Non c’è bisogno di crescere.

Life · · 244 commenti

P. ha la mia stessa età, ha lasciato la sua famiglia a diciotto anni per andare a studiare in un’Università americana come fanno tutti gli americani (e molti italiani, i cosiddetti fuorisede, che non sanno di essere molto fortunati). Prima di farlo però ha deciso di passare alcuni mesi tra la fine del liceo e l’inizio dell’Università a viaggiare , in parte con i soldi messi da parte con lavori part-time, in parte finanziato dai genitori.

Insieme ad un’amica coetanea ha studiato nei dettagli un piano low cost per girare l’Europa, e in tre mesi ha esplorato Portogallo, Spagna, Italia, Francia, Germania, Olanda e Uk. A un certo punto hanno finito i soldi, quindi si sono fermate a Londra a lavorare come cameriere per alcune settimane.

Tornate a casa con mirabolanti avventure (e disavventure) da raccontare, hanno poi fatto le valigie, si sono trasferite all’Università distante svariate centinaia di km. da casa e oggi una di loro, P. vive qui a Londra e fa la designer freelance.

E. invece ha fatto il Liceo in una cosiddetta ‘Boarding School’, quello che noi chiameremmo erroneamente un College. Insomma, un liceo dove si vive, abita, dorme, si frequentano le lezioni di giorno e i corsi di teatro, o arte, o sport nel pomeriggio, e ‘se hai un problema con una materia l’insegnante è sempre lì quindi vi vedete, che ne so, dopo cena o la mattina prima della scuola’. Si torna a casa un paio di weekend a trimestre, inizia dagli undici anni.

Mentre la ascolto raccontare di storie alla Hogwarts, amicizie indissolubili ed esperienze impagabili, ricordo mia madre usare il ‘guarda che ti mando in un collegio svizzero’ come una minaccia.

Io sono rimasta a casa coi miei per troppi anni, semplicemente perché abitavo in una città dove c’erano le Università (e quindi che bisogno hai di spostarti?) e gli affitti avevano prezzi alti rispetto a costo zero di casa mia (e quindi che bisogno hai di spostarti?).

Inoltre è un po’ un motto della mamma italiana questo ‘che bisogno hai di spostarti?’ come se spostarsi fosse un male, anzi un torto inflitto al genitore anziché un modo per esplorare il mondo – o anche solo il proprio Paese, un altro quartiere, o una nuova sfaccettatura di sé stessi.

Questa mancanza del bisogno di diventare indipendente presto, di contare sulle mie forze e avere del tempo/spazio autonomo per misurarmi con me stessa, mi ha pesato addosso per molto tempo. Lo sentivo come un difetto imposto anche quando tutti i miei amici legittimavano la mia vita facendo le stesse cose: non andando a vivere da soli, non considerando altre Università se non quella vicino casa, non pensandosi al futuro se non abitando nello stesso quartiere, poi mettendo su famiglia e mandando i figli nelle scuole dov’erano andati loro, a portata di nonna, di vecchi amici, di rassicurante abitudine. In molti l’hanno fatto e, fino ad un anno fa, anche io.

Non ero felice.

E’ sempre difficile giudicare le abitudini di un popolo, ma più parlo con americani, inglesi, francesi, australiani, tedeschi (e aggiungete svariate altre nazionalità) più noto che questo attaccamento alla famiglia è tutto italiano. Ed è giusto e sbagliato al tempo stesso, perché inibisce certi slanci di indipendenza. Indipendenza dalle cose, e anche dalle persone, ma soprattutto dalle versioni datate di noi stessi. Quelle che circolano insieme alla gente che ci ha definito da una vita ma forse mai conosciuto e, inevitabilmente, ne resti impregnato.

Da quando sono qui  mi sento tanto provinciale al cospetto di questi viaggiatori poliglotti ed estroversi, capaci di abitare ovunque, fare amicizia con chiunque e sapere con un discreto margine di errore chi sono, per essersi così tanto sperimentati.

Al tempo stesso mi rendo conto di quanto io sia fortunata ad essere qui perché, anche se si esce perdenti da riflessioni come questa, l’importante è farle.

Commenti

  • A chi lo dici?
    Io sono uscita di casa a 19 anni per studiare, ma in confronto agli inglesi mi sento mia nonna ogni volta che ci parlo.

    • Chiara

      sei fortunata e già più avanti di me se sei uscita di casa a 19 anni!

      • Non sono fortunata. Per anni nn sono uscita la sera e non mi sono mai comprata niente perché la mia priorità era la formazione. Non sei fortunata nemmeno tu, perché per avere quello che hai, hai fatto dei grandi sacrifici, sacrifici emotivi, i peggiori. Fai un bel sondaggio, chiedi a quante di certe megere incartapecorite sarebbero disposte a star lontane dal proprio compagno, senza sapere quando potranno riavere indietro la propria vita, vedendolo quando puoi, quando può, perché non esiste al mondo che avresti potuto vietargli di inseguire la carriera ed i suoi sogni e perché vi siete dati un appuntamento nella vita, degli obiettivi. Io so perfettamente cosa vuol dire e riesco solo ad immaginare marginalmente la gioia del giorno in cui, forse, potrò coniugare di nuovo i verbi al plurale.

        • Chiara

          Prestissimo, ti auguro!

        • Carla

          Cavoli, mi rivedo in ogni tua singola parola…è dura, ma sono sicura che abbiamo fatto entrambe la scelta giusta. O almeno è quello di cui cerco di convincermi quelle volte in cui sento che la cosa mi pesa un po’ 😉 Per quanto riguarda le megere incartapecorite, ne cononsco anch’io alcune (anche megeri), che accetterebbero un lavoro solo nella città natale. Ma come si fa? Di questi tempi, poi. Un saluto dal Belgio 🙂

      • grazie! speriamo 😉

  • sto dentro alla tua riflessione come un cucchiaio di nutella tra due galletti mulino bianco. non c’è bisogno di crescere e non si è mai troppo grandi per imparare qualcosa…

  • elleanna12

    Amen, sorella.
    Come sono contenta di vedere che stai cambiando e uscendo dal guscio italiano… si le nonne sono la salvezza, ma fino a un certo punto.
    Uscire dal guscio non e’ facile ma ti da’ una prospettiva di vita di vita diversa. Cambiare si puo’. Essere da soli, anche con prole, in un paese estero e’ possibile, ed e’ divertente.

    Ho lasciato l’italia per gli stati uniti quasi 10 anni fa, e non me ne sono mai pentita, anche se e’ stata dura (ed ancora lo e’) come un macino.

  • Mamma mia, come hai ragione. Quando, alla tenera età di 30 anni, sono andata a vivere per conto mio (per la seconda volta dopo l’università), mia madre mi ripeteva: “Ma non sei felice con noi? Cosa ti abbiamo fatto?”. C’è qualcosa di sbagliato in noi italiani, lo sostengo da tempo!
    Cinzia

  • Ecco perché sono felice che Siegmund sia anche tedesco. Ancora quindici anni e poi se ne andrà all’Università, vattelapesca dove. Ma già prima sono sicura che partirà con lo zainettone da saccopelista, l’iPhone 16 e tanti saluti a Mammà (che, si spera, non resterà lì, «alla finestra col biberon in mano», come cantava un tuo concittadino lustri fa, ma ne approfitterà per farsi qualche viaggetto con Paparino suo, come ai vecchi tempi). Per quanto potrò, lo spingerò ad assecondare il suo lato germanico – continuando però a nutrirlo con tanti carboidrati italiani (finché non sarà sufficientemente cresciuto per farlo da solo, precisiamo).

  • come capisco il tuo ragionamento….anche per mia madre l’estero è “il male”…

  • Paola

    Noi romani, con il fatto delle millemila università a disposizione, su questo siamo un po’ penalizzati…io avevo una voglia di andare a Pisa, ma: “che bisogno hai di spostarti?”

  • Gloria

    Pensa quanto mi sento provinciale io che vivo in Valtellina, eppure andare via da casa il lunedì mattina per andare a Milano mi pesava da matti e tornarci il venerdì era sempre bello. Non che si stesse male a Milano però…non era casa. Non lo so, io credo che dipenda anche dal tipo di persona che sei. Viaggiare ti apre la mente e su questo non c’è dubbio e spesso provo un po’ di sana invidia per chi lo fa spesso ma poi penso che io sto bene come sto, con i miei pochi viaggi, con la mia vita “monotona”, con le mie poche conoscenze, con la mia famiglia vicino vicino. Che tra l’altro è un gran bel vantaggio economico! 😉 Sei ancora giovane e stai facendo tante di quelle cose che puoi ancora diventare quello che vuoi! L’importante è essere felice. 🙂

    • GeertWilders4president

      Sono convinta che presto la nostra Valtellina sarà un monnezzaio. Ci saranno sacchi dell’immondizia ovunque. Per il momento non è così, almeno esteticamente, ma la ‘cultura’ latente c’è già. Ho paura per quel giorno.

  • Sulla scrivania c’era lo stesso identico mappamondo!!! Il mio aveva pure una lente d’ingrandimento che a seconda dei momenti puntavo sull’Inghilterra o sugli Stati Uniti. In Inghilterra ci sono arrivata negli Usa ancora no.. Io abito nel profondo nord est, anzi direi all’estremo confine nord est dell’Italia.. Ricordo la scelta di andare all’università non nella mia città ma altrove, come una delle scelte più importanti. Ero chiusa come un riccio e sono migliorata al punto da lavorare poi in un settore, quello delle pubbliche relazioni, che con la timidezza ha poco a che fare.. Ricordo quando dissi a mamma che andavo un mese a Londra per la tesi..da sola.. ehm.. all’inizio per prepararla le mentii dicendo che ci andavo con una mia amica.. poi inventai un contrattempo e via.. ora io sono qui e mia sorella è in Svizzera.. I miei sono sempre stati titubanti, ma non ci hanno mai fermate.. Spero di riuscire a fare altrettanto con bimba 🙂

  • Chiara, anche io ho amici internazionali che dalla tenera età mi danno una pista in fatto di indipendenza, però molti di loro invidiano anche il nostro sistema “mammario”, quello di non essere mai del tutto figli del mondo, ma sempre prima figli di qualcuno che si preoccupa ancora quando mangiamo poco. 🙂

    Sta a noi scollarsi da genitrici, nonni, radici e perderci per il mondo, lo possiamo fare a qualsiasi età e diventare indipendenti pur rimanendo italiani mammoni, basta equilibrio.

    Dobbiamo avere la testa per farlo, non basta solo girarlo, il mondo, per saperci vivere come a casa propria. Non mi sono mai mossa dalla provincia di Roma perché non ho avuto la fortuna di essere libera materialmente (la malattia di mia madre mi ha costretta a lasciare pure la scuola), ma sono in grado di vivere anche in una cuccia con dieci persone che parlano lingue diverse, perché sono stata cresciuta così, fin da bambina mia madre m’ha lanciato in corsa in diverse culture, quelle che passavano dal nostro porto e bussavano alla nostra porta. Alcuni miei amici, sempre di ritorno da qualche viaggio, pur avendo prosciugato le mille esperienze del mondo, ancora non riescono a capire e a comunicare con il proprio vicino.

    Secondo me tu sei ancora in tempo per diventare “Chiara, cittadina del mondo”. Avoja, fino all’ultimo respiro hai… abbiamo tempo. 🙂

  • Hermione

    Stavolta non sono proprio d’accordo. Faccio parte di quelli che definisci fortunati, perché sono andati a studiare e poi lavorare in un’altra città. Però, dopo dieci anni fuori, io ho sentito il bisogno di tornare. E sono, nonostante tutto, fortunata, perché ho molti amici che vivono lontani dalla “nostra” città per necessità lavorative e vorrebbero tornare, ma non possono. Girare il mondo, conoscere altri mondi e modi di vivere è bello e non dico che non mi piacerebbe farlo, ma ogni tanto, per poi tornare qui, dove ho i miei affetti. So cosa vuol dire lasciar andare le persone care, uscire fuori dalle loro vite e noi dalle loro, pur rimanendo in contatto e pur compensando con nuove amicizie. Sono ferite che non si rimarginano. Ancor di più quando comportano il “rinunciare” alla propria famiglia. Sarò fuori dal coro, ma anche a costo di ingoiare rospi, io non voglio più farlo

    • Chiara

      senti il bisogno di tornare perché ti sei allontanata. Allontanandoti, hai fatto esperienze che inevitabilmente nella tua città non avresti potuto fare. E’ vero che tornare è difficile, ma allontanarsi è comunque formativo.

  • Assolutamente d’accordo, soprattutto sull’emancipazione dalle “versioni datate di noi stessi”!
    Per fortuna dove abitavo io non c’erano tutte tutte le facoltà e quindi sono riuscita a trovare una buona scusa per andarmene! 😉

  • Concordo sul fatto che gli anglosassoni sono davvero avanti in quanto ad indipendenza…mio marito ha studiato un paio di anni di universita’ in scozia, e gli anni rimanenti in un’altra citta’ d’italia, lontana dalla sua, nonostante avesse a portata di mano un’universita’ buona..ma e’ stata una scelta, e quando mi racconta di quegli anni la’ gli brillano gli occhi…
    vogliamo che anche nostra figlia sia pronta a vivere esperienze fuori, se lo vuole..senza catene o sensi di colpa..
    (io invece universita’ vicino casa, e me ne pento)
    darling

  • Già già, conosco bene la sensazione che descrivi, quando amiche girovaghe ti raccontano la loro zingara vita e tu sei lì davanti al caffè che pensi: “Ma perché non l’ho mai fatto?”.
    Certo, come dici tu c’è un gene tutto italiano che ci rende forse più sedentari, più pigri, più attaccati alle comodità, ma per me resta in primis una questione soggettiva. Che poi dipenda anche dall’educazione ricevuta è verissimo. Io mi vergogno a dirlo ma non ho mai preso l’aereo. Non ho mai fatto una vacanza studio nè ho preso un appartamento nella città in cui studiavo. Ho trovato lavoro a 500 metri da casa, sono nata e cresciuta nello stesso paese per quasi 30 anni. E’ un outing coraggioso!! Certo, sono una grande sognatrice e viaggio molto di fantasia, ma sicuramente una delle cose che auguro al mio figlio è di buttarsi come io non ho saputo fare. Viaggiare, immergersi in culture diverse, scoprire se stesso attraverso l’altro, partire con uno zaino con la tranquillità di uno che sa che le sue certezze sono dentro di lui indipendentemente dall’area geografica.
    Bel post Chiara, come sempre!

    • Chiara

      se è indole è indole e amen, ma tanta “indole” in certi casi è culturalmente o familiarmente (?) imposta..

      • Nel mio caso familiarmente imposta è proprio il termine giusto…purtroppo.

    • GeertWilders4president

      Prendere l’aereo… c’è sempre una prima volta. L’ho fatto l’anno scorso per un viaggio che ci tenevo fare, tanto da superarne la paura. Non è così male, sembra di essere in macchina, e anche se voli a 15.000 metri sopra il livello del mare, non si percepisce il cambio di pressione come invece lo si sente quando si va in montagna in macchina.

  • VaLe

    Ho studiato e lavorato all’estero dai 18 ai 21 anni (ed avevo già abitato all’estero con la famiglia dai 12 ai 16 anni), ma sono sempre voluta tornare in Italia. Adesso mi chiedo come sarebbe andata se fossi rimasta “fuori”….

  • Francesca

    La vita e` un viaggio, chi viaggia vive due volte (o forse piu`)..Detto questo, mi permetto di aggiungere che un ruolo fondamentale al fine di crescere senza pregiudizio, con spirito critico e con grandi orizzonti, ce l`ha la famiglia e l`educazione ricevuta. Io non ho potuto, per motivi economici, spostarmi da Roma per gli studi ma fin da piccola sono stata educata all`amore per la lettura, allo sviluppo del senso critico e alla buona abitudine di pensare con la mia testa….e

  • Io sono uscita di casa a 18 anni anche se a Roma c’era l’universita’ ma gia’ a 13 anni i miei mi lasciavano partire da sola e ho girato mezzo mondo prima di andarmene definitivamente (pagandomi i viaggi)… oggi vivo all’estero in una determinata parte del mondo ma domani potrei andare da tutta un’altra parte e non avere problemi di adattamento… essere “zingari dipende molto da quanto la tua famiglia ti ha passato l’idea di scoperta e di sapersela cavare ma anche da quanto tu sei disposta a sapertela cavare. Certe volte e’ piu’ facile “dare la colpa” alla nostra provenienza piuttosto che a noi stessi sentendo il bisogno di giustificare come culturalmente imposto qualcosa che invece ci imponiamo spesso da soli (bel post!)

    • Chiara

      amen!

      • Oddio, non volevo pontificare ma evidentemente ho dato questa impressione, scusami!

        • Chiara

          ahaha no è nel senso che sono molto d’accordo. (anche se ci sono casi in cui la famiglia ti fa davvero ricatti psicologici… e alla fine sei tu a non voler più andare perché ti hanno convinto che non vuoi più andare)

          • Elisa

            Chiara, quanto è vero!!!

          • Questo post vorrei tanto farlo leggere a mia mamma, ma non lo faró perché come al solito lo interpreterebbe a modo suo dicendomi “nessuno ti ha mai impedito di fare niente!”. Il fatto è che anche io sono andata via di casa a 19 anni per fare l’universitá, i primi 3 anni a 50 km dal mio paese, i seguenti due anni ho valicato i confini della mia isola sarda per andare a studiare a Siena…e con quanta fatica li ho vissuti, mia madre si disperava ogni volta che ripartivo, mi sentivo così in colpa! E che fatica provare a farle digerire i 6 mesi passati in Francia…aveva accettato il fatto che ci andassi solo perché era giá lí il mio ex fidanzato, una persona di cui si fidava e che poteva proteggermi. E ora che con lui ci siamo lasciati, dopo 5 anni di convivenza a Milano e un matrimonio fallito dopo 2 anni, io ho fatto baracca e burattini e sono venuta a vivere a Barcellona. Cambio aria, cambio tutto. Compreso il sentirmi sanamente lontana da mia madre che, per quanto ami, ha questo gusto sadico per ricordarmi quanto io sia ingrata, egoista e cinica per aver voluto mettere in pratica il (secondo me) sacrosanto diritto di vivere la MIA vita. Con i miei errori e le mie soddisfazioni. Ma quanto è difficile liberarsi da questo senso di colpa e cercare di farsi scivolare addosso le accuse…credo che le mamme italiche siano dotate di un talento naturale in quanto a ricatti psicologici. Tutto per il nostro bene, ovvio..ed è sicuramente impagabile il sentimento di amore familiare con cui siamo state cresciute. Peró io ci vedo anche una buona dose di egoismo, in questo italico modo di considerare la famiglia. Della serie “il figlio è mio e me lo gestisco io”. Anche quando, come me, ha giá i suoi bei 30 anni. Mi riconosco moltissimo in quello che scrivi, Chiara, e l’importante secondo me è smettere a un certo punto di ascoltare troppo gli altri e di concentrarci sulla frase che hai scritto tu: “Non ero felice”. E ora invece stai lavorando per esserlo. Per me è il traguardo piú importante: ti auguro (e mi auguro) di avere sempre il coraggio di voler essere felice.

    • Francesca

      Anche secondo me si dà spesso la colpa alla nostra provenienza o alla nostra famiglia o alla nostra cultura, ma in realtà penso che la “colpa” sia dell’individuo.
      La mia migliore amica si è pagata l’università, università italianissima, in una città per niente economica al pari di Roma, lavorando tutte le sere come cameriera e barista, pur di uscire di casa, perchè voleva essere indipendente.
      Io stessa ho fatto un percorso simile.
      Ad un certo punto secondo me ci nascondiamo dietro mille scuse, ma la verità è che non si ha il coraggio.
      Se i genitori non lo capiscono, beh, se ne faranno una ragione, e se non capiranno pazienza.

    • Effettivamente credo che a parte la famiglia sia anche una questione di disposizione e carattere personale. Io ho sempre voluto partire e imparare l’inglese da quando avevo 6 anni…nonostante la mia famiglia non viaggiasse e non fosse poliglotta. Ho avuto la fortuna di poter andare negli stati uniti a 19 anni (un brutto incidente non e’ mai stato cosi’ utile), fare l’universita’ in Emilia Romagna perche’ la mia facolta’ non c’era a Roma…poi di fronte alla desolante prospettiva lavorativa italiana ho fatto domanda per una borsa di lavoro a Londra (il famoso progetto Leonardo…benedetta UE) e cosi’ ho cominiciato a lavorare in giro per l’Europa. Una cosa che noto in me rispetto a molti italiani vissuti all’estero e’ che non ho quella mancanza dell’italia che molti provano. Mi chiedo se questa disposizione non aiuti a far spiccare il volo. Che ne dite?

    • GeertWilders4president

      Non hai tutti i torti.
      Ma fa parte degli italiani ‘boooh, è colpa di Berlusconi (perchè Berlusconi è come il prezzemolo)”
      No caro, è prima di tutto colpa tua!

  • Giulia

    Ho 19 e ho iniziato l’università da appena un anno, subito dopo aver finito il liceo. Purtroppo anche io sono mi son sentita dire “che bisogno hai di spostarti?” e alla fine c’ho creduto e sono rimasta casa con mamma e papà e l’università a due passi. E se oltre ai soldi (fattore da non sottovalutare) fosse anche il coraggio quello che manca e ci fosse, al contrario, tanta insicurezza??
    PS Blog meraviglioso!!Aspetto sempre i tuoi post con trepidazione!!

  • Francesca

    …dicevo (mi e` partito il commento prima di averlo concluso)…L`educazione ricevuta mi ha permesso, ora di adattarmi alla mia vita all`estero e seppur rispetto a molti altri, conosciuti qui, ho, di fatto, meno esperienza, non mi ritengo meno matura o piu` provinciale..Rimane comunque il fatto che, per mio figlio, mi faro` promotrice accanita del motto: “amore di mamma, vatti un po` a guardare il mondo vai” 😉 Saluti a tutti!

    • Chiara

      grazie Francesca! ma sei così giovane hai ancora tempo! perché ad esempio non cerchi un corso estivo o postlaurea all’estero? ci sono molte borse di studio!

  • Credo che tutto abbia un prezzo. Non è sempre una fortuna andare via di casa, la fortuna è viaggiare, crescere e sentirsi arricchiti dalle proprie esperienze, dalla diversità che si vive, ma poi poter tornare, avere un posto che chiami casa. Sono andata via da casa molto presto, mi ritengo fortunata rispetto a chi non è mai uscito veramente dal suo piccolo mondo fatto di certezze, ma non più fortunata di chi ai tempi dell’università poteva tornare a casa nei we. Quando cresci e diventi grande lontano da casa, quando hai anche tu una famiglia, senti il bisogno di tornare, anche solo per un po’ a guardare quegli occhi che ti conoscono da una vita, che sanno chi sei, da quelle braccia a farti stringere ancora un po’. E non è tornare indietro, quello non si può, è trovare conforto, coraggio per andare avanti e crescere ancora.

    • Chiara

      trovo bello il tuo commento ma qui stiamo parlando anche di come sia scoraggiata l’indipendenza dei ragazzi in Italia. Certo che tornare è bello e trovare addirittura un equilibrio tipo “la settimana mi faccio i fatti miei e il weekend torno da mamma” è appagante, ma credo sia comunque preferibile un’indipendenza pagata a caro prezzo che stagnare in un orizzonte limitato e già conosciuto quasi senza renderci conto di farlo, solo perché allontanarsi diventa “una colpa”.

