Tutte le cose che vorrei dirti.

Vorrei dirti che nella vita le cose diventano difficili prima di essere facili. E non diventano nemmeno realmente facili: sei […]

Quando l’imbarazzo è una colpa

Life ·

Che Berlusconi sia un personaggio quantomeno imbarazzante è cosa nota, ma non è questo il luogo per discutere di politica. Vorrei invece parlare dell’orrido siparietto ai danni (danni. sì, danni.) della ragazza di GreenPower.
Se non l’avete ancora visto, ma ne dubito, potete trovarlo qui.
Mentre lui, tutto tronfio nel suo umorismo pecoreccio che ha trasformato da difetto a cifra stilistica incalza con battute di scadente e pessimo gusto, la ragazza, in preda ad un evidente imbarazzo, abbozza.
Ride nervosamente, risponde cercando di riportare il discorso nei ranghi, senza successo.
Mi ha ricordato quella volta in cui Vespa ha commentato in diretta il decolletè della scrittrice Silvia Avallone.
A seguito dell’episodio ho letto svariati commenti e post in cui questa poveretta veniva ingiustamente descritta come ‘lusingata’ dai ‘complimenti’ (complimenti???) dell’ex Premier e  in cui le si dava addosso per la scarsa indignazione. Molte hanno sostenuto che, trovandosi nella stessa situazione, a Berlusconi gliene avrebbero dette quattro. Che non si può continuare a tollerare un sessismo così spudorato e umiliante, che è ora che le donne si rendano conto e si ribellino.
E fin qui, niente da dire.
In linea teorica, tutto giusto.
Ora però vorrei che vi immedesimaste in una donna alla quale succede qualcosa del genere, e posso dirvelo perché a me è successo. Più di una volta, purtroppo.
Vorrei dirvi che sono stata la paladina della pari dignità dei sessi, ma mentirei.
Innanzitutto, la società, in particolare quella italiana, ha tremendamente diluito i confini di quello che qui chiamerebbero sexual harrassment.
Siamo passionali e pecorecci da sempre, in fondo. Noi donne siamo drammaticamente abituate a sentire la gente fischiare per strada, siamo consapevoli che se indosseremo una minigonna potremmo ottenere attenzioni non desiderate, abbiamo imparato a sdrammatizzare invece di reagire.
Viviamo nella sciocca pretesa che un comportamento tollerante e quasi cameratesco verso un certo tipo di commenti e azioni possa rendere quel ridere di noi, quello scherzare su di noi, a un ridere con noi, scherzare insieme.
Forse non c’entra nulla, ma mi viene in mente l’immagine della ragazzina popolare alle scuole medie,
quella che ride sguaiata insieme ai ‘maschi’ e non fa un dramma se viene palpeggiata alla fine della lezione di educazione fisica. Anzi, ride. Tira fuori il dito medio, si comporta come un maschio, come se quella noncuranza rispetto all’intimità rubata sia un punto di forza. Cosa credi di fare. Sono invulnerabile.
Ci insegnano, o ci autoconvinciamo che, in qualche modo, connivenza è accettazione da parte del branco.
Non ce ne rendiamo conto, ma sono regole sociali ormai radicate.
A guardare Berlusconi, e tanti altri come lui, sembra che ormai il sexual harrassment sia quasi un intercalare culturale.
In realtà è quello che vogliono farci pensare loro, gli uomini che non rispettano le donne. E le donne che non rispettano se stesse, senza nemmeno accorgersene.
Mi ricordo quella volta in cui ero in vacanza in America, camminavo verso il bar di un locale affollato e al mio passaggio ho sentito un commento irripetibile. In Italiano.
Con la coda dell’occhio ho visto due quarantenni abbronzati, modello Natale a Miami, che mollemente adagiati su un divanetto commentavano ad alta voce, convinti di non essere capiti, le ragazze che passavano.
Due coglioni, e una scena di una tristezza infinita.
Avrei voluto dirgli qualcosa come ‘siete patetici, smettetela di fare commenti da adolescenti davanti al primo film porno e chiedetemi immediatamente scusa.’
