice qui dentro, e guida la carrozzella dando per certo che io non abbia alcuna frattura. Perché altrimenti da un pezzo che m’era rotolata giù la testa.

Per non aspettare lì davanti, mi riporta nella stanza del pronto soccorso da dove siamo venuti.
E’ divisa in varie anse, ognuna provvista del minimo. E’ sporca, le mattonelle verde acqua sono macchiate di polvere e liquidi, a terra ci sono dei ganci per le barelle e sono arrugginiti, i pochi mobili sono carrelli di acciaio. Su due cassetti c’è scritto Pediatria a pennarello.

Ospedale Cubano
All’inizio, quando siamo entrati, un’infermiera mi ha chiesto se volessi sdraiarmi.
Ho guardato il letto, una stuoia marrone tra due testiere di compensato ridotte peggio dei banchi di scuola della quarta liceo, coperta da un lenzuolo liso e strappato, macchiato in più punti di sangue, piscio, qualcos’altro di color ocra.

‘Ha un lenzuolo pulito?’ ho chiesto.
‘Questo E’ pulito’ mi ha assicurato ‘è solo macchiato di sangue!’
Come fosse la cosa più naturale del mondo.
E’ successo lo stesso quando hanno dovuto  prendermi un campione di urina.
‘Tienes que orinar?’ ha chiesto l’infermiera. So che è spagnolo, so che lo chiedeva con assoluta disinvoltura, ma con quel termine che in italiano suonava tanto volgare mi sono sentita spogliata, aggredita. Come se stessero già sottraendo dignità alle mie funzioni fisiologiche solo perché mi trovavo in un ospedale. O forse era l’effetto del pitale arrugginito che continuavano a portare avanti e indietro alla vecchietta sdraiata nel letto a fianco.
Mi ha mollato un barattolino di medicinali vuoto con ancora l’etichetta e tutto – alla faccia del contenitore sterile. Poi vieni a dirmi che hai trovato le anfetamine nella mia pipì.
Ha aperto il bagno con la chiave e io ho pensato evviva, apre il bagno con la chiave, vuol dire che non è pubblico quindi pulito.
Ho smesso di pensarlo appena ho visto il pavimento chiazzato di bagnato, il lavandino divelto, il cesso pieno di pipì e una montagna di cartaccia a fianco. Ho chiesto di avere della carta. Carta per pulirmi, carta anche per appoggiarmi. Mi ha dato due moduli dell’ospedale, e quando ho finito ho capito le origini della montagna di carta accanto al cesso. Ho contribuito senza rimpianti.
‘Posso lavarmi le mani da qualche parte?’
Lei ci ha pensato su un attimo, sembrava sorpresa dalla richiesta. Poi ha avuto come un lampo di genio ‘aspetta’ ha detto, ed è tornata con un nuovo mazzo di chiavi.
Ha aperto una porta poco lontano, sono entrata e ho visto il tavolo operatorio di acciaio, con la lampada e tutto. Le pareti sporche come quelle del bagno, un’anticamera con un lavandino e tre saponette che avevano visto giorni migliori.
‘Mi lavo con…?’
‘Sì, sì, fai con quelle.’
E mi sono lavata le mani nell’unico posto apparentemente dotato di sapone: la sala operatoria.
Con questo sacchetto della flebo che si incastrava da tutte le parti, sono stata riconsegnata al portantino che aveva un nome come Javier o qualcosa del genere, non ricordo. Chiamiamolo Javier.
Ho fatto, nell’ordine, un’ecografia per verificare se – mentre io mi trastullavo coi dolori alla schiena – le mie interiora non stessero lì lì per spappolarsi, e per sdraiarmi sul lettino dell’ecografia ho scavalcato una pozza marrone niente male, segno che forse anche la schiena era intatta.
Poi, finalmente, anche la lastra alla schiena.
Sono tornata nella saletta in attesa del medico, con Lui – illeso – che faceva avanti e indietro senza capire un’acca di spagnolo e le nostre valige accatastate accanto a una sedia a rotelle chiusa.

Quando fai un incidente puoi dire sempre che è colpa di qualcosa. Della velocità, della strada bagnata, della distrazione, dei freni, delle gomme. Alla fine penso che sia il caso quello che c’entra più di tutti, e affoghi nei ‘se’.
Se quel treno fosse passato un attimo dopo.
Se noi fossimo passati un attimo prima.
Se non fosse spuntato da dietro una curva.
Se i binari fossero custoditi, in questo Paese, e non strisce senza dislivello che incrociano strade e campagne, segnalate solo da un cartello a forma di croce.
Se avessimo frenato prima.
Se fosse entrata la retromarcia.
Quello più di tutto.