    • GeertWilders4president

      Ma non è reato tornare nel paese d’origine per le vacanze. Non c’è bisogno di giustificarsi.

      Pensa che i genitori di mia mamma sono andati all’estero quando erano già su di età (ma non sono tanto lon tanto lontani, io vivo sul confine tra un paese ed un altro). Non c’è stato problema per l’età.

  • Il tuo post mi ha fatto riflettere e mi ha fatto anche un po’ male. Male nel senso che hai colpito nel vivo.
    Io sono quella che non s’è spostata, che -salvo una parentesi all’estero che per ragioni molto importanti sono stata impossibilitata a prolungare- è rimasta nella stessa città, addirittura nella stessa via (!!!!).
    Eppure amo “perdermi altrove”, parlo le lingue e mi sono sentita sempre bene lontano da casa. Oggi che sono madre sogno un futuro cosmopolita e più libero per mio figlio, ma io rimango una patetica nostalgica.
    Ho nostalgia di ogni persona, cosa, luogo. E’ una palla al piede che mi sono messa da sola ed ogni tanto mi diverto pure a stringere la catena, senza sapere bene il perchè io lo faccia.
    So che all’estero è dura, so che tanti che partono lo fanno perchè non sono riusciti a realizzarsi nel loro Paese che gli continua a mancare immensamente ma, come dici, partire è sempre formativo, un modo per scoprire le nostre risorse ed i nostri limiti.
    In questo noi Italiani siamo un po’ un popolo sui generis, è vero. Raramente abbandoniamo il nido ed ancora meno veniamo “invitati” a farlo, anzi. C’è del positivo e del negativo in questo, lo riconosco.
    Sono felice che tu sia riuscita a realizzare questo passo, a prendere coraggio. Ne uscirai ancora più forte.
    Per quanto mi riguarda, spero sempre che la vita mi conceda, ancora, un’altra possibilità. In fondo, lo ammetto senza reticenza, è stata spesso molto buona con me ed alla speranza non c’è mai fine. Giusto?

    Saretta

    • Chiara

      ma certo!!! Ho scritto questo post perché colpisce anche me nel vivo. Io ho aspettato anni la mia occasione e l’ho avuta ora quindi… non è mai troppo tardi!

      • MariangelaF.

        E esattamente qual è stata la tua occasione? Hai forse trovato un lavoro a Londra o ti limiti a guardare per aria fotografandoti la duckface a trent’anni suonati?

        • Chiara

          La mia occasione è stata il mio Lui. Conquistato a suon di duckface ovviamente. Grazie al cielo il mio lavoro E’ cosmopolita: posso lavorare anche da Timbuctu se voglio.

    • C.

      Ufff… colpita e affondata anche io. Questo post fa male anche a me. Anche io sono di quelle che si è messa da sola la palla al piede della nostalgia. Spero solo di avere la forza di incoraggiare mia figlia a lasciare il nido e collezionare tante bellissime esperienze cosmopolite.

  • Io sono nata e cresciuta in un paesotto di provincia che non mi è mai piaciuto un granché e mi sono pentita di aver fatto lì uno schifo di liceo e poi l’università a Roma, vicino casa. Nonostante abbia avuto sempre la massima libertà, abbia viaggiato e fatto vacanze studio in UK mi è sempre rimasto il sogno delle scuole modello anglosassone, e vorrei che i miei figli potessero fare un’esperienza così ( sempre soldi permettendo!). Per quanto riguarda le mamme italiane però non sono d’accordo. Sono le migliori, almeno la mia lo era, e non sai quanto ti manca la persona che ti amava di più al mondo quando non c’è più! Lei non mi ha mai impedito niente, era felice se io ero felice e forse sono stata più io a non volermi staccare da lei che non il contrario. Si vede che me lo sentivo che non avremmo avuto molto tempo per stare insieme. Ad ogni modo penso che il binomio perfetto sia mamma italiana e vita stile inglese: proprio come capiterà a Viola se resti lì! Bimba fortunata….

  • My

    Mah. Essere provinciale è una forma mentis, per dire, te sei nata a Roma e sei provinciale. Chi non ha soldi e modo per andare all’estero dovrebbe sentirsi invogliato da questo post?

    • Ho scoperto dopo tanto tempo che i soldi sono una minima parte della faccenda, te lo dico sul serio perché ho fin troppi casi sotto al naso, non possono essere tutti ricchi sfondati. Esistono mille modi oramai per spostarsi. Quello che manca è intraprendenza e curiosità.

      • GeertWilders4president

        Tanti si lamentano che non hanno i soldi per spostarsi. Intanto scrivono su internet per frignare, e questo già vuol dire tener acceso il PC più a lungo e aumentare la spesa della bolletta. se rinunciassero a PC e TV, qualche soldo da parte riscono a metterlo.

  • SImona

    E’ la prima volta che commento nel tuo blog. Sono del tuo stesso parere ma penso che l’aspetto economico non sia da sottovalutare. Anch’io sono andata via di casa a 19 anni, ho fatto la triennale a Cagliari e ora la specialistica al politecnico di Milano. Purtroppo non tutti possono permettersi gli affitti esorbitanti di questa città, e ne conosco tanti. Molte volte non bastano le borse di studio e i lavoretti part-time ormai non sono proprio all’ordine del giorno (tra l’altro senza considerare l’università che si fa, la mia per esempio ha orari estenuanti, per non parlare della mole di studio che ci sta dietro). Certo, volere è potere, ma io non giudicherei così facilmente, ogni situazione secondo me è a sè stante. Non è solo questione della mamma che vuole avere i figli a casa, magari è anche una questione di “non voglio pesare ai miei con 500 euro di affitto al mese escluso TUTTO il resto”.
    I ragazzi italiani poi hanno il problema del laurearsi il prima possibile altrimenti ciao posto di lavoro (e nel 90% dei casi non si trova neanche così) e qui mi ricollego ai lavoretti part-time che magari tolgono tempo allo studio, idem per l’anno sabbatico in giro per il mondo.. poi certo ognuno fa le sue scelte! insomma, ci sono tante cose da valutare! Io ovviamente parlo dal punto di vista del mio percorso di studi, cosa pretende la mia università e cosa pretendono le aziende nel mio futuro campo lavorativo.
    Mi dispiace se sono stata un pò confusionaria, ho scritto di getto un pò di pensieri sparsi (che magari non avranno molta coerenza)! un bacione

  • Qui da me ospito non pochi wwoofers (wwoof.org) che zaino in spalla girano il mondo spostandosi di fattoria in fattoria, risparmiando. Poi si muovono spesso in autostop e uno dei miei preferiti, dalla Virginia with love, adesso è su una barca a vela, dala repubblica dominicana diretto in Norvegia. Io e il mio compagno abbiamo viaggiato abbastanza zaino in spalla ma niente a che vedere con questi neozelandesi, australiani e ammmmericani che a 18 anni vanno e al massimo mandano una cartolina a casa, sempre che trovino il tempo di scriverla con tanto esplorare. Pensa che poi dopo due anni mi ha scritto un wwoofer olandese che è arrivato in Nepal in autostop. Ti giuro, è vero, se vuoi ti copioincollo la sua email. Io spero che mio figlio prenda da loro. ad ogni modo questa voglia di casa è tanto italiana, come spagnola, il mio compagno a 19 anni è andato a vivere a 200 mt da casa dei suoi, giusto per provare e sua mamma diceva “Figlioooooooo mio, torna casaaaaaaaaa!”

  • Daniela

    sono una mamma un pò “datata”, ho 52 anni, ma ti seguo dall’uscita del tuo libro. Mia figlia ha 23 anni ed ha frequentato l’università (solo il primo anno…poi ahimè ha mollato) fuori…unica fra tutte le amiche, non si è trovata bene, le amiche erano rimaste tutte qui e conducevano la solita vita e a lei tutto questo mancava. Da genitori ci siamo accorti che più la spingiamo a partire e più lei respinge l’idea, quindi abbiamo “allentato” la presa…e adesso lei parte! iniziamo con un 3 mesi in Irlanda tanto per vedere come se la cava con la lingua, se si riesce a trovare un lavoretto…e poi chissà!! Siamo felicissimi della decisione che ha preso e siccome il secondo figlio (16 anni) passerà 15 giorni a Londra in un college non vediamo l’ora di avere la casa vuota tutta per noi! Che dici? siamo anormali?

    • Normalissima direi 🙂 Sicuramente un genitore dovrebbe guidare non imporre…in linea di massima.

  • Coltivare l’indipendenza si sa, non è un hobby italiano.

    La facilità con cui si spostano i giovani, ma anche gli adulti e le famiglie in Europa è per noi inconcepibile. E se una parte di responsabilità ce l’hanno i nostri genitori è pur vero che moltissima ne abbiamo noi, che non vediamo nulla di anomalo nel restare con loro. Perché la libertà è bella, ma comporta tante responsabilità e quelle sì che fanno paura.

    E’ pur vero che le difficoltà di budget e opportunità sono molto più accentuate in territorio italiano. Rispetto ad esempio ad un ragazzo francese che spesso lavora già dal liceo, durante l’estate, e che riceve un sussidio e un aiuto per l’affitto dallo Stato mentre studia (qui a 23-24 anni fanno il loro primo figlio, visto che da anni hanno già casa e lavoro). Lui di dubbi ne ha molti meno.

    Perché è vero che noi italiani siamo mammoni e pigri, ma in questa consolidata abitudine ognuno deve prendersi le proprie responsabilità. Allora forse, invece di lamentarci si troverebbe una soluzione.

  • Matilde

    Ma chi decide cos’è essere “avanti” e cos’è essere “indietro”? Io sono fuori casa da sette anni (ne ho 27) e all’esterno da tre, eppure non credo di essere più avanti o più indietro di nessuno. Sono vite diverse, ognuna offre le sue “sperimentazioni di sè”: a renderle più o meno importanti (o, addirittura, decisive) è la consapevolezza con cui le si fa. Ci si può lasciar vivere anche a New York. Buona serata, Matilde

    • Chiara

      mi sono persa il pezzo dove parlo di gente avanti e gente indietro. pensavo invece di parlare del problema di percepire – a volte – la propria indipendenza come una colpa, ma evidentemente mi sono spiegata male.

      • Matilde

        nel secondo commento, ciao. m.

        • Chiara

          ‘sei un pezzo avanti’ è un modo di dire quando qualcuno fa qualcosa o inizia a fare qualcosa prima di te.

  • Paola

    Ciao Chiara,

    Io pur ritenendomi un’italiana “atipica” da questo punto di vista – a 19 anni sono uscita di casa per fare l’Università, ho fatto l’Erasmus in Francia e in Canada, ho vissuto a Parigi, a Bogotá e in Amazzonia ed ora sono ad Oxford – mi sento sempre un po’ provinciale rispetto ai racconti di viaggio, alle esperienze di vita o dei gap year di qualcuno che viene dal mondo anglo-sassone.
    Credo che noi italiani siamo sempre un po’ più turisti che travellers e per niente backpapers. Io non ho mai conosciuto nessun connazionale che abbia preso e sia partito zaino in spalla per un anno quando aveva 20 anni. Un po’ perché finiamo l’Università troppo tardi, un po’ perché di solito quando studiamo non lavoriamo e quindi non abbiamo 5.000-10.000 euro da “investire” in un viaggio in giro per il mondo. Last but not least, siamo un po’ viziati, sia dalle nostre famiglie sia dal fatto di vivere in un Paese così bello (dal punto di vista del clima, del cibo e dello stile di vita) come l’Italia.
    Una cosa ti posso dire, forse viaggiando tanto si impara a capire un po’ prima gli altri, che gusti può avere una persona, da che background viene, vedrai anche tu a Londra, già uno zip code dice tante cose…purtroppo non scazzare con noi stessi rimane sempre la sfida più difficile.

    • GeertWilders4president

      Quelli che si sentono troppo aventi sono quelli che se la tirano, tante volte. La gente che se la tira credendosi il meglio della propria categoria, o del mondo, non mi è mai piaciuta.

  • Ti capisco. Anzi, penso che la mia situazione attuale mi renda anche più infelice di quanto fossi tu fino ad un anno fa. Abito in un paese molto piccolo e abitare in certi buchi insignificanti sulla faccia della Terra è molto peggio che abitare in una grande città. Mentre tanti miei vecchi compagni di liceo sono andati in altre città per frequentare l’università, io sono rimasta nella mia regione perché la materia che volevo studiare era trattata in maniera valida in un’università della zona e quindi ho pensato “Perché andare via, se a poca distanza da casa ho una buona università?”. Non mi sbagliavo, l’università non ha deluso le mie aspettative. Sto per concludere la triennale e poi dovrò pensare alla specialistica. La tentazione di restare qui c’è: per comodità, per risparmiare, per il fatto che l’università non è dispersiva e conosco tutti i professori e saprei cosa aspettarmi dai prossimi due anni. La verità però è che se resto ancora a casa probabilmente rischierei di esplodere. Credo che ad una certa età sia un bene vivere un’esperienza lontana da casa, soprattutto se, come me, nel paesino dimenticato dal resto del mondo non ci si è mai sentiti a proprio agio.
    Penso che tu abbia fatto un’ottima scelta e spero di poter seguire il tuo esempio dopo aver conseguito una laurea “vera” (che la triennale, lo sappiamo tutti, vale poco…).

    • GeertWilders4president

      Andare all’estero è giusto, ma il paesino secondo me spesso è migliore della grande città.
      Nelle grandi città c’è il fascino che tutti la conoscono, e questo fa figo. Ma anche nei paesini o nelle piccole città si può vivere bene. Anzi, proprio perchè piccole a volte funzionano meglio.
      Qui dove vivo c’è gente che trova lavoro abbastanza in fretta o i tempi per certi servizi non sono poi così lunghi proprio per le dimensioni.

  • Laura

    Ciao Chiara. Già dico che questo commento non è politicamente corretto. Ho 21 anni e sono fuori da 3, vivo a Roma e mi sono trasferita da un paese del sud per frequentare quella bolgia infernale della Sapienza. Ho combattuto le mie battaglie per fare questo grande passo, in primis con la famiglia (NON PUOI ANDARE ALL’UNIVERSITA’ DIETRO CASA?), e ne vado fierissima perché mi ha permesso di sbattere la faccia contro il muro della vita reale. Partendo dal presupposto che io sono una privilegiata (ma non sono ricca, manco benestante, sia chiaro), visto che la famiglia mi ha concesso questo onore, io credo che i genitori vadano educati. Il genitore medio italiano è TERRIBILMENTE PROVINCIALE. Non nascondiamoci dietro le lasagne, il genitore italiano medio appartiene ad una generazione a cui bastava il diploma delle scuole medie per trovare lavoro. Ci stupiamo del fatto che non capisca Londra, i grandi atenei, le lingue straniere? Terribilmente provinciale è anche cominciare a preoccuparsi della rette universitaria quando il pargolo ha 19 anni mentre in America aprono un conto bancario le mamme col pancione. Poi possiamo dire che si cresce anche andando all’università dietro l’isolato, che le vacanze è meglio farle al mare, basta che poi non ci lamentiamo quando ai colloqui che contano rispondiamo con “ai dont anderstand”.

    • Chiara

      Non credo la metterei su un discorso genitori provinciali/ non provinciali, perché anche in Us o Uk ci sono dei begli ignoranti! E non perché hanno mandato in giro i figli sono ‘persone cosmopoite’, magari non lo sono affatto ma è culturalmente accettato e incoraggiato ‘lasciare il nido’ a 18 anni o forse anche prima nel caso delle boarding school. Il difetto del modello più classico di mamma italiana credo sia l’essere troppo protettiva, il che si traduce in una generica poca fiducia nella capacità di cavarsela del figlio (che certo, se non lo metti mai alla prova non se la caverà mai)…

      • Questo argomento mi appassiona! Lo osservo da anni. Credo che le differenze tra Italia e Stati Unit/UK/Francia/Germania siano fondamentalmente ‘colpa’ del bacino culturale in cui viviamo e ci muoviamo. Ognuno di noi assorbe i comportamente che vede intorno a se, li considera positivi e li tende a replicare (fenomeno dell’herding…quello della pecora!). Alcuni di noi per carattere o esposizione sono piu’ critici e fanno cose diverse. Ma in generale noterai che alcuni discorsi…pensa alla (paranoica) necessita’ di portare i bambini piccoli al mare (solo per dirne una) si fanno solo in Italia. Quindi gli inglesi o americani in genere non si comportano cosi’ perche’ sono meno provinciali di noi, ma perche’ replicano un memes comune nel loro paese che e’ diverso da quello italiano. Con questo chiaramente non voglio giustificare il ‘che bisogno hai di spostarti’… cerco solo di analizzare la questione.

  • roberta

    l’apertura mentale e il numero di esperienze che si sono fatte in giro per il mondo non sono legate da un assioma. è un luogo comune.

    • Chiara

      è un luogo comune con un grande fondo di verità. ma non è questo il punto. non voglio disquisire quali doti in più possano avere o non avere i ragazzi che hanno fatto esperienze all’estero (o semplicemente in altre città) fin da giovani. sto notando, con un sentimento che ancora non so ben definire, che in Italia l’indipendenza giovanile (aaaah, orrido aggettivo!) è per lo più largamente scoraggiata. cosa che non accade all’estero.

      • Yucchi

        in concreto però, tu cosa farai quando giungerà il momento della scelta dell’uni per viola?

        • Chiara

          Aaah e che ne so. Non so nemmeno dove saremo! Spero di essere abbastanza saggia da lasciarla andare, ma non posso garantire… sigh. Sono mamma italiana anche io!

      • ariel

        Concordo. Andata via da casa a 18 anni per l’università, ho deciso di ritornare nel paesello natìo dopo 7 anni, laureata,maturata ed indipendente. Ancora adesso, dopo 5 anni, chiunque critica la mia scelta di abitare sola e non nella casa “costo zero” dei miei come una scelta folle ed antieconomica, oltre che anticonvenzionale, ma per me, sebbene i miei abitino nello stesso paese e siamo ovviamente in ottimi rapporti, non c’è cosa più bella e che mi faccia sentire meglio. Mi sentirei fuori posto a vivere con i miei, con mia mamma che magari mi stira e lava pure i vestiti, a 30 anni!!!
        ho avuto cmq due grandi fortune: genitori con una mentalità aperta (so di casi di genitori addirittura offesi dalle scelte di autonomie dei figli trentenni!!) e possibilità di viaggiare spesso, cosa che ha reso la mia di mentalità molto aperta 🙂

      • roberta

        non so, Chiara. forse è vero quello che dici, ma forse è vero anche che molti giovani ci stanno e ci sono stati molto comodi a casa, che non è poi così frequente che ci siano situazioni di costrizione vere e proprie (se non economiche e sociali) e che andare a lavorare per mantenersi agli studi e poi tornare a casa e prepararsi la cena viene considerato troppo faticoso dall’italiano medio. anche giovane.
        il modo di essere mamma in italia è molto discutibile, ma fa parte della nostra cultura, la permea e la forma nel bene e nel male. non siamo l’unica cultura così, basta pensare alla letteratura ironica sulle mamme ebree (vedi moni ovadia o woody allen) o a quella sulle mamme latinoamericane o indiane.
        giustamente tu ti confronti con una realtà nordeuropea (considerando anche gli americani come frutto principalmente della cultura anglosassone) e le considerazioni che fai, in quest’ottica, sono inconfutabili. ma noi siamo figli di questa cultura nel bene e nel male, ripeto, e quindi anche di mamma e spaghetti. giusto il mandolino non si usa più 😉

        • GeertWilders4president

          Le mamme ebree? in Israele i figli sono incoraggiati a studiare all’estero per poi portare la conoscenza aa casa e far sviluppare ancor meglio il paese!
          Per l’indipendenza dei figli. Un conto è dove è un fatto culturae. In Svezia è lo stato a costringere le madri a staccarsi dai figli quanto prima. Non vuoi mandare il figlio all’asilo nido? lo stato te lo porta via. In Svezia stanno raccogliendo firme proprio per questo, cioè per togliere l’obbligo dell’asilo nido.

  • Vero, non ci si sposta mai per tutte le ragioni che hai detto sostenute anche dal fatto che qui costa qualsiasi cosa e non ci sono soldi. Bello uscire di casa presto, andare in un’altra Università rispetto a quella della propria città, girare il mondo: ma i soldi chi te li dà? E’ il sistema che ti frena, assieme alla *famiglia italiana* come l’hai un po’ definita tu. Il sistema che penalizza i giovani. Io quando avevo 20 anni (inizio anni 90), pur provenenedo da una famiglia normale, mica da un ambiente disagiato da “sotto il ponte”, col cavolo che mi sarei potuta permettere di girare od uscire. E ad oggi, 40enne sposata, col cavolo che posso permettermi le esperienze di viaggio e di lavoro che tanto vorrei arricchissero la mia persona. Sigh.

    • Yucchi

      Claudia, Chiara è ricchissima: forse i soldi per gli studi per lei non sono un problema. Waaah quanto vorrei un marito come LUI *.*

      • Chiara

        Sono RICCHISSIMA? Cazzo e perché non me l’ha mai detto nessuno?

    • Francesca

      Claudia scusa ma io ho la mia migliore amica che si è mantenuta da sola all’università, studiando di giorno e lavorando la sera nei ristoranti e nei bar, i suoi sono le persone più tirchie che io abbia mai conosciuto (pur avendo larga disponibilità economica) e non le hanno mai dato nemmeno 10 euro (non sto esagerando, davvero), quindi ad un certo punto, “volere è potere”, come diceva sempre mia nonna

  • Laura

    Guarda, non sto dicendo che in UK e USA siano tutte persone istruite e culturalmente evolute. I problemi stanno là, come stanno qua. Ho chiamato i genitori italiani “provinciali” perché l’atteggiamento di disprezzare o temere (per certi versi anche immotivatamente) tutto quello che esula dal proprio giardino di casa è provinciale. Non dico di lanciare i figli col boomerang alla scoperta dell’Amazzonia, ma nemmeno rifargli il letto fino a 30 anni. Sarà anche per una questione di protezione, anche se boh, penso che amare un figlio significhi lasciare che prenda il volo. Poi ovviamente, provincialismi in Italia, provincialismi in tutto il mondo. Non so, forse sono così accanita perché cresciuta in un buco del mondo e ora ho visto il FUORI.

  • Ziska

    Scusa non te la prendere, ma il titolo del post non mi piace, mi suona di giudizio. Non c’è bisogno di andare per i 7 mari per crescere, a volte basta affrontare i propri demoni interiori per farlo.

    Per affrancarsi dalla famiglia di origine non serve mettere chilometri e chilometri, l’indipendenza è uno stato mentale.

    Te lo dico perché per me è stato così. I limiti più grandi erano, come sempre dentro di me. Quello che mi bloccava non erano tanto l’educazione mammona italiana quanto le mie proprie paure. Che poi siano state causate dall’educazione mammona italiana in parte è vero, ma fondamentalmente il tutto nasceva dal fatto che io credevo che, per diventare una persona veramente libera, dovessi estirpare tutte le mie certezze; ma se una parte di me in quelle certezze ci stava stretta, un’altra parte ne aveva bisogno come il pane.

    Ho capito, con il tempo, che erano quelle certezze che facevano di me quella che ero e che la prigione che io vi vedevo non esisteva.
    Me la costruivo attorno per essere all’altezza di quello che, parenti e amici, vedevano in me.
    Dissi basta. Gli amici che non accettarono il mio cambiamento uscirono per sempre dalla mia vita (praticamente tutti) e iniziai una dura lotta per l’indipendenza con la mia famiglia. Dopo del tempo riuscii a fatica a diventare la persona che volevo essere, non perfetta, sicuramente da migliorare, ma ero IO e non un ruolo assegnatomi da altri. Ho trovato così degli amici veri, un ragazzi (poi fidanzato e marito) e un rapporto più equilibrato e libero con la mia famiglia di origine.

