Acqua salata

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London Southbank bubble

Preferisco pensare che quando piove la strada si lucida.

Ed è più bello tornare a casa.

Le pieghe del divano diventano un rifugio per masticare i pensieri insieme a briciole di biscotto. Poi a un certo punto il divano apre la bocca e ti inghiotte. Nascondono più vita le pieghe del divano che i libri di testo, o la televisione.

Ecco perché non ci si deve stare molto, a casa.

Sarebbe meglio chiamare un’amica, o forse tre, e fare un brunch in quel locale dove la gente è hipster e la musica languida. Ho scoperto l’avocado, io che non l’avevo mai considerato: sta benissimo spalmato sul pane nero abbrustolito insieme a due poached eggs, che sarebbero le uova in camicia. Certi giorni pensi che il pane abbrustolito possa davvero guarire tutto. Quello, e una tazza di caffé bollente, di quelli che i polpastrelli bruciano tanto da concentrare la testa solo su quel mezzo centimetro di impronte digitali incandescenti. Bisognerebbe trovarne di più, di sensazioni del genere.

Inutili ma acute – e larghe, per riempire spazio.

E possibilmente senza calorie.

Sarebbe ancora meglio uscire senza una destinazione, e trovare qualcosa per caso. Ma qualcosa che faccia bene. Perché il vizio è questo: glorificare il caso. A me hanno insegnato che le cose trovate e raccolte per caso portano fortuna, invece no: sono le mani ad essere fortunate. Quelle, e il non curarsi di ciò che si trova. Come se si potesse sempre proseguire senza. Come se, davvero, niente fosse importante. Mai.

Ma l’altro giorno ero in un negozio e ho visto questo abito anni trenta, di paillettes color argento (se hai bisogno di una nuova pelle, che sia almeno di paillettes). C’è una me, in un mondo parallelo, che sta passeggiando per le strade di Londra vestita di quell’abito e una tuba nera. Forse ha anche i guanti al gomito. Ora che ci penso, non è necessariamente a Londra.

La luna di miele è finita, adesso la solitudine di questa città mi entra in circolo insieme al vento gelido sulle scale mobili della metro. Gli sguardi non si incontrano. La gente si porta tutta la sua storia dietro gli occhi, puoi intravederla a malapena se ti interessa molto. Figurati se non te ne frega un cazzo.

Comunque stasera compro le mie prime scarpe da Flamenco.

C’è qualcosa di bello nel pestare quei piedi in terra e tendere il collo e le braccia a quel modo, mentre un vecchio con la postura curva strimpella una chitarra usata. Fuori piove sempre, o fa quel freddo umido che è come se piovesse.

E non c’entra col Flamenco, ma chissà poi perché ultimamente non faccio che ascoltare queste canzoni.

Credo che la mia pelle porti ancora tracce di acqua salata.

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