Eravamo di ritorno da Cayo Guillermo, e io non stavo nemmeno tanto bene. Dovevamo fare molti km per tornare verso l’Avana, ci siamo alzati presto.
Abbiamo percorso le causeways che attraversano i Cayos, siamo passati davanti al benzinaio dove all’andata ci siamo fermati un’ora perché il tipo era in pausa, poi abbiamo superato Moròn e abbiamo svoltato in direzione Santa Clara.
Avevamo percorso pochi chilometri quando è successo.
C’era un incrocio e un passaggio a livello (si chiama così anche quando è senza sbarra e completamente incustodito? o si chiamano solo binari? io li chiamerei solo binari, gettati sull’asfalto come le bacchette dello shangai), quando abbiamo sentito il fischio del treno da dietro la curva ci siamo resi conto che stava arrivando, e allora Lui ha frenato ma chissà. La velocità, la strada, le ruote della Kia Picanto che avevamo noleggiato.
Quando la macchina si è fermata era quasi sopra i binari, e in quei sei, sette secondi prima dell’arrivo del treno non ho proferito parola perché vedevo Lui silenzioso e immobile. Aveva cercato di mettere la retromarcia e non ci era riuscito.
Vedevo il treno arrivare in corsa, vedevo i passeggeri affacciarsi dai finestrini e gridare nella nostra direzione.
Per un attimo ho pensato che non ci avrebbe preso.
Quando è arrivato l’impatto ho solo gridato, visto la fiancata del treno, visto il paesaggio girare, sentito il mio corpo sballottato come quando Viola agita le sue bambole per sgridarle.
C’erano delle urla ma non erano le mie.
‘Ci ha preso il treno!’ ho gridato, e ho preso a calci la portiera per uscire dall’auto.
Era rimasta solo la portiera.
Quella, e le mie gambe.
Il fronte della macchina era stato falciato dalla locomotiva, vedevo il motore per terra, il cofano strappato, olio e benzina che uscivano a schizzi.
Si erano fermate alcune macchine, dietro a noi.
Urlavano: ‘Hospital! Hospital!’
Io, che in fondo sono una donnetta, mi sono seduta sul sedile della macchina di uno sconosciuto e ho iniziato a piangere.
Lui voleva restare per aspettare la Polizia, io mi sentivo male e volevo andare in Ospedale. Ha deciso per noi un omone cubano tutto vestito di nero, con una Chevy rossa con gli interni rosa antico:
‘Lei va in Ospedale, ce la porto io’ ha detto.
Solo allora lui ha preso le cose dalla macchina ed è venuto con noi.
Mi sono seduta nella sua auto e…
Yeah. C’era la Macarena a palla.
Immaginate la scena: io mezza morta, la mia auto tranciata da un treno, uno sconosciuto che mi porta in ospedale e.
Dale a tu cuerpo alegria Macarena… dadadàn dadadàn alegria y cosas buenas…
A palla.
…eeeeeeee Macarena! Aaaay!
Ho rantolato qualcosa e lui ha spento la radio.
L’Ospedale era abbastanza vicino, e questo tipo mi ha consegnata a braccia ad un infermiere.
Ecco come ci sono arrivata, in questo posto che assomiglia alle cliniche psichiatriche dei film dell’orrore.
‘Que pasò?’
‘Se chocaron con le tren!’
‘SE CHOCARON CON EL TREN?’ chiede lei, sgranando gli occhi mentre mi aiuta a sistemarmi sulla sedia a rotelle.
In questo momento sono molto grata alla mia blanda conoscenza dello spagnolo, studiato a scuola. Ringrazio la Profesora, perché se fossi nelle condizioni di non saper parlare o capire non potrei comunicare: non parlano inglese, nessuno.
‘Es un milagro’ ripete l’infermiera –  è un miracolo, ringrazia Dio, è un miracolo.
Mi guardo intorno e finalmente realizzo, e ringrazio.
Di essere viva.
Di avere ancora i piedi, le gambe, le braccia, la pancia.
Di poter camminare.
Di non aver ferite aperte o fratture evidenti.
Ho un ginocchio sbucciato, dolori al petto, alla schiena e alla cervicale, ma tutto sommato sto bene.
‘Uno su mille ce la fa’ dice il portantino, senza sapere di aver citato una canzone italiana e di far partire nella mia testa l’involontario coretto con Morandi.
Frasi simili escono dalla bocca di chiunque chieda cosa sia successo, e inizio a sentirmi non più sfortunata, ma fortunatissima.
‘Dovete brindare’ dice un’altra infermiera bassa, con i capelli rossi.
Ha una mollettina con un fiore fatto di pietre finte. Mi concentro su quel particolare per riconoscere in quel posto un’umanità simile alla mia. Qualche vezzo. Qualche pretesa di estetica e pulizia. Le superficialità che raccontano qualcosa. Immagino che a casa abbia dei figli o dei nipoti, che anche a loro metta mollette come le sue, che ami vederli carini e puliti, che possa aiutare anche me, forse, a riconoscere un po’ di civiltà in quel posto così sporco e deprimente.
Infatti è lei a portare un nuovo lenzuolo, non pulito ma meno macchiato del primo, dove possa sdraiarmi.
La visita del medico consiste nel palparmi l’addome, quella dell’ortopedico nello schiacciarmi il collo e non capisco. Poi arriva la neurologa, ed è una ragazza gentile e pacata, con grandi occhi neri e capelli lunghi.
Con lei, per la prima volta, riesco ad avere un dialogo completo che non sia fatto di mezze frasi e mani alzate al cielo.
Mi dice che a livello neurologico sembra tutto ok, e io le chiedo come mai non mi abbiano fatto una lastra alla cervicale. Ci pensa su un attimo, confabula con l’infermiera e dice che stanno per farmela.
Torno nella sala della radiologa buongustaia e questa volta non devo indossare quella mantella logora e sudicia della prima lastra. Me la consegna in mano, bagnata, la porto io alla neurologa.
‘Hm… sembra tutto ok. Se fra altre due ore la lastra al torace dice che non ci sono emorragie puoi andare.’
‘Ma così, senza collare, senza niente? Mi fa male tutto, io devo fare 500km in macchina per tornare all’Avana a prendere il volo.’
‘Il collare, dici?’
Confabula di nuovo con l’infermiera, le vedo scuotere la testa e sgranare gli occhi come se avessi chiesto un missile spaziale per tornare a casa.
‘Non ne abbiamo’ dice ‘se vuoi posso farti un gesso.’
‘Ingessare il collo??’
‘Poi lo levi quando sei a casa.’
‘Ma… ingessare il collo? Nessuna alternativa?’
‘No.’
E mentre un omone che sembra un salumiere mi ingessa dal mento alle spalle, mi sento come quei cartoni animati che cadono dalla rupe e il giorno dopo sono col collo ingessato e la stampella.