    A farmi capire che qui avevo costruito qualcosa c’è stato un brusco trasferimento per lavoro a 600 km di distanza (nemmeno tanto considerando che sognavo di andare a fare ricerca oltreoceano, diventare cittadina del mondo ecc). Stavo male. Ma male male. Mi mancava il mio fidanzato, immensamente, ma anche gli amici, la mia VITA che mi ero tanto faticosamente costruita attorno, che mi ero GUADAGNATA e che io VOLEVO.

    Oggi che sto per diventare madre so che per mia figlia voglio esattamente questo: che lei possa, da sola, trovare chi è veramente. Se per farlo dovesse viaggiare chilometri, andare a vivere agli antipodi o semplicemente trovare un lavoro per mantenersi agli studi pur non avendone bisogno ma solo per dimostrare a se stessa che può farcela, io l’appoggerò. Ma neanche la costringerò a prendere il volo. Sarà lei a decidere, sarà lei a capire quale strada intraprendere per diventare una donna felice e sicura di sé, forte e indipendente, ma soprattutto serena con se stessa. Speriamo di farcela.

    • Chiara

      sono d’accordo.

    • Francesca

      Ziska io sono d’accordo con te.
      I limiti, se ci sono, sono dentro di noi. Noi parliamo di università fuori , indipendenza etc..quando io intorno vedo gente a 30 anni suonati, sposata, cioè con una famiglia sua, che ancora porta i panni a stirare a casa di mammà…e dove vogliamo andare?!

  • Michela

    Questo post fa proprio al caso mio ultimamente. Ho quasi 24 anni e penso che sia arrivato il momento di muovere i primi passi verso l’indipendenza, anche perchè abito in un paesino minuscolo e pur avendo un lavoro non è certo in grado di mantenermi. L’occasione ce l’ho: una storia a distanza da 5 anni con un ragazzo di una città a quasi 500km qui. E’ ovvio che dopo così tanto tempo è necessario dare una svolta avvicinandoci, e recentemente mi hanno anche proposto di continuare a lavorare con la mia società..proprio in quella città! Sembrerebbe tutto girare a mio favore, eppure io certe volte mi sento ancora “piccola” per prendere questa decisione, mi dispiace andare lontano dal mio piccolo mondo e dover ricominciare da capo. Poi torno in me e mi dico che sono pazza, che devo sfruttare tutte le occasioni che mi si presentano, che devo conoscere il mondo vero e non questa piccola realtà, che non potrò puntare a niente di meglio di ciò che ho se resto qui, che questa storia comunque si deve concretizzare e per me potrebbe essere il trampolino di lancio. Oscillo tra queste due correnti di pensiero in continuazione, e intanto il tempo passa….

  • Marta

    Io sono ho fatto l’università a casa e sto ancora lavorando vicino a casa e se da una parte mi piacerebbe tantissimo andare ad abitare all’estero per un po’ (guarda caso, il mio cuore è a Londra) ne sono anche molto spaventata e so che questa è l’eredità della cultura Italiana, che mi ha fatto temere il distacco e la lontananza. Ma d’altra parte conosco una figlia di un’altra cultura che ha dovuto studiare via da casa per forza perché è importante conoscere il mondo ed è finita a vivere in casa del suocero a Roma (più stereotipo di così!) e che come io sto imparando a lasciare il nido, sta imparando a stringere rapporti interpersonali duraturi, cosa che nessuno le ha mai insegnato a fare. Come a me manca il viaggio, a lei manca la casa. Non penso che sia una buona cosa fare pressioni ai figli perché stiano in casa, ma neanche perché la lascino. Penso che le insoddisfazioni che ne derivano siano completamente equivalenti, quindi l’importante è cercare di evitare le forzature, non le scelte in sé! E più uno ha sofferto per una cosa da giovane, più è a rischio di esagerare dall’altra parte, quindi occhio!

  • Io ci lavoro da anni con questi ragazzi, perche’ lavoro all’Universita’. E’ vero che diventano indipendenti presto, ma per chi si domandava sopra la questione soldi, hanno TUTTI chiesto un prestito (almeno tutti quelli conosciuti da me). Qua in UK il governo ti garantisce un prestito per pagarti l’universita’. A chiunque, senza limiti di reddito. Li ridai una volta che hai cominciato a lavorare e guadagni piu’ di un certa cifra. Quindi hanno tutti dei debiti. Poi loro se ne fregano, comprano la casa, si sposano (a 26 anni!) e pagano un po’ alla volta. Voglio dire che si, i genitori l’indipendenza gliela danno, ma e’ piu’ semplice quando nessuno deve tirare fuori i soldi. Non faccio ne’ discorsi di bene o male, giusto o sbagliato, ne’ sto facendo confronti con l’Italia. Ho letto sopra qualcuno che si domandava dei soldi. Quello che dice Chiara, che qua sono piu’ indipendenti, e’ verissimo. A 21 anni me li ritrovo in laboratorio con tanto di laurea pronti a cominciare il PhD, pagato, e dopo essere stati 6 mesi in giro come le ragazze di cui racconta lei all’inizio. E si, hanno un sacco di cose da dire. Pero’ queste famiglie che li fanno andare in giro per il mondo, non so quanto lo facciano perche’ hanno a cuore la loro indipendenza, o ci sia una sorta di “menefreghismo”. Non in termini di cattiveria, proprio nel senso che tanti genitori sono per il vivi e lascia vivere.
    Poi anche io sono una di quelle che a 19 anni me ne sono andata, e ho sempre lavorato per mantenermi, nonostante gli esami a frequenza obbligatoria, lavoravo nei pub di notte e nei supermercati di week end. Mi sono spostata 2 volte in Italia, e due volte all’estero. Capisco bene la voglia di indipendenza, e di sicuro una buona parte la gioca anche il carattere. Adesso smetto perche gia’ e’ troppo lungo.

    • Chiara

      no anzi è molto interessante. Credo che una parte di “menefreghismo” ci sia, per questo salta così all’occhio la contrapposizione con la madre chioccia italiana. Chi faccia più danni, non saprei dire. Propendo per la chioccia.

      • Non ho madre chioccia quindi non saprei. Secondo me fanno danni entrambe, purtroppo. Quasi tutti i miei amici non stavano mai a cena seduti con i genitori, uno in cucina, uno sul letto, uno sul divano. Per dirne una. Nessuno di loro ha genitori che si sono offerti di ripagare il debito. Non per non amore, credo proprio per questa storia dell’indipendenza a cui sono abituati.

  • Scusa ma non sono per nulla d’accordo. Ci sono troppi clichées in questo post e troppi luoghi comuni (della serie i soliti bamboccioni italiani). Non puoi generalizzare la situazione di una romana come te (che poi per la mia esperienza ho notato sia molto diffusa qui a Roma, nel senso che qui a Roma in un certo tipo di ambiente è come dici tu). Per dire: della mia classe del liceo (di una città del Sud) circa un terzo è sparso tra Italia del Nord e estero. Noi del Sud col cavolo che anche 30 anni fa stavamo a casa di mammà, a dispetto dei pregiudizi. Tutti noi ci siamo rimboccati le maniche e via di indipendenza, e parlo di almeno 30 anni fa. E oggi credo sia ancora di più (non dico peggio o meglio, perché è soggettivo). E poi il disastro delle famiglie del Nord Europa dove lo metti? Lo sai che L’UK ha il record delle gravidanze bambine? Lo sai che le famiglie lì sono talmente sfasciate che non si ricordano nemmeno dei compleanni e si sfanculano amabilmente? E la chiamiamo indipendenza? E’ questo il premio dell’indipendenza? Piano quindi con i giudizi. Ci sono un sacco di giovani qui che si sbattono per conquistare la loro indipendenza in un ambiente ostile e vengono ricambiati da post come i tuoi o dagli epiteti da bamboccioni.. In Inghilterra hanno i prestiti, ma le famiglie spesso sono assenti. Poi sono attaccati al denaro come pochi. Scusami, io le ho vissute certe situazioni e detesto le generalizzazioni. Bisogna vedere le cose con un po’ di distacco. Non sei provinciale se non sai le lingue o non hai fatto la backpacker, lo sei se credi che loro sono meglio di te a prescindere solo perché sono stranieri e fighi. Quindi, calma.

    • Non credo che Chiara pensi che chi sappia le lingue o abbia fatto i backpackers siano migliori degli altri. Chiara e’ molto brava invece, secondo me, a scrivere sempre post senza mai giudicare, in positivo o negativo. Non credo poi che volesse fare dei confronti negativi o positivi con l’Italia, ma ha descritto bene una situazione, quella dell’indipendenza dei ragazzi inglesi, che e’ senz’altro corrispondente al vero. Almeno tra quelli che ho conosciuto. Come dici tu qua tanti hanno anche famiglie sfasciate. Infatti avevo aggiunto che in parte era indipendenza ma in parte menefreghismo.

      • Chiara

        Grazie Mo 🙂
        Hottanta capisco che questo post possa suscitare forti reazioni ma non mi sembra di aver giudicato nessuno, anzi ho parlato di questa riflessione sul l’indipendenza degli stranieri in modo molto riferito alla mia situazione personale, come puoi leggere. Non voglio generalizzare né giudicare, ma avere un’opinione al riguardo è inevitabile. La mia è questa, la tua è diversa perché parte da basi diverse.

        • Ci mancherebbe. Forti reazioni è un po’ esagerato, dai! Ma la cosiddetta indipendenza degli stranieri andrebbe un po’ ridimensionata, così come andrebbe rivisto il clichée degli italiani mammoni che non si schiodano da casa, non è proprio così. Il messaggio che vorrei mandare io è che l’Italia è davvero complessa. Per lavoro mi sono resa conto di quanto le mie idee preconfezionate fossero basate su dati inesistenti. Ho fatto un bagno di umiltà nel vedere come molte mie convinzioni fossero basate sui reportage farlocchi dei giornali. Poi io i dati e le ricerche un po’ più scientifiche li so leggere. Tutto qui. Giudicare è un’attività impossibile da evitare, e anzi secondo me è benemerita. Però, è giusto mettere in chiaro quanto ci possa essere di soggettivo in tutto ciò che diciamo e quanto il risultato di un minimo di ricerca invece possa provare a smentirci, è il mio bias! Trovo utile il confronto, non credere, ma in certa misura mi sembra di rivivere il mio passato.

        • Giulia

          Bè, oddio, già il titolo mi sa tanto di giudizio.

          • Chiara

            è solo ad effetto.

  • sono d’accordo su tutto, bel post, forse per me è tardi, anche se il desiderio di trasferirsi all’estero è lì che fa capolino dal cassetto dei sogni, spero di incentivare la mia piccola a esplorare il mondo e se vorrà andarsene lontano…bhe potrò andare a trovarla (oddio la mamma italiana che ti si pianta in casa, noooo :-))

  • tamara

    Scusate ma io vorrei proprio sapere tutti questi viaggiatori e studenti all’estero con quali soldi hanno fatto queste belle esperienze. Perchè io conosco persone che si vantano di essere andate a vivere da sole e lontane da casa a 19 anni però, coi soldini di papà e mammà.. E portando ogni 15 gg i vestiti a casa per far fare il bucato alla mammina…beh bella forza questa! Non è indipendenza è solo vivere da mantenuti sotto un altro tetto. Direi che chi fa queste cose non ha molto di cui vantarsi e dovrebbe guardarsi bene dal criticare chi vive ancora con i propri genitori anche a 30 anni, magari perchè ha perso il lavoro o non riesce a guadagnare abbastanza per uscire di casa. Perchè siamo tutti capaci di uscire di casa e girare il mondo quando qualcuno ci sponsorizza…la difficoltà e l’indipendenza si dimostra mantenendosi da soli. E in Italia farlo è molto difficile. Anni fa mentre si studiava era quasi impossibile lavorare e oggi è quasi impossibile lavorare a prescindere a causa della crisi. Poi dipende anche dalla zona d’Italia in cui si vive. Sicuramente all’estero fino a poco tempo fa almeno era più facile trovare lavoro. Anche da studenti.
    Il discorso dei genitori può essere importante sul fatto di non spostarsi più che altro per il fatto che sentire denigrare le proprie capacità fin dalla più tenere età come fanno le mamme italiane non è certo un toccasana per l’autostima e a furia di sentirsi dare degli incapaci si finisce per crederci. Ma io penso che una persona può essere indipendente e completa anche se non mette mai piede all’estero se non per fare il turista. Questo però in Italia è possibile solo per pochi fortunati in quanto va detto, il governo da sempre non aiuta in nessun modo i giovani (e ormai sta dissanguando tutte le fasce di età con tasse e balzelli) nè nel comprare casa, nè nell’ottenere prestiti dalle banche, nè nell’uscire di casa per andare anche solo in affitto. Non parliamo poi del lavoro. Ricordo alcuni anni fa l’infelice uscita di un ministro dell’economia che pensava con quattro soldi marci di poter far andare a vivere da soli quelli che chiamava “bamboccioni”…

    • Chiara

      Ma non facciamola sempre una questione di soldi. A volte lo è e a volte no, e a parità di possibilità c’è da dire che i nostri colleghi stranieri (non solo inglesi ma di molte altre nazionalità) sono molto più propensi e incoraggiati ad “abbandonare il nido” e responsabilizzarsi rispetto a noi. Il che non vuol dire solo viaggiare per il mondo!!! Leggi i commenti di alcune ragazze qui, di come i genitori hanno reagito al loro giusto desiderio di indipendenza!

    • Sara

      E’ vero che avere il supporto economico dei genitori fa la differenza ma gli studenti inglesi non sono mantenuti da nessuno: ricevono un prestito di £3500 dal governo in 3 rate (una all’inizio di ogni semestre) e fine della storia. Se vogliono più soldi lavorano. (poi ovviamente ci sono anche quelli che sono aiutati dai genitori)

  • NinnaJoey

    Ecco Chiara,il tuo post capita come il cacio sui maccheroni.Ho quasi 30 anni,disoccupata e l’azienda dove lavora il mio lui 31 enne ha aperto la mobilità Aka situazione schifosa.Abbiamo deciso quindi che per cercare di crearci un futuro tra qualche mese ci trasferiremo a Londra…e per fortuna che siamo testardi,ma ci stanno tutti spegnendo gli entusiasmi,in primis mio padre.Se ne gira per casa con l’ottimismo di un orso incazzato e non fa altro che dirmi “che è preoccupato”.E non sono certo una quindicenne eh!Comunque prima o poi se ne farà una ragione.Di una cosa sono certa:che in indipendentemente dalla parte del mondo in cui mi troverò,mio figlio già a 15 anni sarà messo su un areo con tutta la benedizione di Mammà…perchè non mi stancherò mai di dirlo:la diversità ti arricchisce.

  • Bianconiglia

    Mah. Mi sembra l’ennesimo tentativo di far assurgere a paradigma la propria esperienza personale. A parte il fatto che tenersi i figli in casa fino a quarant’anni e sbatterli fuori a diciotto sono entrambi atteggiamenti estremi e indice di scarso equilibrio affettivo, non tutti i genitori italiani sono lagnosi e castranti, anzi. Inoltre non dimentichiamo mai che per spostarsi ci vuole la disponibilità economica, ma non tutti ce l’hanno, e non mi sembra il caso di fargliene una colpa. Concordo anche con chi dice che non serve andare chissà dove per avere una mentalità aperta e innovativa, e che una rete stabile di affetti è un valore, non una limitazione: andarsene sapendo che se vuoi tornare hai comunque chi ti aspetta non è cosa da poco. Poi mi fa un po’ sorridere questa cosa che l’Italia è la culla di tutti i mali e il mondo anglosassone invece l’eldorado: capisco l’entusiasmo del neofita, ma forse è meglio se ne riparliamo tra qualche anno.

    • Chiara

      Ma guarda se cerchi bene trovi tanti post, Tweet e altro dove mi lamento dell’Inghilterra.
      E non voglio generalizzare né tentare di rendere universale la mi esperienza: ho raccontato come la penso io, come la vivo io in base al mio passato e quali reazioni mi suscita. Punto. Mai detto che Uk è l’eldorado e l’Italia la culla di tutti i mali, questo volete leggerlo voi mi spiace.

      • Bianconiglia

        Si, però poi scrivi che in Inghilterra son tutti pieni di senso civico e in Italia no, che le famiglie italiane sono soffocanti e quelle inglesi invece no, che in Italia non ci sono opportunità invece in Inghilterra si, che in Italia non si può essere se stessi e in Inghilterra si. Sono contenta che a Londra ti trovi bene, ma onestamente l’Italia che conosco non è proprio così…

        • Chiara

          Trovo che tutte e tre le cose che hai sottolineato corrispondano a verità. Senza negare che l’Inghilterra abbia altri e grossi problemi.

          • Bianconiglia

            Mi viene il dubbio che tu identifichi l’Italia con Roma, e per quanto sia la nostra capitale mi sembra decisamente riduttivo…

          • Chiara

            un dubbio lecito. Ma qui ho sempre parlato della mia esperienza, dal momento che è un blog personale e non una rubrica politica o di attualità. È mio diritto filtrare la realtà attraverso il mio punto di vista, e quando si legge un blog bisognerebbe sempre considerare che la differenza tra un magazine online di informazione e un blog è appunto la visione personale dell’autore.

  • Vetekatten

    Io all’università dopo il primo anno da pendolare mi sono trasferita a Torino e appena ho potuto sono andata a finire gli studi a Stoccolma per quasi due anni. Vengo da un minuscolo paesino di campagna dove la gente proprio non capiva cosa stessi facendo, una delle domande che mi sentivo ripetere “ma perchè vuoi lasciare tua mamma da sola?”. Come se mia mamma fosse abbandonata e non avesse un marito e un altro figlio… Per me gli ingredienti sono stati: voglia mia di spostarmi dal paesello + genitori che hanno appoggiato (solo moralmente) la scelta + un gran culo per guadagnare da sola abbastanza per farlo. Sono andata avanti a borse di studio e lavori, i miei non avrebbero potuto mantenermi. Eppure ho viaggiato, mi sono divertita tanto e mi sono laureata bene in tempo. E’ possibile farlo, ci sono però tanti sacrifici da fare: me li ricordo solo io i pianti di quando mi sentivo sola lontano da tutti. Ora abito ancora lontano da casa e i miei amici sono tutti in giro per l’Italia o per il mondo, mi sto costruendo una nuova famiglia e spero di trasmettere a mio figlio la stessa voglia di mettersi in gioco che ho avuto io.

    • Chiara

      posso chiederti se lo rifaresti oppure no?

      • Vetekatten

        assolutamente sì! Mi ha cambiato la vita, per le persone conosciute, le esperienze fatte, quello che ho imparato su di me. Però so che non è un’esperienza che fa per tutti, infatti incoraggio a partire solo chi già ha propensione altrimenti sarebbe solo deleteria

        • Inertia

          Dopo tanti anni fuori dall’ Italia, non posso far altro che sentirmi di dire la stessa cosa, e dire che entrerei in quelle statistiche ridicole che fanno sembrare l’ Europa splendida, essendo stata una borsa di studio erasmus quello che mi ha portata a vivere in due paesi diversi dopo aver lasciato l’ Italia. Credo che ciascuno abbia un proprio sviluppo interiore e esigenze diverse, che vanno aldilà delle imposizioni familiari o culturali: io vivo fuori da 7 anni, mia sorella continua a vivere nella città dove è nata e cresciuta, pur avendo potuto fare le stesse scelte che ho fatto io…Non so, è difficile fare una comparazione (senza giudicare, eh 🙂 ) tra paesi, ci sono tanti altri fattori che entrano in gioco, oltre per esempio alla differenza mamma italiana/rabenmutter: in Italia qualsiasi titolo di studio superiore ti permette di entrare all’ Università e si tende a pensare che sia naturale farlo, a scapito di altre professioni, e le famiglie tendono a aiutare i figli durante gli studi, stiano essi a casa o no. In Germania invece la separazione tra i cammini accademico e professionale/manuale/lavorativo avviene prima, al più tardi intorno ai 15 anni, e molti giovani scelgono il cammino professionale (la Ausbildung) e sono abituati molto prima a lavorare e mantenersi e a spendere i propri guadagni magari in lunghi viaggi; chi sceglie di studiare all’ Università spesso ma non sempre riceve una specie di prestito che dovrà restitutire, ho diversi amici indebidati e sono quelli che più hanno viaggiato durante gli anni dello studio…Non so ci penso spesso anche io, dopo 7 anni in giro lontana..

  • Sembra il flusso delle mie riflessioni degli ultimi mesi messo nero su bianco su una pagina..

    • Chiara

      qualcuno mi capisce allora (siamo in parecchi… 🙂

  • Babuska

    Mamma italiana di provincia (io) a figlia di 7 anni:”Amore promettimi che quando sarai grande e sempre in giro per il mondo mi chiamerai comunque ogni sera…” “Impossibile mamma, nella foresta amazzonica non si prende la linea…”.

    • Chiara

      Ahahaha adoro tua figlia!

  • Beatrice

    6 mesi fa in pochi minuti ho detto al mio compagno che si, ci potevamo trasferire per il suo lavoro in montagna a 2 h da milano. Io faccio la pendolare, ma abbiamo tagliato quel cordone che entrambi avevamo a 31 anni anche se convivevamo da due anni. Abitando a milano perché andare a Pisa per l’università? Tanto stessa facoltà, impossibile far capire che l’indirizzo era quello che sognavo. Quando arriverà un bimbo/a starò io a casa, senza l’ansia del non aver la nonna vicino perché preferisco una famiglia costruita da noi,,,e chissà dive saremo l’anno prossimo.

  • Questo post mi ha fatto riflettere. Io sono una di quelle che ha studiato nella sua città e ha vissuto a casa dei suoi perché c’era tutto quello che mi serviva. Sono stata all’estero un mese all’anno per 5 anni con il pretesto di studiare inglese e francese e posso dire, senza ombra di dubbio, che sono state le migliori esperienze per conoscere me stessa che io abbia mai fatto. Non paragonabili ai viaggi lunghi mesi in giro per il mondo, ma comunque sono serviti allo scopo.
    Ero un animo terribilmente inquieto da ragazzina e, crescendo, non sono migliorata poi molto.
    Verso la fine dell’università ho conosciuto l’uomo che avrei sposato, eppure ho continuato a viaggiare da sola all’estero. All’inizio per dirmi che ero comunque indipendente, che non sarei finita come le mie amiche, trasformate in casa e figli in virtù di un lui qualsiasi. Viaggio dopo viaggio, però, ho scoperto che iniziava a mancarmi. Lui in sé, il fatto che non ci fosse per condividere certe esperienze. E, cosa ancor più terribile per i miei standard, ha iniziato a mancarmi la mia famiglia. Si, proprio quella che avevo sempre schifato, di cui avevo intenzione di “sbarazzarmi” al più presto.
    A distanza di qualche anno mi ritrovo sposata, con un piccolino in arrivo, vivo sempre nella stessa città e sono a 3 minuti a piedi da casa dei miei.
    Se non avessi mai viaggiato, probabilmente non sarei mai giunta a questa consapevolezza che mi ha fatto ritornare vicina alle mie radici più di quanto non avrei mai creduto fosse possibile.
    Secondo me il viaggio non è necessariamente quel percorso che ti lascia lontano dal tuo punto di partenza, ma un’esperienza che ti accompagna per il mondo e che, alla fine, ti riporta davanti alla soglia di casa con occhi nuovi. 🙂

    (Scusate il super pippone mattutino!)

