Il comunismo dell’infelicità

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Ero seduta sulla metro e ci pensavo. E mi dicevo no, non ha senso scriverlo.
Poi ho camminato lungo la strada gelida e assolata e i pensieri prendevano sempre più forma, e alzavano la voce nella mia testa. Quindi, arrivata al café, il mio ufficio temporaneo, mi sono seduta e ho iniziato a scrivere.
Perché io la capisco.
Questa voglia di arrabbiarsi con chi apparentemente sta meglio, per evitare la fatica di migliorare la propria vita. Deprecare comportamenti che vorremmo avere e cose che vorremmo fare.
Buttare giù l’altro è liberatorio e in fondo non sembra nemmeno tanto crudele.
C’era una fase della mia vita in cui era più facile fare così che affrontare i miei casini.
Perché se livelliamo tutti verso il basso, se lo stare bene lo facciamo diventare qualcosa di cui sentirsi in colpa, allora diventiamo veramente tutti uguali.
Il comunismo dell’infelicità.
A un certo punto, invece che stare a guardare, ho deciso di fare.
Fare cose che prima non avrei mai fatto.
Cose che, se raccontate da altri, avrei invidiato.
Hanno funzionato: sono diventate una catena di eventi, il primo passo, la scintilla.
Che chi vive nell’immobilità non perdona.
Poi ho iniziato a guardare con occhi che avevo dimenticato in un cassetto.
Si chiama meraviglia, la usi a sette anni poi decidi che è troppo ingenua.
Io l’ho riscoperta dietro l’obiettivo di una digitale, perché a volte guardi la tua solita tazza di caffè al mattino e c’è quella luce dalla finestra, che divide perfettamente la stanza fra torpore e sole.
A volte porti tua figlia al parco dietro casa, la spingi in altalena come cento altre mamme, ma scatti quella foto. E la accompagni con delle parole semplici, che hanno lo stesso odore dell’erba.
E’ rivoluzionario.
E’ un colpo allo stomaco: è troppo.
Quasi come se la bellezza uno non se l’aspettasse più, dal quotidiano.
Se le altre vedono quell’immagine penseranno che la tua giornata era più soleggiata della loro, che i fiori erano più profumati, le altalene subito libere, il gelato te l’hanno offerto.
Balle.
Comunque, non serve andare tanto lontano. La meraviglia che io provo per la Cornovaglia, per Cuba, per Parigi, è la stessa che provo in una giornata di sole passeggiando dietro casa.
Lo posso sentire il coretto: eh per forza, abiti a Londra.
Sì. Ma la vedevo anche a Roma. La vedevo a Oh-No, che è un paesino minuscolo e nemmeno tanto bello sulla costa Abruzzese.
E vi assicuro che non tutti quelli che conosco e abitano a Londra la vedono.
La bellezza è negli occhi di chi guarda.
Ora la frase mi è chiara.
Io voglio prendere tutta la bellezza che posso avere dalla vita, finché posso.
Se posso fare viaggi meravigliosi, li farò.
Se posso avere cose belle, le prenderò.
Se posso adulare il mio ego parlando di queste cose, lo farò.
I am the fucking rockstar of my life.
Perché non avrò trent’anni per sempre, perché cammino sulle mie gambe, perché la mia testa (il più delle volte) funziona, perché sono riuscita a lavorare grazie alle mie passioni, perché ho tanti sogni e non ho paura di inseguirli anche se la strada è folle.
E se qualcuno vorrà farmi sentire in colpa per questo, per godere di una vita bella, mi sentirò molto triste per lui. Perché non si accorge che a rendere bella la vita è soprattutto la nostra attitudine, e quella che ti fa tentare di buttare giù gli altri è un’attitudine negativa, che si riflette come uno specchio sulla tua esistenza.

photo credit: Pinterest

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