Dopo circa sei ore dal nostro ingresso all’Ospedale mi dimettono. Scoppio di felicità all’idea di scappare via da quel posto. Voglio andare a casa, voglio andare da Viola.
E voglio un cazzo di Ospedale italiano.

Non è finita, c’è tutta la parte burocratica da sbrigare, e visto che sono io quella che parla spagnolo devo farlo personalmente, con tutto il collo ingessato.
C’è da spiegare l’incidente a due poliziotti alti e robusti, con la tuta blu e stivaloni da cavallo con gli speroni.
C’è da andare in commissariato a fare la dichiarazione e ritirare i passaporti.
C’è da andare all’autonoleggio per l’assicurazione e il cambio macchina.
E’ buio quando cerchiamo una casa particular dove passare la notte.
Dopo aver girato un po’ troviamo una ragazza bionda che ha una stanza decorosa in periferia, che affaccia su quello che, scopriremo la mattina dopo all’alba, è una fattoria con tanto di galli e maiali. Che hanno fame alle sei, ovviamente.

E’ davanti allo specchio di quella casa che mi faccio una foto.
‘E’ un giorno importante’ penso ‘ devo ricordarmi tutto, devo ricordarmi che potrei essere morta, o gravemente ferita, e invece sono in una casa vista maiali col collo ingessato.’
Ho guardato la foto, dove il gesso mi dava una certa aria di nobiltà, e mi sono messa a ridere.

Per la foto, per i maiali, per quando Javier ha messo Jennifer Lopez a palla dal suo motorola per farmi sentire più a mio agio, per la Macarena, per la gente che gridava dal treno e noi sereni sui binari.
‘Cerca il ridicolo in tutto, e lo troverai’ (cit.)

Ma soprattutto, ho riso perché ero in piedi davanti a quello specchio.
Ed ero viva.

Commenti