    • Chiara

      la trovo una bellissima riflessione e penso anche io che sia necessario andare un po’ via per apprezzare e vedere con occhi nuovi le nostre radici. e poi concedersi la possibilità di scegliere se tornare o no (quando possibile)

  • A me viene da ridere di fronte a tutti i commenti di chi mette le possibilità economiche come unica determinante nella vita. Io ho lasciato l’Italia 16 anni fa. Avevo 22 anni, figlio di pensionati e, mentre studiavo per dare gli ultimi esami, lavoravo come cameriere in uno sporting club di provincia. Alla fine dell’estate avevo racimolato poco più di 3 milioni di lire. (Appena £1000 era TUTTO il mio budget per ‘sfondare’ a Londra).
    Sono partito da casa dei miei nell’autunno, in macchina, con la mia migliore amica direzione Londra. Siamo arrivati tre giorni dopo ed abbiamo iniziato a lavorare entrambe da Mac Donald’s.
    Bisogna iniziare dal basso.
    Ci ho lavorato per un intero anno. Un anno in cui percepivo appena £3.00 all’ora di stipendio e tornavo a casa con l’odore di cipolla sotto le unghie e dentro al naso!!! Mangiavamo toast e fagioli e patate lesse e tutti i nostri soldi andavano a pagare l’affitto. Per vestirci si andava al charity shop e mi son pure rasato a zero per non dover pagare il barbiere una volta al mese. Avevamo 22 anni.
    Ci siamo fatti il culo, ci siamo adattati, abbiamo mangiato quello che potevamo permetterci e ci siamo inseriti nel tessuto sociale da subito.
    I soldi non c’entrano un granché, la mentalità invece sí. Perché s casa di mamma si sta bene, ma se non vuoi uscirne È COLPA TUA E BASTA.
    Purtroppo l’italiano medio È PROVINCIALE. A livello culturale. L’italiano medio va all’estero e si lamenta del cibo. Va al ristorante vietnamita e cerca le fettuccine come le fa la mamma. Va a fare la spesa e si lamenta che tutto costa troppo. Va all’estero con una laurea e vuole che tutti gli bacino il culo. Ne ho conosciuta di gente cosí.
    Quindi smettetela di recriminare le scelte coraggiose degli altri.
    Hai fatto fortuna? Eh beh, sei ricca, te lo puoi permettere.
    Hai pubblicato un libro? Eh beh, ti sarai trombata un quarto della Rizzoli.
    Vivi all’estero? Eh beh, che ce vò? Stai a ricasco di tuo marito che DEVE essere ricchissimo.
    Ragazzi sveglia.
    Si fa presto a trovare delle scuse per ogni cosa che non riusciamo/non vogliamo/non possiamo fare. Il difficile è muovere il culo per farli certi passi.
    E smettetela con ‘sta pagliacciata di “Ecco, tu non puoi criticare l’Italia perché vivi all’estero, siete solo degli snob…”. La verità è che tanti degli assurdi della nostra mentalità iniziano a palesarsi solo quando in Italia non ci vivi da tanto tempo. Fatevene una ragione. L’Italia è una nazione di gente che si guarda i piedi e resta a casa con mamma e papà fino al matrimonio.
    Scelta che rispetto, per carità, ma poi quando uscite dalla frontiera vi prendono gli scompensi cardiaci perché non trovate l’olio d’oliva buono.

    Peace. x

    • Chiara

      se non fossi già sposato ti chiederei la mano ahahahah 🙂

    • Super Amen.

    • Bel commento! Concordo con tutto.

    • olandesina

      concordo pienamente. vivo in Olanda da cinque anni, sono arrivata ad Amsterdam con due lauree in tasca, e mentre studiavo l’olandese ho fatto la cameriera. Vivere al’estero ti insegna l’umilta’, e ti abitua ad affrontare culture e modi di vivere lontanissimi da tutto cio’ che e’ abitudine e ovvieta’. Dialogare con altre culture e imparare da altri stili di vivere puo’ solo miglorarti, e non lo ritengo, come leggo in molti commenti un modo per rinnegare il paese da cui si proviene. L’Italia mi ha cresciuta, ma ritengo di aver imparato molto di piu’ di me stessa, da quando sono all’estero. E’ una vita a tratti dura quella degl “expat”, gli affetti quelli pochi e veri (famiglia in primis) mancano moltissimo. Ma svegliarmi tutte le mattine sapendo che vivo grazie alle mie forze e in un contesto multiculturale, mi fa sentire viva. Sono sposata con uno scozzese qundi conosco perfettamente anche l’altro lato della medaglia della loro milantata indipendenza, e si’ Lui di casa e’ uscito a 17 anni, pero’ posso confermare che il distacco e “menefreghismo” dei suoceri un po’ si sente..

      • Scusate, ma in quale commento c’è scritto che “non puoi criticare l’Italia se non ci vivi” e che “dialogare con altre culture etc. sia un modo per rinnegare il paese da cui si proviene”? No, perché a provare ad offrire qualche spunto critico qui si viene massacrati. E il numero di commenti un po’ critici è davvero basso (tralascio quelli idioti che non considero nemmeno). Per inciso, a me il commento di Marco sembra sinceramente un bel po’ aggressivo.
        Poi vorrei aggiungere un’altra considerazione sul sistema universitario, che ho toccato con mano (ho fatto la Teaching Assistant mentre studiavo in una università di rank 3 o 4 per la mia facoltà a livello UK). Normalmente i corsi di laurea durano tre anni e mediamente sono piuttosto scadenti e richiedono un impegno limitato. I ragazzi da giugno a inizio settembre sono totalmente liberi (non devono passare l’estate a studiare per gli esami della sessione autunnale, perché gli esami si fanno a fine term). Possono quindi viaggiare e lavorare a loro piacimento. In questo secondo caso accumulano bei gruzzoletti, da noi è un po’ più difficile tutto ciò, se fai l’università seriamente. Poi quando si parla di Post-graduate il discorso cambia radicalmente e lì sono serissimi e tostissimi.

        • Ho fatto l’universita’ piu’ che seriamente. Lavorando tutte le estati, e tutto l’anno nei week end. Ho finito con una sessione di anticipo, a 24 anni, corso quinquennale (quando ancora erano di 5 anni), studente fuori sede, senza borsa di studio. 106. Mi sono messa da parte i soldi per pagare affitto e i libri durante l’anno, quindi penso che si possa fare anche in Italia. Concordo pienamente con te sul sistema UK universitario. Appunto perche’ ci lavoro e vedo come ci arrivano questi laureati di 21 anni, con pochissime conoscenze ma abbastanza per cominciare il PhD ed e’ li che poi “ci fregano” sul tempo. Ma credo che queste siano tutte divagazioni su quello che era il tema principale del post. Un’indipendenza che Chiara vede piu’ in questi ragazzi che vivono dove lei adesso vive, rispetto a quelli che ha conosciuto quando stava a Roma. Inclusa se stessa. E molti commenti sono aggressivi anche nei suoi confronti. Come quelli che le danno della ricchissima mantenuta.

          • Infatti quello della ricchissima è un commento che non va proprio considerato. E’ volgare e offensivo. Mo’, non so dove hai fatto l’università, ma dove l’ho fatta io entravo alle 8:30 e uscivo alle 20 e studiavamo come matti e agosto era vacanza per un paio di settimane. Esperienza mia personalissima, certo, ma credo che fare bene l’università in Italia sia molto impegnativo. Poi complimenti a te, sei stata brava. Lo dico sinceramente, che è facile essere fraintesi! 🙂
            Sì, poi qui sto divagando presa dal flusso dei commenti. Ma i commenti aggressivi rispetto a quelli pacati e di belle testimonianze di vita sono briciole, e preferisco guardare a questi ultimi che sono belli e interessanti. Io non volevo essere aggressiva, e spero di non esserlo apparsa. Poi se è stato così, me ne dispiaccio. Non era certo quello il mio intento, se no non starei qui.

          • Non si puo’ ri-rispondere quindi mi auto-rispondo. Concordavo infatti con te che l’Universita’ Italiana e quella inglese non hanno nulla, o poco, a che spartire. (Almeno nel campo della Biologia)
            Come da te confermato per altri corsi.
            Non ho notato nessuna aggressivita’, da parte tua, ho raccontato parte della mia storia solo per confermare che si puo’ fare, come hanno fatto in molti, l’universita’ lavorando. Questo pero’ non e’ spesso il caso degli inglesi perche’ in genere, almeno quelli da me conosciuti, possono chiedere uno “student loan” (prestito se qualcuno legge e non conosce) che rende le cose molto piu’ facili. Almeno all’inizio, poi se lo devono ripagare. E sempre nei casi che conosco io, a nessuno di loro i genitori si sono offerti di ripagarlo. E qui mi ricollego a quanto dicevo sopra. Che Chiara vede tutto questo come regalo di indipendenza. Puo’ essere. Ma in parte e’ anche menefreghismo.

    • Francesca

      Sono completamente d’accordo con te. Ho riportato anche qualche post su un’esperienza a me vicina, a dimostrazione che, se si vuole davvero, non è una questione economica.
      La verità è che è difficile uscire di casa, e, diciamo la verità, non tutti ce la fanno, perchè ci vogliono i controcoglioni.
      La mia amica ce li aveva. Perchè è faticoso alzarsi alle 7 per andare a frequentare le lezioni con obbligo di frequenza la mattina, tornare a casa e studiare il pomeriggio, andare a fare la cameriera la sera e dover anche incastrare la spesa da fare, la lavatrice da caricare e stirare, e cenare con un’insalata invece della pasta della mamma, perchè non hai avuto tempo di andare al supermercato o per fare più in fretta.
      Io non critico la scelta di restare in casa, ma non sopporto nemmeno sentire lamentele o critiche a chi invece ha fatto la scelta opposta, perchè secondo loro “ha i soldi per farlo”.

  • Sara

    Vero! Però mi sono resa conto che i ragazzi inglesi che sono all’università hanno generalmente un buon rapporto con i genitori, decisamente molto più maturo di quello c’è in Italia. Per certi versi allontanarsi da casa rinsalda i legami con la famiglia e ti fa perdere quelli con gli amici.

  • AnnaL

    Ci ho pensato un bel po’ stavolta prima di scrivere un commento. Come molte, mi sento punta sul vivo. Università vicino a casa (e un Erasmus lasciato andare per pura paura), lavoro nella mia città, casa a 5 km dai miei. La paura dell’ignoto fa parte di me da una vita. Sicuramente è un po’ colpa della mia indole, altrettanto sicuramente è instillata dalla mia famiglia. Terza figlia (inaspettata) di genitori non più giovani, amata e coccolata ma quasi soffocata da ansie e paure tipiche di genitori italici. Il disagio dato da tutto questo è sfociato nell’anoressia. E mica da ragazzina eh, a 24 anni, dopo la laurea, quando già avevo un buon lavoro a tempo indeterminato, trovato 3 mesi dopo la suddetta laurea. Niente succede per caso, e il tuo inconscio trova strade incredibili per fatti capire che la vita che fai ha qualcosa che non va. Ci sono voluti anni di terapia per capire tutti questi meccanismi. Anni dolorosi, perchè ti metti davanti a uno specchio che non filtra più niente e devi ammettere paure, mancanze tue e di altri che non fanno bene. Rimpianti, rimorsi. Alla fine ne sono uscita, tanti rimpianti ma una nuova serenità e una nuova indipendenza, anche se non vivo dall’altra parte dell’oceano. Per contrappasso, ho però scelto un lavoro che mi porta a lavorare con l’estero ogni giorno, che mi costringe ogni tanto a prendere un aereo da sola e andarmene in posti anche sperduti per seguire dei progetti. I miei interlocutori sono esclusivamente stranieri, e sì, anche se le mie sono brevi trasferte, ti rendi conto di quanto le cose possano essere diverse in un Paese diverso dal tuo. Sono felice però di avere la mia casa, e le mie sicurezze. Adesso non mi fanno più paura. Ho una bimba che ha l’età di Viola, e un altro (o altra, ancora non so) in arrivo. Mi domando spesso se sarò in grado di non ripetere gli errori dei miei genitori, se sarò in grado di lasciarli andare, di incoraggiarli ad essere liberi, ad inseguire i loro sogni e le loro ambizioni ovunque portino. Se riuscirò a fargli capire che si possono avere radici e ali. Speriamo di sì. Un abbraccio, AnnaL

    • Chiara

      Un abbraccio anche a te Anna e grazie di aver condiviso questa storia.

  • Lady

    Ormai ho coperto una distanza
    talmente grande che mi è impossibile riuscire a ricordare da dove sono partita. Questa è la mia strada adesso. E non tornerò più al mio di tempo. Ora lo so. Qui è mia scelta. Questa e non un’ altra. Solo una possibile…

  • auri80

    Ciao Chiara, verissimo questo post ma non sempre si hanno le possibilita’ di vivere o poter fare un’esperienza all’estero non è sempre facile sistemarsi e te lo dice una che ha 20 anni è partita per andare in America a fare la ragazza alla pari per poi andare a Londra e in Francia a lavorare, a me non ha mai aiutato nessuno economicamente ho dovuto fare tutto da sola con pochissimi risparmi e almeno che non trovi lavoro come manager e’ difficile mantenersi dignitosamente, sai bene come è cara Londra !io come maestra guadagnavamo 130 sterline a settimana una miseria….sono convinta che bisogni esplorare il mondo mi pento sempre di essere tornata ( ora ho la tua eta’ e una bimba) ma bisogna essere fortunati trovare l’occassione e soprattutto avere tanti soldini da parte!!!!!!

    • Chiara

      concordo sulla fortuna, ma hai letto il commento di The Queen Father? io non credo siano i soldi il problema e comunque non sto parlando solo del viaggiare in sé. si può essere indipendenti anche semplicemente decidendo di esserlo, restando addirittura nella stessa città.

  • Un altro ottimpo post, Chiara. Concordo con te in tutto. Io sono andata via di casa a 19 anni…per trasferirmi a Los Angeles. Io vengo da Stoccolma e li una cosa del genere viene considerata molto normale.
    Dopo quest’avventura sono andata a vivere in Toscana, mi sono laureata a Firenze, poi sono tornata a casa a Stoccolma per fare qualche stage e prossimamente sono andata a lavorare a Milano. Adesso vivo a Londra da nove mesi e mi chiedo se sono pronta per fermarmi. Se mi fermo sara per il mio amore per Londra, non per un bisogno di fermarsi! Se avro figli li vorrei ispirare a girare il mondo, a esplorare, ad avere delle esperienze. Fa parte della vita e la arricchisce.

  • eli

    Viaggiare, andare a studiare o lavorare all’estero é bello (l’ho fatto e continuero’ a farlo), per tutte le ragioni che dici tu. Pero’ c’é da dire che questo andare via di casa a 18 anni o anche prima, ha anche tanti aspetti negativi e non parlo del lato economico.
    In questi paesi i legami con la propria famiglia si sgretolano facilmente, e hai in giro tanti (ma tanti) ragazzi che vivono soli, che pensano un po’ solo a loro stessi, che bevono come dei pozzi senza fondo i week-end…
    Boh! Secondo me é giusto prendersi la propria independenza, ma non perché cosi’ fan tutti, ed allora a 18 for di ball’

    • Chiara

      Penso anch’io che alcuni Paesi esteri rappresentino un estremo e l’Italia un altro. Come in ogni cosa, la virtù sta nel mezzo.

    • non credo pero’ sia vero che andare via a 18 anni porti ad avere rapporti negativi con la propria famiglia. Per lo meno non e’ il mio caso.

  • Vittoria

    Quanto brucia questo post Chiara! Abito nella zona di Oh No e a 19 anni forte della voglia di andare via mi sono trovata a cercare casa a Roma, per poi arrendermi a pochi giorni dall’inzio dell’università e tornare a studiare a 2h ore dal mio paese, sempre fuori sede, ma per tornare a casa ogni weekend. Quante domande di tirocini/stage/erasmus ho lasciato incomplete, con i miei genitori che mi spingevano a suon di vai, fai, domanda, cammina, corri, vedi, scopri eppure la paura è sempre troppo forte. A 23 anni sono ancora in quel limbo tra il forte desiderio di andare via, non per scappare, ma per crescere, fare esperienze, e rimanere per la paura che ti terrorizza, che ti blocca di dover lasciare tutto, di dover frantumare quel solido muro di certezze e abitudini che hai costruito in 20 anni.
    Nei momenti di relax seguo tutti i blog di voi expat e sogno la vostra vita, sperando sempre che un giorno avrò la forza per farlo anche io.
    A volte mi odio per la mia debolezza, perchè non riesco ad avere la forza di inseguire questo sogno, perchè nonostante tutti mi appoggino, dai miei genitori al mio ragazzo che mi seguirebbe ovunque non ho la forza di partire e ripeto non per scappare, non per me, ma per crescere, vedere, scoprire, quindi grazie Chiara, grazie per darci questi spunti, per spingere ed incoraggiare le persone come me che vogliono/possono, ma hanno paura, spero un giorno di poter essere io ad aprire un blog da neo expat e riuscire ad incoraggiare persone come me a partire.

    • Chiara

      Ma se davvero vuoi sei assolutamente, ancora in tempo.

  • Cesj

    Quanto è vero quello che dici, Chiara ! Io sono uscita di casa a 24 anni per sposarmi, legata ad una madre sempre presente, troppo, nella mia vita. Per questo, pur abitando a Roma, i miei figli hanno fatto l’università in altre città, abituandoli ad essere indipendenti e non mammoni. Ora son grandi e con soddisfazione vedo che non hanno paura di vivere 6 mesi in Cile o in America, che sentono sì il legame familiare ma non ne sono dipendenti, che parlano 4 lingue e sono aperti a qualsiasi realtà del mondo e non solo al” piccolo” della loro città
    Cesj

  • Witch_D

    Alla fine in fondo anche tu ti sei trasferita per stare con la famiglia, con Lui e la Porpi 🙂
    E penso che viaggiare e fare esperienze sia bellissimo, ma che quallo che davvero conta e resta nella vita sono la famiglia e gli amici, no?…

    • Chiara

      beh sì, ma ti confesso che credo che un’esperienza all’estero PRIMA: prima di avere fidanzati seri e figli e metter su famiglia, è qualcosa che mi manca e che a mio personalissimo giudizio dovrebbero fare tutti o quasi.

  • mio nonno diceva sempre.-” volere è potere:-“….
    indubbiamente noi mamme italiane siamo chiocce e nessuno può negarlo e forse rendiamo più difficile la “fuga”!!!!!! credo che l’andare all’estero aiuti e fortifichi almeno per me è stato così. vacanze studio, e cartina in mano per evitare di perdersi, ma poi l’amore mi ha travolto e la famiglia è diventata la mia avventura preferita. non vado in giro spesso per il mondo ora ma i sogni mi permettono di farlo.
    forse dovremmo fare un mix di culture e come per magie avremmo la soluzione…… ma noi mamme semrpe secondo me dobbiamo cercar di rendere più indipendenti i figli già da piccoli: vestirsi da soli ,
    mandarli a prendere il latte o a scuola in bici o con i mezzi pubblici. e per questo dico grazie a mia madre che mi ha sempre dato modo id crescere e di uscire di casa a 20 anni e farmi la mia famiglia.
    ciao chiara e grazie

  • Inachis

    Mi sento anch’io un po’ tirata in causa.
    Ho studiato a Milano da pendolare perchè i miei non potevano permettersi di pagarmi l’università e tra retta, libri, pranzi e abbonamenti dei mezzi ce la facevo a malapena coi miei lavoretti vari e qualche magra borsa di studio.
    Avrei anche potuto trasferirmi lì e lavorare per mantenermi (oltre a quello che già facevo) ma quando avrei avuto il tempo per studiare?
    Ho preferito spararmi le mie ore di treno e rimanere a casa.
    Due anni fa ho avuto la mia occasione, Erasmus Placement per la laurea magistrale, sono andata in Francia alcuni mesi con una buona borsa senza nemmeno sapere il francese e sono stata galvanizzata così da poche cose in vita mia, un’esperienza incredibile e arricchente al massimo MA ho sofferto come un cane perchè ero lontana dal mio ragazzo (con cui adesso convivo) e dai miei affetti in generale.
    Dopodichè ho trovato lavoro a Milano (mi sparo ancora più ore di mezzi) e a volte fantastico di fuggire all’estero ma per il mio ragazzo è impossibile lasciare il lavoro, lui è artista e in Lombardia s’è fatto -faticosissimamente- un nome, da qualche altra parte non sarebbe nessuno e hai voglia a convincerlo che chi ha talento si ricostruisce ovunque!
    Chissà come si evolveranno le cose, mi sento un libro di pagine bianche. Certo come grigia impiegata milanese a vita non mi vedo proprio!

  • vale

    In risposta ad un precedente post purtroppo la questione economica è una discriminante e la vivo sulla mia pelle. Lavoro da quando avevo 20 anni e ora ne ho 30. Il mio ragazzo lavoricchia un pò dove capita, spesso senza contratto, spesso per collaborazioni che durano 2 mesi (ambito edile). Vorremmo andare a vivere insieme ma con quali soldi? Come le paghiamo le bollette? Io non arrivo ai 1000 euro al mese, lui se le cose vanno bene e lavora arriva a 500. Leggo tante belle parole, magari sono io che non sono in grado di gestirmi ma come me vedo e sento tante amiche con un lavoro precario che devono accantonare i sogni ed il futuro.

  • Sandra

    Non lo so…. ho sentimenti ambivalenti verso questo post.
    Da una parte lo trovo molto onesto, davvero in Italia le gonne della mamma tendono a lasciare impigliati i propri figli mentalmente, prima che fisicamente. Io ho sempre sognato di prendere e andare via, ma mi sono lasciata convincere, per codardia e per comodità, a restare a studiare vicino casa, nonostante fossi stata accettata ad una università in una città più lontana. Non solo. Io volevo proprio andare all’estero, anche solo per 6 mesi-un anno. Non l’ho fatto con la scusa che studiavo. Poi non l’ho fatto per via del lavoro. Poi non l’ho fatto per via dell’amore. Poi non l’ho fatto per via dei figli.
    Tuttavia sono una donna molto aperta, mentalmente. Ho viaggiato molto e ho letto anche di più, divoro la rete a caccia di quel Mondo che non ho potuto vivere. Apporto al mio quotidiano quel tocco di “estero” che mi rimbalza dal web e chi mi conosce mi considera una persona aperta e “avanti”, a tratti geniale (anche se di geniale ho solo la voglia di provare cose diverse, viste online).
    Sono cresciuta ospitando una cugina inglese che veniva in vacanza da noi tutte le estati, capisco l’inglese anche se mi vergogno a parlarlo e sogno per i miei figli un raggio d’azione più ampio. Per questo ho deciso di prendere una ragazza alla pari inglese, che passerà con noi l’estate, per insegnare ai bambini una nuova lingua, ma soprattutto per metterli in contatto con una diversa cultura.
    Insomma, sono certa che una esperienza all’estero possa arricchire, ma se hai tanta curiosità, puoi arricchirti anche restando dove sei.

    • Chiara

      Però non capisco perché la buttate tutti sull’estero. L’indipendenza di cui parlo si può conquistare anche nella propria Nazione, il problema è che – per ragazzi giovani e a volte anche per adulti grandi e vaccinati – non è vissuta come una necessità, uno slancio, qualcosa di incoraggiato, ma anzi qualcosa di cui tutto sommato tranne casi eclatanti ‘non c’è bisogno’.