Chissà, forse se l’avessi detto con sufficiente convinzione me l’avrebbero pure chiesta.
Ma mi sono sentita in imbarazzo, e ho avuto paura. Perché ero da sola.
Quando uno dei due ha detto: ‘oh, attento che prima o poi un’italiana che ci capisce la trovi!’ mi sono girata e ho risposto ‘l’hai trovata.’
E sono andata via.
Molto pentita, di non essere riuscita a difendere la mia dignità.
Mi ricordo un altro episodio, e per questo riesco ad essere molto solidale con la ragazza di GreenPower.
Lavoravo come hostess ad un grande evento, pieno di VIP.
Avevo vent’anni, i VIP mi facevano effetto, che vi devo dire.
Ero molto contenta di lavorare lì.
Ad un certo punto mi si è avvicinato un attore italiano piuttosto famoso, e mi ha chiesto qualcosa riguardo all’evento. Poi si è avvicinato al mio orecchio e, di nuovo, ha sussurrato – posso ancora sentire il calore di quel fiato e l’umidità della sua lingua – qualcosa di davvero imbarazzante.
Cosa pensi in quel momento?
Pensi: Dio mio, che schifo.
Pensi anche: non posso dire niente a nessuno, perché le parole non sono molestie. Non è che mi ha messo una mano sul culo o palpato le tette.
Pensi: che devo fare?
Pensi: quello è un attore famoso, ed è uno schifoso.
Pensi: se vado dalla mia responsabile e glielo dico, quella liquida la questione con un ‘oh, sì, quello lo fa con tutte, non ti preoccupare’. Ma non sono preoccupata, sono offesa. Offesa nel senso di lesa. Solo che non riesco ad elaborare appieno questo pensiero.
In quel momento credo ancora di avere qualche responsabilità.
Di avere colpa.
E sapete quale colpa credo di avere?
Quella di prendermela così tanto. Di dare peso. Di sentirmi umiliata. Di sentirmi ferita.
Non è assurdo, che il dolore possa essere percepito come una colpa?
Perché ‘oh, sì, quello lo fa con tutte, non ti preoccupare’. Minimizzare. Oh, quanto si minimizzano le molestie, di qualsiasi genere. E’ una difesa anche quella.
E’ la società del non-fa-niente, del ‘a-bellaaaaa gridato per strada come un complimento, della miglior battuta di un comico italiano che è ahò-c’hai-un-sito-da-paura-te-lo-posso-cliccà detto al culo di una ragazza, dei tanga del Bagaglino in prima serata, degli annunci di lavoro per sole donne in cui si richiede la bella presenza, del sii-gentile.
Ci ho vissuto molto, in quel tipo di società, che forse è solo una fetta ma ha uno stile pervasivo e fortemente pubblicizzato come vincente.
Mica Berlusconi è solo un omuncolo viscido con quintali di soldi. Oh, no. Lui ce l’ha fatta perché è lo specchio esatto di un certo tipo di persone, e al tempo stesso aspirazionale per tanti altri.
Soldi, donne, arroganza, teatralità, nessun rispetto delle regole e della legge, potere.
Ne ho visti tanti, di piccoli Berlusconi in erba.
Erano quelli con la Mercedes a ventun anni e il tavolo in discoteca tutti i weekend, pieno di ragazzine che si chiudevano in bagno a pippare e fare gare di sesso orale.
Quando vivi in un sistema del genere, tutto ti sembra normale.
Se non stai al gioco, non trovi un ruolo nel gruppo.
In misura più piccola, ho visto cose simili anche in ufficio. Battutine stupide, commenti sull’abbigliamento, momenti di imbarazzo.
Tollerati, condivisi con una risata.
Soprattutto, socialmente accettati.
Perché quello che dovrebbe far indignare non è la scarsa reazione di una ragazza messa in difficoltà davanti a centinaia di persone. Sono proprio quelle persone, gli spettatori. Quelli che, invece di fischiare quel povero mentecatto, si sono fatti una bella risata.
Oggi sarei diversa.
Oggi, probabilmente, a quell’attore italiano gliene direi quattro.
Ma sono passati tanti anni, e sono arrivata alla consapevolezza di dover difendere la mia dignità molto dopo.
Perché non ci pensi.
Perché non credi sia messa a rischio, finché non inizi a indignarti per qualcun altro.
E allora capisci che la misura è colma.

Commenti