      • Sandra

        verissimo, l’estero era il mio sogno, ma mi sarebbe bastato andare a studiare a Firenze.

      • Bee

        molto vero… Io la vera indipendenza, mentale in primis, l’ho raggiunta non quando ho fatto l’anno di Erasmus all’estero, ma quando ho definitivamente lasciato casa dei miei per vivere da sola (e accettando che mia madre la prendesse all’inizio come un’offesa personale) e trasferirmi dal paese x della provincia di Ferrara al paese y della provincia di Bologna… Sono passati svariati anni da quel giorno, mia madre e’ cambiata molto e ora si vergogna un po’ della sua reazione di allora, io mi sono trasferita da qualche anno a Londra (e lei ne e’ felice) e ringrazio quel giorno in cui mi sono detta che era ora di prendere il volo..

      • StE

        Si parla dell’estero forse perché al momento l’Italia non offre molto lavorativamente parlando. Quindi anche quello di rendersi indipendente economicamente, condizione necessaria per vivere da soli (?)…

      • Ellee

        si, però c’è un ma. C’è da dire che all’estero sei incoraggiato ad andare via di casa. Invece qua no. C’è che OGGI, in Italia, non c’è lavoro. Nemmeno quelli più umili. E’ tutto fermo. E va da sè che se non trovi un lavoro, nemmeno part time, non hai un reddito e quindi l’indipendenza te la puoi scordare. Così come un mutuo, o un affitto, anche in condivisione, anche in città provinciali come la mia in cui gli affitti non sono alti come Roma o Milano. Puoi adattarti finchè vuoi, ma ai colloqui ti senti scartare perchè sei “troppo giovane e non hai esperienza” o “troppo vecchio per cambiare settore e imparare altro” (dai 30 anni su). Quindi volente o nolente non ti resta che stare a casa con i tuoi. Io ho fatto il “grande salto” due anni fa, ho preso coraggio e mi sono sposata e sono andata a convivere, vuoi sapere come sta andando? Il mutuo l’ho avuto solo perchè mio padre ha fatto da garante, altrimenti in banca nemmeno mi facevano entrare. Da quando ci siamo sposati, mio marito salta da un contratto a tempo determinato all’altro e adesso è disoccupato da quasi sei mesi e anche la mia azienda sta andando male. Di fronte alla desolazione che è questo paese oggi, con tutta la voglia di indipendenza che puoi avere (perchè non è vero che tutti i ragazzi italiani vogliono stare con mamma e papà, questa è una cosa con la quale i nostri governanti piace pararsi il didietro per non attuare delle politiche giovanili serie) ti cascano le palle e quindi o prendi e vai all’estero, se ne hai la possibilità economica, oppure rimani a fare la muffa a casa con i tuoi.

  • Laura

    sono italiana, ho 23 anni e non smetto di ringraziare i miei genitori per la loro lungimiranza e per avermi spronata sempre. sono andata via di casa quando ne avevo appena compiuti 18, per l’universita. Da allora ho cambiato 4 paesi. Ora sono a Londra ma sto programmando di trasferirmi nell’altro emisfero entro l’anno prossimo. Sono consapevole che di giovani italiani come me a causa dei tempi che corrono ce ne saranno sempre di piu, li vedo qui intorno a me, oltre manica. Ho il magone solo a pensare ai miei genitori, a quanto mi manchino al fatto che mia mamma non sa nemmeno piu quello che mi piace mangiare perche’ i gusti sono cambiati da 5 anni a questa parte, non sa le mie abitudini. Mi viene il magone ogni volta che penso alla famiglia, che ho lasciato da sola, e vorrei essere li ad aiutare. non potro’ mai smettere di ringraziare per avermi spronata ad uscire. solo, non e’ facile come sembra. ho imparato tante cose per quanto riguarda cavarsela da sola ma ogni tanto penso che se fossi restata ad aiutare nella piccola attivita’ di famiglia, beh mi sarei fatta le ossa anche li. e’ un eterno dilemma per chi e’ partito e da parte mia non riusciro’ mai a sentirmi una vincente per il fatto di essermene andata. non e’ ne piu’ giusto ne necessariamente piu bello, semplicemente un’opzione.

  • Non sono del tutto d’accordo. E’ vero che è un atteggiamento tipico italiano, ma ci sono tante persone che l’esigenza di essere indipendenti la sentono eccome. Io sin dalle medie dicevo che a 18 anni me ne sarei andata, e così ho fatto. La mia facoltà c’era anche nella mia città, ma ne ho scelto un’altra per “avere la scusa” di andarmene. I miei, contrarissimi, non passavano un cent, ma lavorando come cameriera nel week end mi pagavo il mio appartamento in condivisione con altre persone (anche 5 in certi periodi!!). Per è scontato che debba essere così, e confesso che guardo sempre con diffidenza chi è ancora a casa dei genitori a 24/25 anni. Anche per i miei figli sarà così, finite le superiori (o anche prima se potrò permettermi di offrire loro esperienze come quelle di cui parli) ognuno per la sua strada, volenti o nolenti!

  • Sonia

    Io non sono italiana, ma in Spagna, almeno 10anni fa le mamme erano simili 🙂
    Pure io avevo la fortuna di avere le università nella città dove abitavo, ma appena laureata ho cercato un programma europeo che mi permettesse di vivere una esperienza all’estero senza dover pesare (troppo) sui miei genitori. Me ne sono andata a 24 anni e non sono più tornata!
    Ho fatto un progetto SVE (servizio volontariao europeo) condividendo l’esperienza (meravigliosa,arricchente,divertentissima) con ragazzi francesi,inglesi,danesi,tedeschi… Beh, che dire, gli spagnoli eravamo i più “vecchi”, i nordici di solito fanno una esperienza del genere prima d’iniziare l’università, oppure a metà percorso universitario. Ma spesso s’independizzano molto presto, grazie agli aiuti dello stato (ebbene si).
    Rispetto alla questione soldi, spesso si trovano questo tipo di programmi che ti danno Vito e alloggio, e un po’ di pocket money, in cambio di “lavoro” volontario. Tra i ragazzi conosciuti c’erano sí quelli “figli di papà” ma anche tanti che giravano il mondo facendo dei lavoretti. Per me volere è potere, e sopratutto uno si rimbocca le maniche.
    Quando, finito il mio programma europeo ho deciso di fermarmi in Italia facevo 3 lavori….2 abbastanza inerenti alla mia laurea, il terzo, serale, cucinavo il sushi. Io, che non mi ero mai fatta manco un uovo fritto!M
    Per i miei figli mi auguri che possano viaggiare, conoscere altre culture, imparare altri modi di fare. Io sono cresciuta e diventata adulta grazie a questa esperienza.
    Inutile dire che mia mamma mi chiamava ogni sera x sapere cosa avevi fatto/mangiato, e che ogni tanto le veniva la malinconia e mi piangeva al telefono. Devo ringraziare mio padre, che mi ha sempre appoggiata!!

  • StE

    Eh, io a 37 anni con marito e bimbo mi sento ancora sulle spalle il peso di mia madre che non me lo chiede più ma vorrebbe con tutto il cuore tornassi da loro (Sicilia) a vivere. Magari non sotto lo stesso tetto. Mio padre invece capisce!
    Ma mi chiedo, ma solo solo per il lavoro come si fa’? Io se potessi andrei via dall’Italia?!?! Sopratutto per mio figlio… ma, diciamocelo, non ho le palle per farlo 🙁

  • C.

    Ciao,
    quoto tutto quello che ha scritto The Queen Father… lo quoto così tanto che è inutile il mio commento. Però due cose le vorrei dire.

    A mio modestissimo trovo la tua riflessione “naturale” nel senso che trovo normale che scaturisca una riflessione del genere quando uno si confronta con altre realtà. Poteva scatutire anche da un confronto sul mangiare… e invece è scaturita sull’argomento “indipendenza e crescita”. Lo trovo sano, normale, lo trovo da persona matura che non sta tutto il giorno a farsi le foto a duckface… o che mentre se le fa si pone due domande e si osserva.

    Però c’è una cosa Chiara che forse ti sei persa o che sottovaluti… l’invidia… o la gelosia… o la grandissima INCAPACITà di noi italiani di dire “ganzo, figo, che bella cosa che hai fatto, brava!” Noi queste parole non le pronunciamo mai… soprattutto con chi è stato bravo!! Sai perchè? perchè ci sentiamo sempre tirati in ballo dalla bravura altrui… perchè ci misuriamo costantemente nella maniera sbagliata!! perchè siamo malfidati, perchè siamo maliziosi… perchè siamo invidiosi, perchè quello che fanno gli altri è sempre più facile di quello che facciamo noi!!!

    Non abbiamo la cultura del “bravo” e della meritocrazia, i nostri politici non sono onesti perchè noi non lo siamo in primis… ma noi a volte non lo siamo neanche con noi stessi come possiamo esserlo con gli altri??

    Per alcune sarai sempre quella che ha fatto quel che ha fatto (andare a vivere a Londra) solo perchè il tuo LUI ti mantiene, niente di più niente di meno.

    Io penso solo che dovremo prendere il meglio sempre e solo e da tutto e da tutti… dovremo osservare, guardare, imparare, farlo nostro… penso che dovremo essere meno invidiosi e sentirci non sempre tirati in ballo… dovremo crescere e maturare… come persone e come popolo…

    Grazie.
    C.

    • Chiara

      ti ringrazio molto del tuo commento C.

  • LucyintheSky

    Questa mortificazione dell’indipendenza non investe solo le esperienze di studio e di lavoro, ma ambiti ancora più delicati ed importanti.
    Io abito in Sicilia e qui (ma sono certa anche altrove in Italia) ci sono ancora ragazze che si sposano presto perché vogliono essere “libere” di convivere o viaggiare con i loro fidanzati. E così passano dall’essere figlie di famiglia, all’essere mogli di qualcuno.
    Ecco, questo mi sembra ancora più atroce del non poter studiare o lavorare lontano da casa…

    • Chiara

      davvero. Lo trovo purtroppo molto indicativo

  • oddio ma un post nuovo e già così tanti commenti? volevo scrivere una cosa ma non ce l’ho fatta a leggerli tutti tutti per controllare che non sia stata già scritta, spero di non ripetere.
    dunque, io vivo in belgio da 5 anni e il mio compagno è olandese. qua fuori di casa a 18 anni per l’università, ma siccome il belgio è piccolo il weekend rigorosamente si torna a casa e le città universitarie il weekend sono deserte. ok ma questo non c’entra. quello che volevo dire è che è vero che qua nel nord europa c’è un concetto di famiglia diverso che implica più indipendeza. e questo da un lato è bello, ma dall’altro ha anche delle conseguenze che a me non vanno giù. parlo del fatto che dopo i 70 anni, op, tutti in casa di riposo! di recente camminavo in olanda con la mamma del mio compagno, che ha una 60ina d’anni ed è appena andata in pensione, e idem suo marito. entrambi sono in formissima, viaggiano, si spostano in bici, ecc.. ecco, usciamo dalla loro bella casetta di proprietà con giardino in cui i loro figli sono cresciuti, passeggiamo per il villaggio, passiamo davanti a una casa di riposo e lei mi dice, tutta felice, “guarda! fra un paio d’anni venderò la mia casa e andrò a vivere lì!”.
    lei lo diceva tranquillamente perché nella sua cultura è normale, ma per me è stato agghiacciante, e tuttora non sono sicura di come la vedo. insomma, io italiana dico, hanno tre figli, possibile che nessuno possa prenderli in casa quando sarà il momento? ma vabbè, ovviamente il punto non è quello, non vanno in casa di riposo perché i figli non li vogliono, ci vanno perché in olanda funziona così.
    io vedo i vantaggi della cosa, ma non riesco a convincermi che sia la soluzione ottimale. i nonni del mio compagno vivevano insieme da sempre, poi un paio d’anni fa hanno venduto la loro casetta e sono andati in casa di riposo. non erano malati, solo vecchiarelli. beh, una settimana dopo il nonno è morto. una settimana! sarà un caso ma a me pare tanto che non lo sia…
    e ok, da un certo punto di vista prima o poi bisogna morire e forse è normale e giusto prima o poi lasciarsi andare dolcemente come ha fatto lui… però boh… a me italiana ‘sta cosa non convince del tutto…

    • Dipende. Mia mamma, 73enne in formissima ha già fatto domanda in una casa di riposo per quando sia “vecchia”. Perché si, perché lei non vuole stare a casa di nessuno, tra i piedi nostri e noi tra i suoi, perché dice essere vecchia per adeguarsi alle regole di case altrui, e perché non vuole che nessuno li rompa. Non lei a noi, no. Noi a lei!!
      Io la porterei a casa volentieri, probabilmente dopo 10 minuti staremmo già litigando, ma non vuole proprio. Sono mentalità.

  • Valentina

    Quando a 23 anni io e il mio ragazzo (ora marito) abbiamo deciso di andare a vivere insieme – a 15 minuti di macchina da casa dei miei, eh! – mia mamma mi disse che era troppo presto e tutt’ora me lo rinfaccia. Tutti i miei amici sono usciti di casa molto più tardi e io notavo le piccole/grandi differenze date da un diverso stile di vita. E questo rimanendo nella stessa città!
    Credo veramente che spesso si stia a casa di mammà per comodità e perchè ai genitori italiani sta bene così, più che per reali problemi economici. Del resto, come è già stato detto in altri commenti, l’altra faccia della medaglia dell’indipendenza a tutti i costi di altre culture europee è una deriva di isolamento sociale/affettivo molto più alto che in Italia.
    Io sono contenta di essere uscita di casa presto. Sono anche contenta di aver deciso di rimanere nella stessa città di genitori e amici, perchè per me – ma è una cosa totalmente personale – valgono di più gli affetti di tutto il resto e andare all’estero – per molti italiani – vuol dire sapere quando partire e non sapere se si riesce a tornare e io e mio marito non abbiamo voluto correre questo rischio.

  • Elena

    Io penso che molto tutto dipenda da come siamo fatti. Io sono una di quelle mamme che manda i figli a tre passi da casa, nella scuola che fu quella del marito. Ho studiato vicino a casa ma non per questo mi sento “da meno” rispetto a chi ha fatto esperienze all’estero. Quello che tu dici di paesi come America Inghilterra ecc,credo sia vero ma soprattutto per le grandi citta’ e i grandi centri urbani: non dimentichiamo che l’America non e’solo NY o LA ma anche Ohio e Nebraska. Detto questo io credo che molto della nostra corsa verso i paesi Esteri sia dato anche dal più ampio confronto che i media ci consentono; questo e’ un bene ma a volte può essere anche un. Ale quando nella situazione odierna molte famiglie non arrivano a fine mese e devono fare i conti col continuo confronto di chi sbandiera i propri viaggi e le proprie vacanze o con i messaggi pubblicitari che ti fanno sentire beota se non “parti con noi”! Ai miei figli io non auguro di fare esperienze all’estero o di cercare per forza di andarsene. Auguro solo loro di essere felici di ciò che creeranno come lo sono io adesso; se lo potranno essere solo andando via bene. Ma l’albero per crescere sano forte e robusto ha bisogno di radici profonde e alla fine della tua vita non conterà quanti posti hai visto ma le persone che hai conosciuto e a cui hai voluto bene, che potranno essere tante anche vicino a casa tua.

    • Elena

      rileggendo il mio commento noto qua e la errorucci…chiedo scusa, scrivevo con un nanetto addormentato in braccio!

  • Nippi

    Sin da piccola ho avuto il desiderio di lasciare la piccola cittadina di provincia da cui venivo. Ho sempre sentito dentro di me che non era il mio posto. Al momento di scegliere la sede dell’università tra le due candidate ho scelto quella un po’ piu’ lontana e ho avuto la fortuna di essere sostenuta dai miei genitori (anche economicamente). Ho poi voluto fare con tutte le mie forze l’Erasmus, anche in questo caso la fortuna mi ha dato questa chance e i miei genitori mi hanno sostenuto. Sono stati i 6 mesi piu’ belli e piu’ completi della mia vita in cui avevo solo le mie forze su cui contare ( non c’era internet e neanche i telefonini, sentivo i miei per lettera e per 5 minuti al telefono la domenica sera). Sono tornata in Italia e a quel punto sapevo che il mio destino era segnato: avrei finito di studiare e poi avrei spiccato il volo. Cosi’ e’ stato e dopo 15 anni di lontananza dall’Italia posso dire che la mia vita non potrebbe essere stata diversa da questa. Ringrazio i miei genitori per avere creduto in me e per avermi sostenuta in tutte le scelte che ho fatto anche se questo ha comportato di vedersi raramente e di non condividere insieme la quotidianita’. Tutto ha un prezzo ma io spero di essere in grado di fare altrettanto con le mie due bambine.

  • Lo

    Sono d’accordo con te quando dici che l’indipendenza è prima di tutto una forma mentis, perchè posso dirti che il viaggiare all’estero può aiutare, ma non è determinante. Ne ho viste di persone trentenni attaccatissime ai genitori che, pur essendo andati a lavorare all’estero per un certo periodo, non si sono fatte amici, ogni sera chiamavano mammà e quando facevano la spesa cercavano rigorosamente prodotti italiani (che magari non vuol dire niente, ma secondo me è indice di poca apertura al nuovo). Risultato: sono tornate a casa senza essere cambiate di una virgola, ancora dipendenti dalla famiglia!

    • Sonia

      D’accordissimo con te!!

  • Figlia unica, uscita di casa a 18 anni, poi rientrata e ri-uscita non appena in grado di essere indipendente economicamente, munita di genitori all’antica pure piuttosto offesi dalle mie scelte autonomiste, presente! E le mie scelte autonomiste comprendono l’aver trovato lavoro fuori dal paesello natìo ed aver avuto fidanzati “forestieri”, il che ha rappresentato l’offesa massima per mio padre 😀

  • Michela

    Io sono perennemente in bilico tra il desiderio di andare e l’esigenza di restare. Il primo è ancorato alla mia vita da bambina e da single, da single senza bambini, più che altro. Il secondo invece al presente della mia nuova famiglia. E io lì in mezzo a sognare la vita all’estero mentre mi barcameno all’interno dei confini nazionali. Restare è una scelta responsabile o poco coraggiosa? Partire è cercare opportunità o avventure? E’ più difficile con un partner da convincere e dei bambini da gestire o sono solo scuse?

    • Chiara

      E’ certamente più difficile perché bisogna gestire più cambiamenti, ma si fa tranquillamente.

  • Argomento interessante e scottante. Io sono un pò come te, ho sempre stra-invidiato l’intraprendenza e l’indipendenza degli stranieri. Anche se, devo ammetterlo, ho avuto modo di fare le mie belle esperienze. Sono cresciuta in un paesino nella provincia di Reggio Emilia in una famiglia molto aperta che mi ha supportato in ogni scelta, pur sentendo la mia mancanza quando ero lontana. Ho frequentato l’università prima da pendolare e poi da fuori sede, lavorando come barista per arrangiarmi. Ho fatto uno stage a Barcellona, esperienza stupenda che consiglio a tutti. Frequentato un corso a Milano da fuori sede. Poi sono tornata a casa per un paio d’anni ed ora lavoro e vivo in Liguria da più di 5 (io ne ho 31). Mi sarei fatta volentieri un’esperienza più consistente all’estero, ma il corso degli eventi, ad oggi, non me lo ha permesso. Comunque c’è sempre tempo e sono aperta a qualsiasi cosa, anche adesso che ho un bimbo di 6 mesi e la musica è leggermente cambiata. La questione però è questa: perchè loro (gli stranieri) riescono ad essere così indipendenti? Studiare fuori sede è diverso da andare a vivere da soli per sempre. Loro non tornano nel weekend. Loro sono DAVVERO indipendenti. Non per sparare sulla Croce Rossa (ovvero sul sistema italiano) ma io a Milano (10 anni fa!!) spendevo 300€ per condividere una stanza con una perfetta sconosciuta. Più tutti gli altri costi per la sopravvivenza. Lavoricchiavo, si, ma i miei hanno sempre e comunque dovuto darmi un supporto economico, fino a che non ho finito gli studi ed ho avuto un vero lavoro full time. In alcuni paesi del Nord Europa c’è un sistema per cui lo stato ti paga gli studi fino al termine del percorso. Ed immagino che le case per studenti siano meno costose e ci siano più agevolazioni per i giovani (mia sorella ha fatto un anno di Erasmus in Germania spendendo molto meno di me a Milano per una camera singola ed un campus con tutti i comfort). Ecco insomma.. sicuramente sono meno mammoni e sono più indipendenti, però FORSE, se avessimo uno stato che funziona come il loro, magari saremmo più svegli e portati all’indipendenza anche noi?

  • Piu’ che attaccamento alla famiglia e’ attaccamento e basta: alle abitudini, ai comfort, etc anche alla noia. Questo rende difficile gestire le situazioni di crisi, i cambiamenti e gli alti e bassi della vita, soprattutto i bassi. Penso che la crisi italiana (oltre che dovuta ovviamente alla situazione economica etc) sia dovuta molto a questa incapacita’ culturale di “smuoversi”, purtroppo. Detto da una che si e’ mossa tardi.

    • Chiara

      Un punto di vista molto interessante. grazie.

  • Bianca

    Io però devo dire che per quello che conosco e che vedo (cioè la realtà di giovani laureati/laureandi che vivono tra Milano e provincia), le cose sono molto diverse da come le descrivi. Io ho 25 anni: quasi tutti i miei amici hanno fatto un’esperienza all’estero durante l’università. Molti viaggiano tantissimo (poi magari mamma brontola e si preoccupa, però poi lo racconta orgogliosa che il suo ragazzo è in giro per il mondo). Ne conosco diversi che si sono fatti i mesi a raccogliere fragole in Australia, o che si sono girati l’europa dormendo un po’ in ostello, un po’ sulle panchine.
    Quasi tutti lavorano o lavoricchiano per pagarsi queste esperienze.
    Per non parlare dei fuori-sede, che vivono e si arrangiano da soli dai 18 anni, studiando e lavorando.

    Io penso che quello che manca in Italia non siano dei genitori di mentalità ‘più aperta’ o ragazzi più intraprendenti. Ma delle politiche che permettano ai giovani di arrangiarsi dignitosamente e gestirsi la propria vita, senza dover costantemente pesare e rendere conto alle famiglie.
    Mi pare che queste politiche all’estero ci siano eccome: la maggior parte dei ragazzi che vedi in giro col sacco a pelo, alla fine del viaggio tornano del loro paese, dove una borsa di studio permette loro di laurearsi e vivere autonomamente lontano da casa. Cosa che qui, al momento, non è nemmeno lontanamente pensabile.

    • Chiara

      No, ma non spostiamo il discorso sulla politica. Non è di quello che sto parlando, ma di una caratteristica culturale dell’Italia in rapporto all’indipendenza dei ragazzi. Poi, che tu abbia avuto amici diversi, son contenta per te. Ma puoi leggere il resto dei commenti per renderti conto che siete in minoranza purtroppo.

      • Bianca

        A me sembra invece, proprio leggendo i commenti, che ci siano tantissime persone che di esperienze ne hanno fatte eccome, e che pur essendo italiani, hanno scelto l’indipendenza, a costo di tanti sacrifici, e non lo rimpiangono affatto. 🙂 Io penso che la mentalità stia cambiando per fortuna. Poi, come hai detto tu un po’ di commenti fa, bisogna anche trovare l’occasione giusta…e saperla cogliere al volo.

  • Matteo

    L’indipendenza si può conquistare anche non per forza andando all’estero, ma ammetto che solo oltreconfine forse si cambia davvero prospettiva. Io maschio alpha iper mammone, per lavoro sono uscito di casa a 23 anni. Ora ne ho 36, per seguire il lavoro della mia compagna 1 anno e mezzo fa mi sono trasferito da Milano in svizzera ( francese) con il nostro bimbo di 6 mesi. Questa estate ci rispostiamo , destinazione Londra. Non c’è giorno che non pensi a quanto sarebbe facile e dolce vivere a casa nostra, aiutati dai nonni e vicini ai ns amici. Ma già solo lo stare un anno e mezzo qui ci ha aperto la mente, e voglio regalare al ns bimbo ed alla ns famiglia delle possibilità in più, di forma mentis soprattutto. Ammetto che leggere il tuo blog, o meglio alcuni post, mi ha fatto pensare quanto questa scelta fosse azzeccata ( ne ricordo uno in particolare, sui bimbi di londra di famiglie miste che parlano almeno 3 lingue..il mondo di domani sarà loro.) Ci vediamo a Londra, spero !

    • Chiara

      A presto 🙂

  • Leyla

    E’ proprio vero quello che dici!Io non sono Italiana ma ho sempre vissuto in Italia e devo dire che ho notato parecchio questa cosa negli italiani che secondo me,a volte è davvero limitante.
    Molti italiani non hanno neanche mai fatto un’esperienza al di fuori della loro città e secondo me,al di là del voler “restare o andare”,questi tipi di esperienza formano tanto.
    Molte persone usano la scusa dei soldi e siccome io sono una che di soldi non ne ha mai avuti tanti lo posso dirlo:è una scusa!
    Io a 19 anni mi sono trasferita a Londra,da sola e senza nessun aiuto economico,poi sono tornata e sono andata a studiare in una città che non era la mia,sempre da sola e sempre senza aiuti economici.Non dico che sia facile,ma se lo si vuole si fa!Io ho sempre lavorato per pagarmi gli studi,avendo una vita normale,facendo l’università,con qualche sacrifico,ma anche con tante soddisfazioni.
    La soddisfazione che si ha quando le cose te le crei con le tue mani,te le guadagni fino all’ultimo.

    Tante volte invece è colpa delle mamme che per amore sono attaccate in modo morboso ai figli e anche senza dirlo a parole,non li lasciamo mai veramente liberi.
    Perchè se tua mamma è sull’orlo delle lacrime ogni volta che te ne è vai è normale che tu da figlio ti senti in colpa e avrai sempre meno voglia di andartene.

  • Scusatemi ma io questa storia che non si lascia casa per andare all’estero (o anche in un’altra città italiana molto distante da quella d’origine) perchè non tutti se lo possono permettere economicamente non la posso più sentire.
    La storia di Marco (TheQueenFather) ne è la testimonianza e io potrei portarvi almeno 4 esempi di miei amici provenienti da famiglie per nulla benestanti che se ne sono andati da casa, senza pesare sui genitori. Sono tutti all’estero e più precisamente in Brasile, Stati Uniti e Regno Unito.
    Volere è potere. Punto. E no non la voglio fare facile perchè facile non lo è affatto quando vai a lezione al mattino, studi al pomeriggio e lavori la sera. Ci vuole una montagna di volontà, bisogna tirarsi su le maniche perchè quando arrivi la sera non trovi le tagliatelle al ragù della mamma ma una scatoletta di tonno, se ti va bene perchè ti sei ricordato di fare la spesa.
    Andarsene di casa è un’ottima palestra di vita, ma bisogna anche ricordarsi che non fa per tutti. Che c’è chi sta bene nella sua cittadina con le sue abitudini e la colazione allo stesso bar da vent’anni. Ho moltissimi amici così e rispetto le loro scelte, anche se non le condivido molto. Perché il confronto con altre realtà, religioni e culture non può che renderti un uomo migliore, sotto molti aspetti.
    Chiara, tu scrivi che non eri felice. Mi dispiace.
    Premetto che il mio è assolutamente un discorso generale e lungi da me dal voler entrare nelle tue questioni private, ma io penso che una volta raggiunta la maggiore età i ragazzi dovrebbero trovare la forza anche per opporsi ai genitori e far valere le loro idee. Oddio non è certo facile lo so bene, ma ad un certo punto se lo vuoi davvero, nessuno può incatenarti a casa.
    E comunque non devi considerarti una perdente nel confronto con altri tuoi coetanei: hai avuto la tua seconda occasione e l’hai presa al volo. Quello che stai facendo è un viaggio bellissimo e io ti auguro ti porti molto lontano.

    • Chiara

      Non penso sia un problema di qualcuno che ‘ti incatena a casa’. Piuttosto, in un lavoro che dura da quando nasci, ti incatena alla convinzione che a casa in fondo CI VUOI RIMANERE e ‘non c’è bisogno’ di allontanarsene.

      • Ora capisco cosa intendi. Io sono cresciuta in una famiglia in cui i miei genitori mi hanno sempre spronata a partire, perché avevano capito che bruciarmi le ali avrebbe significato spegnermi. Ma ammetto anche che molte volte non è nemmeno facile capirli i figli, e capire cosa sia davvero meglio per loro. Ascoltarli credo sia fondamentale, lo penso soprattutto ora che sono mamma anche io.
        Bello questo post, e anche gli spunti di riflessione che sta creando.

  • martilarossa

    Caspita, che guerra di scalpi che ha scatenato questo post!
    Io sono uscita di casa a vent’anni, per andare a fare l’universitaria “fuori sede” a 50 km da casa quando avrei potuto fare anche la pendolare, come (quasi) tutti dal mio paesello. Non dico le tragedie di mia madre, i suoi pianti, le menate che si tira ancora a dieci anni di distanza “te ne sei andata perché non stavi bene con noi?” e io a spiegarle in tutte le lingue che no, stavo benissimo, voglio loro benissimo, eppure per crescere avevo bisogno di provarci da sola, e che sono felicissima di averlo fatto e che mi ha fatto diventare quella che sono, contenta di esserlo. Eppure ancora non è convinta. Ed ero a 50 km e mi vedeva tutti i fine settimana, eh.
    Fine della mia esperienza lontana da casa. Ora abito nella stessa casa in cui sono nata e cresciuta, per dire. Niente esperienze all’estero, mille bandi Erasmus consultati e mille scuse che ho trovato per non pensarci mai seriamente, un sacco di “e se avessi fatto” che non ho fatto e che mi pesano, soprattutto per la mia mancanza di coraggio e per la mia autostima così bassa che mi ha sempre portato a non provarci perché tanto non ce l’avrei fatta (ancora oggi mi comporto così).
    Spero, quando verrà il momento per mia figlia, di essere capace di spingerla a provarci, senza obbligarla per costringerla a fare quello che io non ho fatto, ma senza volerla tenere legata a me, come una madre italica che ho sempre giurato che non sarei stata (e che invece ho paura diventerò).
    Quando leggo il tuo blog o sento le storie di chi ci ha provato penso che siate molto più fighi di me e provo invidia: ma quella invidia “buona”, non quella che ti fa criticare (faccio riferimento al discorso che faceva C. in un commento). Eppure penso anche che a volte è difficile essere felici e realizzati anche vicino a casa, che ognuno è diverso e c’è chi è più felice attaccato alle sue radici, chi lontano, chi zaino in spalla, ecc… l’importante è che ognuno trovi la sua dimensione. Ma che questa è una delle cose più difficili da fare nella vita, e io ho tante cose irrisolte con me stessa e non ci sono ancora riuscita.
    Fine del momento di autoanalisi 🙂

  • Sono d’accordo quando dici che è un fenomeno tipicamente italiano disincentivare all’indipendenza dei figli: personalmente penso che sia soprattutto una forma mentis.Io non ho mai vissuto all’estero e beh, tornando indietro un paio di anni all’estero me li farei eccome, ma all’epoca non ne ho avuto l’occasione. Nessun rimpianto, ma ho cercato di rimediare a questa “mancanza” scavandomi dal tetto materno relativamente presto, verso i 25 anni. Perché bene e spesso ci fa tanto, ma tanto comodo stare attaccati alla mamma.
    E non va bene. Non è sano, non ci fa crescere e non ci permette di diventare dei genitori capaci a nostra volta di educare figli autonomi. Mandare i figli fuori di casa prima dei trent’anni non è essere menefreghisti e crudeli, ma è farci un favore a vicenda: per la loro autonomia e per la nostra salute mentale. I miei se la meritavano, secondo me, un po’ di privacy, dopo 40 anni passati a crescere me e i miei 2 fratelli maggiori 🙂

  • Francesca

    I miei mi hanno lasciata libera di andare,e sono andata: via di casa a 19 anni, tanti viaggi, tanti lavori estivi all’estero, Erasmus, ecc.
    Ora vivo in Italia, in una città che mi piace, con nuovi amici che mi piacciono, un lavoro ok, ma mi sembra di aver fallito.
    Se vivessi all’estero, con un lavoro ok, conoscenze superficiali, probabilmente mi sentirei meno fallita.
    Perché?

  • Lunabionda

    ho letto ben bene tutti i commenti per vedere se qualcuna aveva un’esperienza simile alla mia. ho 28 anni, e ho conosciuto l’ indipendenza a 17 anni quando mi sono ritrovata orfana. ho mollato anche la scuola. non sono stata messa sotto tutela perché avevo comunque degli zii nello stesso palazzo dove abitavo. non volendo più studiare, in parte per lo shock del periodo, in parte per mancanza di predisposizione, ho cercato un lavoro qualsiasi. il giorno in cui ho compiuto 18 anni ho cominciato a lavorare. ora lavoro da oltre 10 anni nello stesso settore ma da imprenditrice, non più da dipendente. certo il fattore economico ha contato molto. i miei mi hanno lasciato abbastanza ben provvista, altrimenti non so cosa ne sarebbe stato di me. ho passato due estati lavorando all’estero in negozi della stessa catena per cui lavoravo, a 18 e 19 anni. a vent’anni mi sono sposata e due anni dopo con l’aiuto dei suoceri ho aperto il mio primo negozio. L’ho chiuso quasi tre anni dopo a causa della crisi, e della fine del mio matrimonio (durato circa 5 anni). Non avendo dove andare -mi sono trovata in mezzo ad una strada e senza lavoro – ho raggiunto mio fratello in Estremo Oriente ed ho vissuto un periodo lì. Tornata in Italia mi sono riqualificata con tre corsi diversi relativi al mio settore, prendendomi una specie di anno sabbatico. Poi ho ripreso a lavorare, nuovamente in modo autonomo da imprenditrice. Guardandomi indietro, nonostante le incertezze del presente, devo dire GRAZIE alla vita che ho avuto, alle difficoltà che ho avuto, alle tragedie familiari, ai cinque traslochi che ho fatto in cinque città differenti, perché oggi mi sento elastica e pronta a tutto, perché tutto si può affrontare e tutto si può superare.

    • Chiara

      è una storia da film, lo sai? A volte la vita sa essere crudele e sorprendente al tempo stesso, e tu hai saputo reagire alla grande. Un abbraccio

  • patrizia

    tutto vero, io di milano pure ‘che bisogno hai di spostarti?’ ma poi qui in italia con obbligo di frequenza, lezioni dalle 8 alle 18, crisi economica che abbatte i tuoi ‘non ci sono soldi per l’università’ ti arrabbatti a lavorare/studiare/pagare pure le bollette dei tuoi, chiaro che nonmi pento di essere rimasta a milano dai miei, è stata già abbastanza dura così, e poi almeno ho aiutato i miei nel mio piccolo.

  • Valina

    Io ho sentito mamme dire “ma allora non ci vuoi bene? Ti sei dimenticato di noi?” e frasi del genere faccio fatica a digerirle anche se il genitore in questione non è il mio. E aggiungo fortunatamente. Francamente non credo che rimanere favorisca una qualche apertura. Il viaggio o il vivere fuori ti regala persone, emozioni e fatiche che le mura di casa non ti daranno mai. Sono italiana e amo il mio paese ma credo che l’italiano avrebbe bisogno di vedere più il mondo, forse si donerebbe di più e giudicherebbe meno.

  • Valeria

    Leggo sempre, non commento mai. Stavolta, però, questo post mi tocca nel profondo perchè descrive una sensazione che conosco bene.
    Sono stata una ragazzina timida ed insicura che aveva paura di tutto. A diciannove anni sentivo una gran voglia di uscire dal guscio, fare esperienze, vivere per conto mio e affrancarmi da una piccola città che ho sempre sentito stretta e pensavo che andare a studiare in un’altra sede fosse la mia occasione. E’ bastata una frase detta in modo sprezzante da mia madre- “e che cosa vuoi che cambi andando fuori?”- a farmi sentire una stupida per averci solo pensato. Poi il coro di familiari e conoscenti che trovavano antieconomico ed inutile andare in un’altra università quando ne avevo una a portata di mano mi hanno fatto desistere del tutto.
    Poi gli anni passano e ho un’opportunità di lavoro che mi porta a più di 600 km da casa; ora, a trent’anni, vivo da sola con il mio Lui e posso finalmente affermare che mia madre aveva TORTO; andare in un posto nuovo, senza l’abbraccio rassicurante ma un po’ asfissiante della mia famiglia, mi ha fatto crescere e maturare enormemente. Quando te la devi cavare da solo, tiri fuori delle risorse che non sospettavi di avere, sperimenti i tuoi limiti e le tue capacità e arrivi a una maggiore conoscenza di te stesso.
    Sono molto più felice adesso e mi sento sulla strada per diventare la persona che voglio essere.
    L’unico problema è che mia mamma non si è ancora rassegnata, vorrebbe che chiedessi il trasferimento al più presto. Vede questa come un’esperienza del tutto temporane fatta solo per la necessità di prendere un posto di lavoro e quando io e il mio compagno le abbiamo fatto capire che, almeno per il momento, non abbiamo nessuna intenzione di ritornare lei….ha pianto, mi ha fatto sentire come se le stessi infliggendo un torto ingiusto e non vi dico i sensi di colpa!
    Io maledico ogni giorno la mentalità tipica della mamma-chioccia italiana: gran parte delle mie ansie e insicurezze deriva dal fatto che, per buona parte della mia vita, sono stata tenuta in una campana di vetro da una madre iperprotettiva; questo mi ha frenato ritardando la mia crescita personale e ho giurato a me stessa che, se mai avrò dei figli, mi comporterò in modo del tutto diverso favorendo, e non ostacolando, la loro individualità ed indipendenza

  • Mary

    Io durante la laura triennale sono andata 6 mesi in Erasmus nel paese che più amavo: non è stato affatto semplice, sono dovuta andare contro tutto e tutti, e anche una volta arrivata ho incontrato delle piccole difficoltà. Ma lo desideravo tanto, davvero tanto e allora ho lottato con tutte le mie forze. E’ stata un’esperienza unica e bellissima che mi ha insegnato cose che non avrei mai e poi mai imparare. Sono radicalmente cambiata dopo quei 6 mesi, e anche le persone che non erano d’accordo me si sono ricredute. Ora mi sono trasferita in un’altra città (sempre qui in Italia, a circa un’ora e mezzo di treno dalla mia città natale) per frequentare un corso di laura specialistica: spesso durante il weekend torno a casa, spesso rimango… Forse quello che ho imparato durante quei 6 mesi fuori, l’avrei potuto imparare anche stando a casa, cercando dentro me stessa… però prendere la valigia, andare all’aeroporto, salire su un aereo, allontanarsi da tutti e da tutto e iniziare da zero è una sensazione incredibile, che ti fa apprezzare quello che hai e a cui non hai mai pensato. E soprattutto, ti fa sentire libera.

  • martilarossa

    Io però vorrei aggiungere una cosa a discolpa di mia madre. Ho detto che ha pianto per mesi quando me ne sono andata, e ancora tenta di rimenarmela. Però penso sia una questione di testardaggine e di non voler ammettere che aveva torto, perché quando la faccio ragionare mi risponde serena “lo so che sei felice, sei cresciuta e per te è stata la scelta migliore”. Credo che in un certo modo sia cresciuta anche lei, nonostante avesse più di mezzo secolo di vita sulle spalle!

    • Mio padre è arrivato dalla Costa D’Avorio 35 anni fa, passando dalla Francia. Non mi risulta che l’Africa sia un popolo di ricchi e a suon di borse di studio del governo francese (erano gli anni 70) è arrivato dove sta. Ha studiato al Politecnico di Milano e si è laureato che io avevo 7 anni e adesso fa quello per cui ha studiato, quindi l’ingegnere. Io ho fatto le mie esperienze in giro per l’Italia e ora vivo in Spagna da quasi 7 anni (ne ho 30) e ai miei genitori ho chiesto i prestiti. Sì! Anche se sembra assurdo mio padre mi ha chiesto indietro i soldi, ma non per cattiveria e nemmeno glieli ho ridati proprio tutti eh e parliamo di 1000€….ma già dicendomelo mi ha fatto aprire gli occhi. Lui mi dice sempre che i soldi sono suoi e se li è guadagnati e non c’è scritto da nessuna parte che me li debba dare per fare i cavoli miei a zonzo. Io che non ho alle spalle nessuno zio miliardiario mi sono resa conto che avere la famiglia ricca e fare esperienze sono due cose ben separate. Ci credo davvero che esista chi proviene da famiglie ricche eppure fa tutto da solo. Non è detto che per viaggiare bisogna avere una barca di soldi. Il mondo è pieno di ragazzi che arrivando dal Terzo Mondo ce la fanno. Non diventano miliardari ma sì, ce la fanno, se intendiamo che dopo aver tirato la cinghia riescono ad accedere ad un mutuo, comprarsi la macchina, farsi una famiglia…..lontani da casa e senza l’appoggio economico della famiglia.
      Mio figlio è proprio frutto dell’Erasmus, io ero venuta qua in Spagna pensando di tornare ma evidentemente non doveva andare così. E mi ricordo perfettamente di aver scelto la Spagna e in concreto Valencia perché a conti fatti era la meta più economica. Mica me ne potevo andare in Norvegia dove con la borsa di studio non ci pagavo nemmeno la metà dell’affitto! Quindi parlare genericamente di “costi” per espatriare è relativo. Ci sono luoghi realmente economici e dove non è difficile trovare lavoro. Ci vuole coraggio, questo sì e prendersi le proprie responsabilità, altrimenti dove vogliamo andare? Basta dare la colpa alle madri che credo che agiscano (quasi) sempre per il nostro bene (e parlo io che con la mia quasi non ci parlo ma questo mi ha aiutato ad andare via)

  • @ Francesca: non sei fallita! Hai scelto quello che ti fa felice: l’importante e’ che tu abbia visto quello che c’e’ fuori della boccia 🙂 Immagino che ora x te cambiare vita/lavoro/etc sara’ vista come una possibilita’ e non come un dramma…xche’ nella vita c’e’ anche altro. Io vivo all’estero, a volte sono felice, a volte sono cosi’ stressata che passo intere notti in bianco. Ne vale la pena? Boh non so, ma da quando sono qui a volte mi e’ capitato di sperimentare la sensazione di “magico”, e qs puo’ succedere anche se non ti sposti dal tuo peaese, penso, ma ti allontani dalla tua “comfort zone”, ma forse qui sto uscendo di tema 🙂

  • Paola

    ciao Chiara, bel post, mi ha toccato nel profondo. Io la mia esperienza all’estero prima di avere fidanzati seri/figli, l’ ho avuta. Nel 2005 parto per l’erasmus (e lacrime all’aeroporto). 6 mesi incredibili che mi fanno capire che in Italia non ci voglio piú stare. Dopo la laurea volevo fare la follia di partire a Londra senza niente, cosí, per “cercare lavoro”. Terrorizzata della reazione dei miei, lo dico solo a biglietto aereo fatto. Inutile dire che mi hanno fatto sentire in colpa, che mi hanno convinto che partire cosí all’avventura, sarebbe stato un errore. E sai che ti dico: meno male che me l’hanno impedito. Conoscendomi (timida, un pó insicura) non so se ce l’avrei fatta. Ok, chi puó dirlo. Allora ho ascoltato il loro consiglio: ho provato a cercare lavoro in Italia (Milano). Dopo 3 colloqui falliti, a Giugno 2007 trovo lavoro in Irlanda, da casa.
    Parto.
    Da allora non sono piú tornata e non torneró piú.
    Dopo l’Irlanda sono approdata in Inghilterra per un tirocinio formativo, lí incontro Lui. Insieme partiamo per la Spagna. Ora siamo a Parigi. Con piccoletto di 1 anno. Giá sono super attaccata a lui, spero di dargli sempre i consigli giusti.
    un bacio!
    PS – a volte mi chiedo come sarebbe finita se fossi davvero partita a Londra allo sbaraglio. mah!

  • Non ho fatto in tempo a leggere i precedenti commenti ma quello che mi fa venire in mento questo post, e parlo di esperienza personale, sono quei modi sottili, indiretti, che hanno alcuni i genitori di farti sentire perennemente in colpa per qualunque tua decisione. Sia essa quella di andare a vivere da soli, piuttosto che avere un figlio, piuttosto che comprarsi un paio di scarpe che a loro non piacciono. Quella critica più o meno velata, ma comunque sempre presente, che, in alcuni casi ha l’effetto di tenerti ancorato a loro, nel caso di riuscito volo invece, ha quello di renderti un pochino amara ogni conquista. Ma ripeto, questo è un caso personale e forse, la riuscita o meno del volo, dipende soprattutto dalla forza di carattere che si riesce a mettere per raggiungere i proprio obiettivi. Io ho 36 anni e ci sto ancora lavorando, pur essendo andata via di casa a 23 anni. Che faticaaaa!!! ;-P Sono andata fuori tema??? ^_^

  • ceril

    Non so cosa abbiamo detto gli altri ma io parlo della mia esperienza: a 19 anni fuori di casa per l’università e poi ancora in un altra città per un master, quindi in un altra per uno stage e infine gli ultimi 6 a Roma per lavoro. Sono stati i migliori 15 anni della mia vita pieni di difficoltà ma di stimoli e di confronto con tante persone diverse. Adesso da 4 anni per seguire un progetto scellerato del mio lui sono ritornata nel mio tanto odiato/Amato sud non molto distante dai miei. Mi sembra di essere tornata indietro di 20 anni, quando incontro vecchie conoscenze mi guardano con una certa aria di soddisfazione… della serie “hai visto che alla fine sei tornata da mamma e papà e hai figliato proprio come noi, tu che schifavi tanto questo posto?” … “No, no io lo schifo ancora” e non c’è un solo giorno da quando sono ritornata che non pensi di scappare. Trovo davvero difficile capire chi non abbia voglia di esplorare il mondo, di guardare fuori il proprio orticello e sia chiaro che se si ha una buona base economica è meglio ma io sono figlia di un operaio e di una casalinga (e come me tanti che conosco che sono andati via), se ci sa arrangiare e si sa approfittare da giovani degli scambi interculturali è possibile anche con poche risorse. Certo poi se metti su famiglia è tutta un’altra storia ma fino ad allora approfittatene, accumulate quante più esperienze possibili perché poi le trasmetterete ai vostri figli! Io non credo al momento, anche se continuo a sognarlo, che sarà facile andar più via, ma sono sicura che non smetterò mai di ripetere ai miei figli quanto sia importante l’indipendenza e le nuove esperienze lontano dai propri genitori. Poi ovvio già lo so che soffrirò come da buona mamma italiana per la loro assenza ma farò in modo di non essere mai un limite per loro e sono certa che da adulti mi ringrazieranno.

    • Figlia di un emigrato in Canada per 15 anni, di aria di libertà ne ho respirata fin da piccola con le mille avventure che ho ascoltato dai suoi racconti. A 18 anni ho fatto una scelta, Università vicino a casa, non me la sarei potuta permettere in nessun altro luogo. Stage di quattro mesi in Canada, un sogno realizzato. Sognavo di ripartire una volta laureata, ma poi è arrivato mio marito, con casa quasi pronta a 30 km dai miei. Poi è arrivata la laurea, una proposta, il matrimonio e due figli meravigliosi, il tutto in sei anni. Di strada ne ho fatta, nonostante tutto 🙂 E se mi capitasse, vorrei ospitare il mondo in casa, con programmi di scambio e di accoglienza…

  • Che dire? Io mi sentivo quasi una mosca bianca ma leggendo i vostri commenti vedo che sono quasi tranquilla a livello di spostamenti 🙂
    Anche io una lunga vita scolastica incasinata dagli spostamenti: prima alle superiori pendolare in una cittadina vicina e poi all’università da squattrinata fuori sede. Ho cominciato a lavorare, sempre a Catania dove avevo studiato, quindi non troppo distante da casa ma la crisi morde in italia e sono rimasta a “spasso” come si dice dalle mie parti.
    Morale della favola l’anno scorso ho preso la palla al balzo con un’azienda che faticava a trovare gente disposta a viaggiare e a spostarsi, e in un anno ho cambiato 3 città, 5 case, 3 nazioni.
    Oggi vivo a Parigi da alcuni mesi, forse fino a fine anno, poi chissà, andrò dove mi porta il vento.
    Il fatto di aver dovuto lasciare casa molto presto ero già abbastanza ferrata, ma i primi tempi sono sempre duri, obbiettivamente siamo molto, a volte troppo legati alle nostre case e alle nostre vecchie vite. Non dico che sia sbagliato. E’ solo che ti impedisce di crescere, di misurare la tua vera forza. Sono cambiata più nell’ultimo anno che nei 10 precedenti, e nonostante le lacrime, le difficoltà, la solitudine e i dolori non tornerei indietro. Vedo il modo in modo diverso, non migliore ne peggiore, solo più consapevole e ricettiva, e mi piace.
    Questa nuova visione del mondo mi ha anche portato alla fotografia, a cercare di mettere per immagini questa nuova meraviglia nel vedere le cose, e cercare di condividerla con gli altri anche attraverso un blog.
    Non so dove andrò ma di sicuro so che posso solo andare avanti….

  • Dai, Chiara ha ragione. Rimanere a casa con la famiglia fino ai 30 non è mica sano. A 20, via, sciò, si studia e si lavoricchia. Così si cresce.

  • Io sono di Verona e a 19 anni mi sono trasferita a Padova per laurearmi in fisica. A 29 anni sono andata a convivere (con il mio attuale marito) a Pavia per frequentare un Master e per lo stage sono andata da sola a Pisa. Poi per motivi di lavoro di mio marito siamo stati a Granada (dove è nata la nostra seconda figlia) e a Madrid…ho fatto 8 traslochi in 8 anni e mia figlia maggiore ha cambiato 7 asili.
    L’esperienza spagnola è stata indimenticabile, abbiamo conosciuto molta gente e ci manca molto la Spagna.
    Ora viviamo a Pisa e viviamo serenamente, ma non ci scorderemo mai delle esperienze fatte!!!
    Besos

  • Antonietta

    La famiglia,se fa un buon lavoro, ti dà le radici e le ali ed i miei genitori, gente semplice, con la licenza di scuola del l’obbligo mai usciti dal nostro paesino di provincia, con me così hanno fatto e ancora li ringrazio. Si era alla fine degli anni ’80 e nel mio ambiente partire da sola per andare a Londra a fare la ragazza alla pari era equivalente all’imbarcarsi su un razzo per la Luna. Avevo 20 anni, ma, senza avere mai viaggiato, ero già indipendente da almeno tre: scuola in inverno e lavoro estivo, il primo a 17 anni in un albergo in montagna a 400 km. da casa. Quindi concordo pienamente sul fatto che la disponibilità economica non c’entri nulla, anzi, spesso é un ostacolo. Che viaggiare apra la mente non é un luogo comune e della importanza di aprirsi ad altre culture ne ho fatto una professione, insegno infatti lingua e civiltà inglese. Però. Sono anche la prima a riconoscere, come ho anche letto in alcuni post che mi hanno preceduto, che l’equazione estero=indipendenza o meglio mancati spostamenti=mancata indipendenza non ha ragione di esistere. Un esempio di questo lo vedo nella maggiore dei miei figli, brillantissima studentessa liceale da noi soprannominata l-organizzatrice-di eventi, una che dovendo prendere una terapia ormonale sostitutiva da quando è nata se la gestisce da sola dall’età di sei anni, una che la valigia per le gite scolastiche se la prepara da sola, per sua volontà ,dalla scuola elementare. Ebbene, la suddetta é l’antiviaggio per eccellenza, una che alla richiesta di accompagnarmi in uno dei miei viaggi a Londra risponde che una quarta volta lei proprio non ci sarebbe venuta ( notare che la prima volta era nel grembo materno, ma l’interessata ha decretato che anche quella valeva) e che in qualunque posto del mondo si sarebbe annoiata di più che a casa sua ( città di provincia di novantamila abitanti). Lei é felice così, a me questo basta. L’indipendenza é anche e soprattutto quella dagli stereotipi e dai luoghi comuni.

  • Bellissimo post 😀 Anche se vengo da un paesotto del Friuli, fortunatamente ho avuto 2 genitori fantastici che mi hanno fatto crescere viaggiando e facendo esperienze, cosi’ a 19 anni non ce l’ho fatta piu’ e sono scappata tra stagioni, Londra Milano e per 3 anni in giro per il mondo grazie a un lavoro. E la cosa bella è che ogni volta che decidevo di partire mia mamma, altro che stare a casa… mi diceva “Bene brava vai vai :’D !” Ogni volta che ritorno vedo i miei amici che alla soglia dei 30 non hanno ancora fatto un cavolo e si meravigliano di come sia facile per me prendere un aereo…..Mi rendo conto di essere molto fortunata ad aver avuto dei genitori cosi’!

  • ilaria

    6 anni fa abbiamo detto a mia madre che attraversavamo l’italia per venire a lavorare qui in piemonte, dalla puglia. le si sono riempiti gli occhi di lacrimoni e mi ha chiesto, sussurrando: cosa ti manca qui?
    poi dice che la tratto per scema! il mio attuale marito lavorava all”ilva, e ogni giorno mi chiedevo se l’avrei rivisto, i miei parenti muoiono di tumore uno dopo l’altro e pavento il momento in cui toccherà ai miei amici. io avevo un lavoro che odiavo e volevano pure farmi fare carriera, non avevamo prospettive, lui non dormiva e litigavamo tanto. ora dopo 6 anni siamo più sereni, noi due ci amiamo ancora (al contrario di alcuni che da casa non si sono mai mossi, e si trascinano insieme) e il rapporto con mia madre ne ha tratto tanto vantaggio.
    anche io sono assolutamente convinta che bisogna andare per il mondo a cercare se stessi, bisogna lasciar perdere i fidanzamenti fiume che li inizi a 14 anni e ti ritrovi a 25 senza accorgertene, bisogna confrontarsi con gli altri, capire i pregiudizi e capire di quali si può fare a meno.
    stare fermi in un posto per me è la morte, ma ci vuole un attimo a farsi fregare. per fortuna che a me m’hanno licenziata, e mi devo reinventare la vita.
    ora arrivo in UK, e non vedo l’ora di vedere che m’aspetta! 🙂

    • sonsierey

      Io non capisco questa cosa del lasciare perdere i fidanzamenti fiume. Ma cosa vuol dire? Se ami una persona la ami, punto. Le relazioni non hanno una data di scadenza, se si sta bene con una persona se la si ama, se la si desidera non vedo perché si debba “lasciar perdere” dopo un tot per paura di… Di che cosa poi? Non ho ancora ben capito. Sappiate che io ho un ragazzo da tre anni e la mia università mi ha selezionato per un Erasmus di quattro mesi a Bristol e io ci andrò. Una bella esperienza non ne esclude un’altra, se si è forti, ed io intendo viverle entrambe al meglio! 🙂

      • ilaria

        è solo che ho visto tante ragazzine nel mio paese che avevano fretta di fidanzarsi, e a 13/14 anni hanno preso il primo che hanno trovato, per scambiarsi corna qualche anno dopo, senza lasciarsi però, per non far parlare la gente (che invece con le corna…). Secondo me sbagliato iniziare così da giovani, perché a quell’età uno ancora non sa chi è, non sa cosa gli piace, e difficilmente potrà scoprirlo se è incastrato (ma più spesso incastrata) in una relazione del genere. tu sei già all’università, e state insieme da tre anni, e vuoi partire per l’Erasmus. mi pare ben diverso dall’avere un fidanzato che non ti fa uscire di casa neanche per andare a comprargli un regalo di compleanno.

  • A 18 anni ho lasciato la mia casa in Puglia e tutte le sue comodità per fare l’università a Roma e visto che i miei non navigavano nell’oro, mi sono arrangiata mantenendomi con 500€ al mese (affitto incluso…perchè chi cerca trova!). Questo vuol dire che dopo aver fatto la spesa, pagato le bollette e l’abbonamento dei mezzi, mi rimaneva ben poco da spendere in viaggi, uscite, gite e compagnia bella. Ma soprattutto vuol dire che mi sono data da fare per finire gli studi nel minor tempo possibile per cercarmi un lavoro pagato che mi permettesse di “godermi la vita” un po’ di più. E quindi me ne sono dovuta andare via da Roma (a Milano) perchè oltre al lavoro per la gloria non avevo trovato altro.
    Avrei voluto fare esperienze all’estero, o l’erasmus ma mi avrebbero rallentato e i corsi estivi costavano veramente troppo.
    Si forse avrei potuto tentare un’esperienza lavorativa…ma mai dire mai!
    Detto questo, gli anni dell’università sono stati bellissimi, ma veramente pesanti e per quanto sia stata una soddisfazione personale riuscire a fare tutto quello che ho fatto e diventare indipendente, non posso fare a meno di notare che chi è rimasto a casa ha avuto una vita sicuramente più spensierata e più viaggi a disposizione.
    Spesso ci chiedono se pensiamo mai di tornare in Puglia, mio marito dice di si, io rispondo sempre che tornando giù ricomincerei il giro, costringendo mia figlia a fare l’università fuori, facendo altre rinunce. Qui a Milano invece avrebbe tutto. Invece di mantenerla in un’altra città potremmo mandarla ogni estate in giro per il mondo.
    Ma sarà solo lei a decidere!
    Qualcosa mi dice che io resterò nella nebbiosa Milano e lei andrà nell’assolata California…

  • rocks

    mah. io chiederei anche agli stessi americani/inglesi quanti usano la nonna come baby sitter per andarsene due settimane in vacanza 😉 perché qui ci piace tanto farci fighi, ah io sono uscita dal tunnel del restolì, però anche sfruttare le risorse famigliari ad libitum…
    io sono figlia di genitori stranieri e di casa sono uscita a 18 anni, e di certo non mi sogno di usarli come badanti di mio figlio.

    • Chiara

      Alcuni di quelli che conosco lo fanno, perché sono stati fuori casa dai 18 anni e quando hanno messo su famiglia hanno scelto di tornare nei luoghi di origine. Altri invece il contrario: si sono trovati meglio fuori e quando possono/hanno bisogno usano le tate o portano i bambini dai genitori tipo a qualche ora di volo (o i genitori vengono qui a tenere i figli). Altri ancora stanno sempre coi bambini, ma hanno fatto talmente ‘la vida loca’ nel decennio precendente che amano questo essere ‘sistemati’.

  • Miele

    Hm mm, un po’ farcito di luoghi comuni e pregiudizi questo post l’ho trovato pure io, ma tutto sommato espone delle sacrosante verità su cui sono d’accordo.
    Vorrei aggiungere un paio di riflessioini:
    1) ma per quale motivo sei genitori ti mantengono a casa va bene, ma se ti aiutano mentre sei fuori diventi un mantenuto ciucciasoldi? Io sono uscita di casa a 22 anni e ho vissuto spesso all’estero, i primi anni i miei m tafano per quel che potevano (niente di trascendentale, mi toccava comunque lavora’!), ne andavano fieri loro e ne andavo fiera io. Ma c’era sempre qualche imbecille che ancora staziona da mammá che mi diceva” ah beh! Così é facile! Ti aiutano i tuoi!”. E non mi risulta che lui pagasse le bollette o la spesa a casa dei suoi… É un discorso che soprattutto molti genitori faticano a capire, ma secondo me è molto importante!
    2) Non é che per andare all’estero bisogna per forza scegliere posti costosi come Londra o Parigi,eh! Per. Poi avere la scusa che “costa troppo, non cela faccio”. Io sono andata nei Balcani e vi assicuro che con le stesse cifre di qui vivevo da nababba, avevo una casa più grande di tutte quelle che mi potrò mai permettere qui. È l’esperienza é ancora più tosta e travolgente, un vero tatuaggio nel cuore e nella mente per tutta la vita!

    • Chiara

      1) no, non credo lo pensi nessuno questo. Anzi se ti mantengono a casa sei un Bamboccione, così si dice no? Credo che se i tuoi possano darti una mano a partire e iniziare una vita indipendente è una bella fortuna, poi certo sta a te continuare a mantenerti.
      2) WOW! Mi piacerebbe saperne di più. Balcani dove?

      • Miele

        Ho vissuto a Belgrado! Una città meravigliosa popolata da gente MERAVIGLIOSA. Il calore e l’ospitalità della nostra gente del Sud e (tra i giovani di città, fuori è tutto diverso) una grandissima voglia di prendere in mano il loro futuro e cambiare davvero le cose. Per me rimarrà sempre la città del cuore (benchè sia piena di difetti, e la situazione socioeconomica sia più disastrosa che la nostra)… ci arrivai la prima volta in primavera e ancora oggi in questo periodo ogni odore mi riporta laggiù!

    • Francesca

      @Miele Scusami ma mi sembra ovvio. Se i tuoi ti mantengono quando ormai sei fuori casa oltre alle loro di bollette (e magari al loro mutuo), pagheranno anche le tue bollette e il tuo affitto…non mi sembra esattamente la stessa cosa, le spese per loro saranno superiori rispetto a mantenerti mentre sei ancora in casa.

  • Serena

    Secondo me nonostante la nazionalità di origine si possono fare delle scelte diverse. Io sono uscita di casa a 19 anni per l’università, anche se ero di Roma. E non perchè i miei potessero permetterselo (due impiegati postali), ma perchè studiavo qualcosa che a Roma non c’era. Ovviamente collaboravo come potevo con le ripetizioni, il baby sitting e l’animazione nelle feste per i bimbi.
    A 22 anni sono andata in Egitto con una borsa di studio e ci sono rimasta tre anni a studiare e lavorare, a 26 in Germania per il dottorato, a 29 in Svizzera per il post-dottorato, a 30 andro’ negli USA per una borsa di studio. La mia famiglia di origine è assolutamente radicata, quella che sto creando è assolutamente cosmopolita, per usare l’aggettivo che ha usato una mia collega tedesca che invece è molto piu’ radicata di me. A 5 anni ha vissuto in tre paesi diversi. Forse è troppo, non lo so, ma non possiamo fare altrimenti. Non credo dipenda da dove nasciamo, e non mi sembra che poi nè i tedeschi nè i francesi spicchino per questo. E’ una questione di scelte personali. Certamente la mamma italiana tipica non aiuta a lasciare il nido, ma pure a noi, quanto ce piace! Il punto è che spesso si è talmente eurocentrici da mettere l’Europa al centro del mondo, anche negli studi. Ma basta guardare al mondo arabo, alla Cina, al Giappone. Guarda tra chi fa studi orientali: si tratta di gente cosmopolita tanto quanto me. Il Cairo ha una comunità di studenti italiani che vanno a studiare l’arabo, a partire dai 20 anni, che non hanno nulla da invidiare a P. E la mamma italiana li accompagna all’aeroporto in lacrime. Ma loro partono lo stesso.

    • Serena

      E comunque, dimenticavo di aggiungere. Qui lavoro con un collega inglese che è alla sua prima esperienza all’estero, ha un anno piu’ di me. E non parla nessuna lingua a parte l’inglese. Quindi anche questo discorso di essenzializzare le persone a seconda della nazione si regge veramente poco in piedi.

  • In parte d’accordo, in parte no, come sempre. D’accordo sul fatto che è probabilmente vero che le madri italiane siano più chiocce che nel resto del mondo, non solo in UK (ho un’amica della Repubblica Ceca che mi dice sempre come nel suo Paese intorno ai 16 anni i genitori ti spingano o quasi ti obblighino a trovare lavoro ed andare a vivere per conto proprio). Poco d’accordo sul fatto che trasferirsi a vivere altrove, come si evince dal tuo post e dal racconto della tua conoscente, sia il solo modo per crescere open-minded. Conosco gente che all’estero non ci è mai stata se non in vacanza ed è aperta, multiculturale, piena di interessi. Gente che invece ha fatto esperienze di vita qui e lì che rimane esattamente come quando era partita. Tutto è sempre, secondo me, legato a chi siamo. Io avrei voluto fare l’Erasmus, che non ho fatto per rallentare i tempi di studio perché non potevo permettermelo; ora avrei occasione di fare un tirocinio di lavoro fuori (pochi mesi, zero stipendio, niente possibilità di lavoro poi) ma per andarci dovrei lasciare quel poco di lavoro che ho qui in Italia che concerne i miei studi e quello che voglio fare. In compenso parlo tre lingue, ho amici da mezzo mondo, adoro il cibo non italiano… insomma, it’s all in our head!

  • Bea

    Io, in linea generale, sono d’accordo. Però mi riesce difficile approvare il metodo 18 anni = fuori di casa e trovo sbagliare criminalizzare chi, avendo la possibilità di frequentare una buona università nella propria città rimane a casa con i genitori. Come non ci trovo nulla di sbagliato nel fatto che i genitori sostengano economicamente i figli nel periodo di studi fuori da casa, anzi credo che dare la possibilità ai propri figli di concentrarsi esclusivamente sullo studio o di frequentare un’Università prestigiosa sia un bellissimo regalo.
    Se parliamo di indipendenza economica, beh, io credo che quella possa attendere. E lo dico perchè sia i miei genitori ( italiche chiocce) sia quelli del mio ragazzo (cosmopoliti e con anni vissuti all’estero) la prima cosa che ci ha detto quando ho scoperto di essere rimasta incinta è stata che loro ci avrebbero appoggiato e sostenuto economicamente in tutto e per tutto ma avremmo dovuto completare il nostro percorso di studi. E così è stato. E ringrazio tutti e quattro per avermi dato la possibilità di continuare a studiare e conseguentemente di costruire un futuro migliore per me e per noi.

  • Simone

    Sono romano (36 anni), sono esterofilo, sono stato troppo a casa dei miei perché privilegiato, ho viaggiato MOLTISSIMO per diletto, per studio e per lavoro, ho vissuto un anno negli USA con mia moglie e da inizio anno ci siamo trasferiti senza scadenza in Belgio portandoci il figlio unenne (e lasciando famiglie d’origine e amici a Roma).

    Parlo dell’Italia, ma ho solo l’esperienza di Roma, e credo che sia un problema culturale estremamente ed eccessivamente radicato quello che ci rende provinciali (perché siamo provinciali), a prescindere dalla famiglia.
    Qualunque attività si faccia a Roma si è (quasi) esclusivamente circondati da italiani, mentre a Bruxelles camminando per strada si ascoltano contemporaneamente 6 lingue, con gente proveniente da tutto il mondo.

    D’altronde il post di Chiara comincia raccontando due storie in cui lei si è imbattuta a Londra… ne avrebbe ascoltate di analoghe a Roma?
    Non si tratta più di tanto di andare all’estero o cercare la propria indipendenza o “scappare” da casa, quanto di avere la reale CONSAPEVOLEZZA che là fuori “c’è di più” (o comunque molto altro, non volevo connotarlo in meglio).
    Non ce l’hanno (mediamente) i miei coetanei, figuriamoci i genitori.
    Poi questa esplosione di expat è sicuramente accentuata dalla crisi e dalla possibilità di informarsi grazie a internet… quindi sfruttiamo le risorse che abbiamo: i confini sono ormai molto più labili, ma non bisogna mai fare le cose allo sbaraglio!
    Sbaglio o così massicci flussi migratori dall’Italia in precedenza si erano registrati nei due Dopoguerra? È sicuramente qualcosa di epocale quello che stiamo vivendo.

    S

  • Tosca

    Secondo me ci stiamo concentrando troppo sulla questione “estero”, si può essere indipendenti anche restando nella stessa città.
    Io mi sono diplomata in tempo e laureata a poco più di 21 anni nella triennale restando a sbafo dai genitori.
    Poi ho iniziato a lavorare e mi sono comprata la prima macchina (prima mi muovevo a piedi o con i mezzi), tolta i primi sfizi e fatto i primi viaggi (niente di esorbitante come avrei voluto costretta dalle ferie estive e da uno stipendio non proprio esaltante).
    A 25 anni avevo finalmente da parte un gruzzoletto per stare tranquilla e mi sono lanciata nel vivere da sola, sempre nella stessa città causa il lavoro che per fortuna andava sempre meglio.
    Adesso ho 30 anni e sono sposata, non ho fatto tutto quello che avrei voluto: forse sarei potuta andare a lavorare a 22 anni e farmi un anno sabbatico lavorando in giro per l’Europa, forse avrei fatto a meno di fare l’università e avrei anticipato tutto di 3 anni.
    Diciamo che sono stata prudente ma sento che i miei genitori mi hanno trasmesso l’indipendenza semplicemente dicendo “arrangiati”: dopo i 18 anni non mi hanno più comprato un libro per lo studio o pagato le tasse universitarie, ho fatto tutto da sola con i lavoretti interinali che mi permettevano però di restare al passo con gli esami, i divertimenti erano quei pochi che potevo permettermi (cioè quasi zero), le vacanze un miraggio.
    Magari per qualcuno mi sarò svicolata tardi dalla famiglia ma vi garantisco che ero indipendente ben prima di varcare la soglia di casa, certo avrei potuto essere più ambiziosa e mi sento un po’ “meno” di chi ha osato di più, tipo l’esperienza all’estero; certo ai miei figli darò questa possibilità che io purtroppo non ho avuto.

    • Chiara

      sono d’accordo, come ho scritto in molte risposte ai commenti e anche nel post si parla di indipendenza, non necessariamente di spostamenti all’estero.

  • sonia

    leggendo gli altri commenti mi rendo conto di venire da una famiglia atipica e mi sento fortunata: ho 21 anni e vengo da un’isola molto piccola, finito il liceo mio padre mi spinge verso una città universitaria del nord e io rifiuto e mi sposto a napoli per poter tornare sempre nel week end e riuscire a vedere il mio ragazzo (ora ex XD), 2 anni fuorisede e poi la domanda erasmus fatta cosi per caso, avvisando tutti solo quando ho scoperto di averla vinta..sono in spagna da un anno, un anno che mi ha fatto viaggiare, conoscere, esplorare, entrare in contatto con spagnoli, francesi, tedeschi, inglesi, americani, brasiliani, polacchi, messicani..un anno in cui ho rimesso tutto in gioco, me stessa per prima e anche il mio possibile lavoro..con la speranza che non sia un punto di arriva ma di partenza e di non smettere mai di viaggiare, spostarmi e conoscere 🙂

    p.s. c’è da dire che sono fortunatissima perchè i miei mi hanno sempre appoggiato moralmente ed economicamente

  • mi trovi d’accordissimo e … anche io qui in australia sto incontrando persone che fanno cose – per loro assolutamente normali – ma che per me hanno sapore d’avventura ..
    differenti culture, aperture al mondo … ecco cosa si trova viaggiando
    ciao
    anto

  • Sono andata a studiare a Venezia a 18 anni, e sinceramente avevo chiesto a mia madre di mandarmi in collegio da quando ne avevo 14. Amo la mia mamma e torno da lei quasi tutti i fine settimana, ma dopo massimo 2 gg la mia micro casa a Milano mi manca da morire. Però al contempo ho amiche che hanno fatto le pendolari all’università e sono uscite di casa a 30 anni, ma sono persone in gamba, curiose, intelligenti e anche con molto senso pratico nel gestirsi, ora che vivono sole.
    Insomma, le esperienze sono ovviamente molto formative, ma se sei un/una imbecille lo rimani anche se fai il giro del mondo 10 volte prima dei 25. no? 🙂
    Complimenti per il blog, tra parentesi!

  • Emanuela

    Quanto hai ragione! Io sono di Roma e stamattina passavo per il Fleming e vedevo proprio quel prototipo di famiglie della Roma nord bene che portavano i fligli a scuola ed erano esattamente i cloni dei loro genitori e dei loro nonni che incontravo in quegli stessi posti trent’anni fa! Io sono andata fuori casa forse un po’ tardi ma ancora in tempo, e l’internazionalità che ho respirato nel nord Europa per tanti anni e che continuo a respirare perché lo frequento ancora spessissimo per lavoro mi ha aperto un’altra visioen del mondo e mi ha arricchita, sono certa che è lo stesso anche per te ed ancor più lo sarà su tua figlia, all of my best Emanuela

  • ilaria

    mah… Ho letto vari commenti, non tutti, non ce l’ho fatta. Io ho avuto la fortuna (?), la possibilita’ economica (?) di andare via quando volevo. Ho fatto l’Erasmus prima, e poi via per il dottorato. Vivo negli USA da 9 anni ormai. Lavoro qui, e mi sono spostata gia’ 3 volte in 9 anni. Dopo tutto questo tempo fuori posso dire di non essere ne’ italiana ne’ americana. Sono un misto di tutte e due le cose. Sono un misto di tutte e due le culture. Ne ho incontrati tanti che sono venuti qui per lavoro e non vedevano l’ora di andarsene, “eh ma il sugo qui non lo sanno proprio fare”, “eh ma che se magnano”, “eh ma le scuole italiane, vuoi mettere” (?? vabbe’ lasciamo stare), “eh ma sono rincoglioniti non sanno proprio guidare”, “eh ma il mare dell’Italia dove lo vuoi trovare?”, “eh il senso della famiglia questi qui proprio non ce l’hanno”… Ne ho incontrati tanti, e sono tutti tornati in Italia a lamentarsi della fila alle poste, del mare sporco, della carta igienica nelle scuole. Io dal primo giorno che ho messo piede fuori ho deciso che il lamento non mi avrebbe portato da nessuna parte. Che avevo la fortuna di imparare una cultura nuova. Ed eccomi qua, dopo tanti anni sono un ibrido, non sono perfetta ne’ qui ne li’. Sono me stessa (o per lo meno ci provo), e cerco di imparare cose nuove ogni giorno. Ho la fortuna di insegnare ai miei figli due culture, di scegliere i vantaggi di una o dell’altra. Da quello che leggo Chiara sta cercando di fare la stessa cosa. E lo so che non si capisce se il tuo mondo non l’hai mai lasciato (qualunque sia la definizione del “tuo mondo”). E’ solo andando via che si capisce cosa veramente ti rappresenta di piu’. E se poi la scelta e’ quella di tornare, va benissimo, perche’ (per fortuna siamo tutti diversi) e’ una SCELTA. Non andare mai via, rifiutarsi di vedere il mondo, di mettersi in gioco, di lasciare le sicurezze raramente e’ una SCELTA, e’ piu’ paura di rischiare (scusate, niente giudizi, veramente, non sto giudicando nessuno). Certo che le condizioni economiche contano, eccome, ma non e’ che per mettersi in gioco si deve per forza andare a vivere nella citta’ piu’ costosa d’Europa. Basta solo lasciare il guscio. E spesso, quel guscio, e’ proprio la famiglia che ci protegge, perche’ certamente ci vogliono bene e non vogliono vederci delusi. Non dico certo che tutti devono andare via, ma mettersi in gioco, prendere dei rischi per poi, eventualmente, decidere di tornare da dove si e’ partiti, e’ a mio avviso una delle cose piu’ salutari che una persona possa fare.

    • Chiara

      un bellissimo commento, grazie. Concordo al 100%

  • Alessandra

    Allora allora allora. Mai scritto qui, passo ogni tanto, causa tempo non posso guardare molto i blog come vorrei.
    Posto la mail che ho scritto ai miei genitori qualche mese fa e che NON HANNO RECEPITO. Come scritto in commenti sopra mia mamma mi accusa di “essere irriconoscente” e che “tutto ciò che hai fatto io l’ho sostenuto”…. il problema è ciò che NON HO fatto.

    “Cari Papà e Mamma,
    È vero che spesso il mondo delude, che spesso le aspettative, se troppo alte, sono deluse anch’esse. L’ho visto nella mia (seppure breve) vita che le cose sui cui avevo puntato di più sono state spesso non in grado di soddisfarmi. Dalla danza, all’università, a me stessa.
    Perché se sembro tanto determinata e sicura di me, lo faccio per convincermi che posso fare tutto e per motivarmi ad andare avanti senza paura.

    Non voglio essere impaurita della vita e delle esperienze. Se c’è una delusione voglio affrontarla… perché adesso, già ex post di alcune cose (vedi un Erasmus che non ho fatto, vedi il master in america che non ho fatto… ) mi pento tanto di alcune mie scelte di rinchiudermi e non buttarmi. Voglio potermi buttare senza aver paura delle conseguenze… e se mi schianto in terra sarò più felice del mio dolore più di rimanere in poltrona perché mi fa paura uscire. So che nel mezzo c’è spesso l’ottimo. Ma non in questo mondo. Non in quello che voglio fare.

    Accanto a me ci sono persone che non hanno timore di avventurarsi senza nessuno a fianco, di dirsi esperte di cose che non sanno. Di andare in un posto di cui non conoscono la lingua. Di lasciarsi, se volete, indietro la famiglia… ma non perché non la amano… ma perché vogliono riuscire a sfruttare delle potenzialità che la natura gli ha donato. Io non credo di avere meno intelligenza e capacità e forza di volontà e voglia di lavorare di tante persone di successo, anzi. C’è chi è dotato di una enorme dote di analisi e capacità, c’è chi è nato senza timore e che è stato abituato a lanciarsi senza essere sicuro che le gambe reggano. Io ogni volta che ho fatto un passo sapevo già dove sarei arrivata. Non mai iniziato nulla senza sapere a cosa sarei andata incontro

    So che fa paura che io sia a distanza… fa tanta paura anche a me. Ci siete di mezzo voi, a cui voglio un bene dell’anima e che mi avete accompagnato in tutti i passi importanti della vita, c’è Marco, che ha bisogno di tutti noi e mi manca allo stesso modo, c’è la casa a Milano, e anche lei ha bisogno di me per non restare impolverata ad ammuffire. Ma c’è anche il mio futuro… a cui volente o nolente devo andare incontro. E non voglio che sia un futuro che, come faccio ora, mi fa pentire di vecchie scelte. Voglio poter dire di averlo reso speciale solo per il fatto di aver variegato le mie esperienze. Voglio arrivare a 30 anni e dire che sono stata in 5 paesi diversi (anche per brevi periodi), imparare bene altre lingue… ed essere rispettata. Ma soprattutto sentirmi orgogliosa di me stessa… di quello che ho raggiunto… soprattutto di quanto sono riuscita a migliorarmi.

    Ho bisogno di cambiare il mio atteggiamento verso la vita. E vi prego siate di appoggio a questo cambiamento. Ho bisogno di buttarmi, di non aver paura. Ho bisogno di non pensare solo ai vincoli, ma anche alle opportunità. So che posso cavarmela… e so che ho voi che per me ci sarete sempre e io ci sarò per voi. Come ho già detto non voglio tra 5 anni voltarmi indietro e vedere che non ho fatto nulla che mi abbia minimamente messa alla prova. E NON SONO SOGNI QUELLI CHE IO CERCO, ma realtà. Non voglio solo parlare delle meravigliose cose che potrei fare con le mie potenzialità…. ma FARLE!!!
    Ho tante abilità, sono brava, una bella ragazza, lavoro assiduamente, intelligente, mi faccio sempre volere bene e so presentarmi. Ho tanti difetti: sono testarda (ma se lo dico a un colloquio posso trasformarlo in pregio), un pò pigra ma soprattutto timorosa.

    Gli ultimi due aspetti per il mio lavoro proprio non vanno… e sono quelle cose che devono essere buttate fuori dal mio curriculum, dalla mia esperienza, dalla mia mente. Perché la paura non deve esistere, la voglia di mettersi in gioco e fallire se c’è da fallire non deve mancare.
    Siate fautori di una parte di questo processo in cui io metterò tutta me stessa e per me non abbiate paura, ma solo fiducia. Siate entusiasti delle sfide che mi si prospettano. Magari tra due anni potrete dire agli amici al mare che la settimana dopo andate a trovare vostra figlia in Brasile.

    Io per voi ci sarò sempre ed il mio affetto e devozione non è affatto messo in dubbio dalle mie necessità di crescita.

    Tanti affettuosissimi baci,
    Alessandra”

    ….direi che NON c’è più nulla da aggiungere. Tranne che me ne andrò in Australia ASAP (ps. sono un ingegnere venticinquenne 110 e Lode al Politecnico di Milano – se avete offerte…. 😛 )

    • Chiara

      Credimi se ti dico che mi hai commossa 🙂 E anche se non ti conosco sono virtualmente “fiera di te”.

      • Alessandra

        Grazie Chiara apprezzo il tuo appoggio e anche se non leggo ogni gg il tuo blog ti stalkero su instagram nella tua vita londinese! Maybe I’ll begin post a comment every now and then. 😛

        • Chiara dopo aver letto la lettera di Alessandra ai genitori, non mi resta che RINGRAZIARTI. Dire che ho trovato sul tuo blog una “valvola di sfogo” può suonare poco carino, ma sono certa che ne sarai orgogliosa. Tante ragazze e tante donne si ritrovano qui, da te e con te, si rispecchiano nelle tue paure, nei tuoi timori.
          Sei in gamba! 🙂

  • Loretta

    Parlo da mamma (56 anni): due figli, il maggiore di 34 anni che sarebbe andato via di casa a 3 anni e uno di 28 attaccato alle gonne di mamma’! Il minore, finito il liceo, decide di studiare la lingua giapponese e io gli propongo di andare a Venezia (noi abitiamo a Bologna!!!!) e lui mi risponde che non ci pensa proprio! Sempre io gli propongono di fare domanda per l’oversize (erasmus oltreoceano ) per il Giappone e lui accetta. Vince il concorso e parte per 9 mesi per Tokyo. Il giorno dopo il suo arrivo mi telefona in lacrime (aveva 21 anni) e io lo rincuoro e gli dico che sarebbe andato tutto bene. È tornato dopo 12 mesi e non 9 perché nel frattempo aveva trovato l’amore. Rientrato si e laureatol’anno successivo e poi ha deciso di andare in UK (Manchester ) per rifare altri 3 anni di università in giornalismo e produzione televisive!!!!! Adesso vive e lavora a Londra. Il maggiore non ha fatto l’università ma a 33 anni ha deciso di fare un master a Londra inerente il suo lavoro e adesso anche lui vive a Londra (e ha lamfidanzatama Bologna!). Questa e la mia storia e io mi arrabbio moltissimo quando mi dicono: ” ma tu li ha lasciati andare senza dire nulla? Oppure Ma non hai la sindrome del nido vuoto? No, No, No. Io sono orgogliosa dei miei figli e quella è la loro vita.

    • Chiara

      che bello, Loretta 🙂

    • paola

      Care amiche di chiedo con urgenza di aiutarmi.mia figlia di 23 anni laureanda in scienze orientali ha conosciuto un ragazzo straniero e vuol lavorare almeno 8 mesi in Scozia per pagarsii la triennale a Edimburgo in euro 16000.00 anche ricorrendo a prestiti.forse fara la cameriera a 10 ore al giorno.domanda ma cosi si distruggerà?!!le ho proposto Italia e master ma lei dice che non valgono alla estero perche non c,e interesse per l’arabo.io piango perche temo di perderla certo sono pronta affare anche io un prestito ma l,altra figlia si deve sposare grazie per le vs risposte

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  • FranzAusTriest

    Puglia- Friuli solo andata, dalla bellezza di sei anni. Madrehh assolutamente a favore (e culo, vi dirò: facoltà presente solo qui e nel mezzo dell’Emilia), e genitori assolutamente pronti a mantenermi in tutto e per tutto (‘sta facoltà mal si concilia con qualsiasi altro impegno, purtroppo). Adesso ho il problema opposto: non voglio andarmene da qui (anche se si lavora poco, pochissimo, e sto contando i giorni per finire il tirocinio e poter finalmente cercare un altrodove o un altroquando).
    Come Ilaria, anche io ho visto la gente che alla mia età si è sposata l’amore del liceo, le mamme che chiedono “ma non pensi alla mamma che sta sola?” (anche mio padre lavorava fuori, io figlia unica…la summa del tradimento!). ci penso alla mamma, santo cielo. E non quando devo fare una lavatrice e non so se quel vestito rosso di cotone stinge anche a dieci gradi o no, ma quando penso a tutti i sacrifici che lei e mio padre fanno per mantenermi qui (con il tirocinio, il massimo che posso permettermi è fare ripetizioni di tanto in tanto…e pregare che mi arrivi qualche incarico pagato decentemente). Ci penso quando penso che ogni volta che riparto le parte la lacrimuccia, e io mi sento un po’ male. Una volta no, era una liberazione, era il seguire le orme paterne di prendi un treno e fuggi via. Adesso…adesso non so, però so solo che devo trovare un modo per tranciare le radici ANCHE in quest’angolo di nord-est. Perché ho 25 anni, e mi sembra già tardissimo.

  • Carlotta Bensi

    Dal mio punto di vista Chiara ha perfettamente ragione, ma aggiungo che non si può dare la colpa ai genitori! Dopo i 18 anni la responsabilità delle scelte e’ nostra. Ok le mamme italiane sono chiocce più delle altre, ma nessuno spara se si va via! Basta con il dare sempre la colpa agli altri, questo si’ è’ tipicamente italiano. Se uno non se ne va perché sua mamma non vuole scusate ma dopo i 18 anni e’ patologico punto. Soprattutto ora che ci si può confrontare molto più di prima con le esperienze dei coetanei stranieri. La mia generazione (anni 60′ ) era più “aperta” dei ragazzi di oggi. Più o meno tutti diventavamo autonomi al massimo dopo i 22 anni, e io me ne sono andata di casa a 20 , come molte mie amiche. In Italia non c’ e’ lavoro per i giovani? Ma basta, rimboccatevi le maniche, qui non si trova un ragazzo che aiuti a tenere un giardino neppure a pagarlo a peso d’ oro! Perché tutti pensano che o fanno gli avvocati/giornalisti famosi e ben pagati da subito o meglio stare a casa a farsi mantenere. La mia generazione iniziava con lavoretti e si costruiva la sua carriera a poco a poco. È i genitori era capace di mandarli al diavolo come e’ sano fare dopo una certa età’ .

    • Francesca

      @Carlotta Sono d’accordo con te. Dopo la maggiore età cedere ad eventuali ricatti psicologici di mamma e papà è, come hai giustamente detto, patologico. Anche perchè quelle sono le persone che staranno attaccate alle gonne di mammà fino a 40 anni, quelli che anche dopo sposati porteranno i panni a stirare alla mamma e che ogni domenica “devono” andare a pranzo dai genitori perchè sennò si offendono. E il fatto che non ci sia lavoro è relativo. Parlavo qualche mese fa col mio macellaio di fiducia che mi diceva della difficoltà enorme che aveva a trovare una persona da assumere come aiuto in negozio. Mi diceva che diversi ragazzi giovani, appena lui gli diceva che ovviamente l’orario di inizio per questa attività è estremamente mattiniero (alle 6 sono già in negozio per preparare, prendere le consegne etc..), si defilavano dicendo che per loro era troppo presto! Alla faccia del bisogno di lavorare..certo è più comodo stare a casa a farsi mantenere!

  • Complimenti per il post. Assoluta verità.
    Come la tua mamma, anche la mia non ha fatto altro che ripetermi: Che ti sposti a fare? Noi abbiamo le università.
    Ed ora mi ritrovo a sentirmi inevitabilmente e fastidiosamente DIPENDENTE.
    Fortunatamente, però, da un annetto ho cominciato a viaggiare ininterrottamente, e questo mi ha aperto la mente in maniera pazzesca. Di conseguenza si è creato un muro insormontabile tra me e i miei genitori, perchè non riescono nemmeno lontanamente a capire il sensp dei miei discorsi, la mia voglia di indipendenza..
    Un abbraccio

  • Francesca Introvaia

    Quanto hai ragione!!!
    Io sono tra le “fortunate”, sono uscita di casa a 19 anni per andare a studiare a 60 km di distanza da casa, misura distanza, ma la cosa mi ha permesso di farmi una mia vita e le mie esperienze che mi hanno fatto crescere. Ora vivo nella città natale del mio compagno, non abbiamo scelto di vivere qua, semplicemente la crisi ha scelto per noi e lui qui ha trovato un lavoro che ci permette di continuare a vivere per conto nostro, ma la vicinanza con la sua famiglia è più un peso che altro. Vorremmo andarcene da questa città provinciale e spero che accada presto, perchè da quando sono bloccata qui mi sento come se questo posto mi abbia rubato gli ultimi anni di giovinezza.
    Sono qui senza veri amici e non riesco a farmene, non perchè non voglia, ma perchè chi nasce e vive sempre nella stessa città non ha bisogno di nuove amicizie, vedo che le persone intorno a me sono statiche, ancorate alla loro routine. Uscire di casa, viaggiare, studiare fuori di apre la mente.

  • Questa volta non sono d’accordo.
    La mentalità italiana c’entra, ma fino ad un certo punto. Siamo tutte cresciute con l’idea che avremmo potuto fare qualsiasi cosa, anche se per ottenerla ci sarebbero voluti sacrifici. Questa è la parte bella della cultura genitoriale italiana degli ultimi trent’anni: “studia, vai, fai, perché un giorno sarai più preparato, più pagato, più contento di me”, questo è quello che mi hanno trasmesso i miei genitori, anche se con la lacrimetta ogni volta che io o i miei fratelli partivamo.
    Non confondiamo la “comodità” dei figli con l’affetto dei genitori. I miei mi vogliono bene (e quale genitore non?) ma non per questo sarebbero contenti di vedermi marcire nella mia cameretta. E questo credo si possa estendere a tantissime famiglie.
    Se qualcuno non ha voluto frequentare l’università lontana perché si è fermato davanti al primo “chi te lo fa fare, si sta così bene qui” la colpa (se di “colpa” si vuole parlare) non è di chi gli ha detto “chi te lo fa fare, si sta così bene qui”, ma SUA, che gli bastato così poco per rinunciare. Io ho 28 anni, gli ultimi sette li ho passati quasi sempre all’estero e l’università l’ho fatta lontana da casa, anche se attorno a casa ce n’erano cinque e tutte prestigiose. I miei fratelli l’hanno frequentata vicino a casa ma appena laureati sono partiti e lavorano da anni fuori dall’Italia. E non siamo una famiglia di geni, e non siamo particolarmente ricchi o particolarmente bravi. E non è vero che i miei non soffrano, e non provino ogni tanto a dire “perché non tornate?”. Il fatto è che per un genitore vedere (o sentire) il figlio contento, realizzato e sereno a km di distanza vale molto di più che vederlo imbruttito, frustrato e nullafacente scendere per pranzo tutti i giorni. Anche per i genitori italiani.

  • Natalia Pi

    Pienamente d’accordo. Sono cresciuta a Milano, con la tua stessa cosa degli affitti alti e delle università vicine a casa. Che dire, da una parte mi ha permesso di risparmiare durante gli studi, il che mi ha permesso di trasferirmi a Istanbul senza problemi a due settimane dalla laurea. Questo è ottimo, ma in molti non approfittano del vivere un casa per fare esperienza e lavorare e risparmiare e avere più fondi per muoversi dopo la laurea.
    D’altra parte, è una limitazione, anche nel senso di come spesso le famiglie vedono male la sete di indipendenza, quasi come un tradimento. Abito via dall’Italia da quattro anni, e oramai posso dire di avere molto più di cui chiacchierare con gente che si è spostata di qua e di là, di qualunque paese siano. ho imparato due nuove lingue in questi anni, e mi sento a casa in quattro di quelle che parlo. Molta gente prende i tuoi racconti di vita come un menarsela, perché riguardano tanti posti o lingue differenti, senza capire che è semplicemente il risultato di una scelta diversa.

  • Tutto verissimo.

    Sono cresciuta in una famiglia molto unita e pensa che vivevamo tutti pure nello stesso quartiere, figurati andarsene da lì. Mi mangiavano viva anche solo a pensarlo.
    Io invece mi sono sempre immaginata con una vita all’estero, non so manco perchè.

    Dopo il diploma sono stata tre anni lavorando poco o niente e quando ho cominciato a pensare seriamente di trasferirmi per trovare qualcosa di decente ho incontrato il mio attuale fidanzato e sono stata assunta in un’azienda seria che mi paga bene e che mi fa fare quello per cui ho studiato, tutto nel giro di tre mesi.

    Mi considero mooolto fortunata, ma spesso mi chiedo come andrebbe se mollassi tutto e me ne andassi comunque, non per bisogno economico ma per bisogno di conoscere la me stessa in quella situazione e poi regolarmente mi sento in colpa verso la mia famiglia.

    Forse è solo un capriccio e uno schiaffo in faccia a chi lo fa per davvero.

  • Mi vengono in mente due film. I Cento Passi, la scena in cui Peppino recita alla madre la poesia di Pasolini sulla schiavitù dell’amore (… ma tu sei mia madre, e il tuo amore è la mia schiavitù ). E poi quella scena del film Genio Ribelle in cui Will – M. Demon dice all’amico Ben Affleck che sarebbe bello continuare a fare il muratore e far crescere i loro figli insieme e Ben gli risponde che sta sprecando il suo tempo e che dovrebbe andarsene, lui che può.
    Io ho avuto la fortuna ( come ben dici Chiara) di fare la studentessa fuori sede e non vivo in Italia ormai da secoli (a dirla tutta non vivo da nessuna parte da due anni a questa parte, ma questa è un’altra storia ) sono felice così e la colpa me la sono scrollata di dosso. Eppure, quando manco a un compleanno o ad altri avvenimenti del mio “clan italiano”, vuoi famiglia, vuoi amici, so che anch’io mi sto perdendo qualcosa.
    Voglio dire (e so di non fare la scoperta dell’acqua calda) che dietro a ogni scelta ci sono delle rinunce, poi tocca a ognuno di noi mettere tutto su una bilancia (possibilmente la nostra ..) e vedere da che parte pende. Ciao 😉

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