Tutte le cose che vorrei dirti.

Vorrei dirti che nella vita le cose diventano difficili prima di essere facili. E non diventano nemmeno realmente facili: sei tu che diventi più brava…

Per lo spazio di una canzone

Life ·

Sotto la mano, che scivolava sulla crema, la pelle sembrava fatta di seta calda.

C’è chi il corpo se lo vince alla lotteria genetica, io me l’ero sudato. Avevo guadagnato ogni centimetro di quegli addominali e quelle gambe tornite, ogni curva appuntita delle ossa e la valle tesa del bacino. Allora avevo paura a dire che fossi bella, ma ora no, ora che è passato del tempo posso dirlo: ero bella.

E poi all’epoca non so, avevo una luce addosso. La emanavo. Ero talmente piena di passioni, talmente ebbra di infatuazioni a ripetizione, così determinata nel prendermi quello che volevo, che lo sentivo, quel campo magnetivo che mi portavo intorno, egualmente autodistruttivo e attraente.

E quel talento per l’autodistruzione si amplificava in modo così glorioso, d’estate, quando ero con le amiche. Una, due, non di più. Non ho mai amato i grandi gruppi e, infatti, l’unica volta in cui ho viaggiato con dieci donne ho quasi fatto a botte con una. Una stronza. Che prima mi voleva fregare il ragazzo e poi una maglietta, e io je stavo a mette le mani ar collo per la maglietta.

Mangiavamo poco, bevevamo tanto. L’alba non la facevamo quasi mai, ma si andava a letto tardi e ci si alzava a metà mattina per non perdere il mare, e dopo la giornata al mare c’era il momento della doccia e quello della crema doposole, quando vedevo la pelle scurirsi e il segno del costume diventare sempre più netto e pregustavo la serata, che avrebbe potuto portare qualsiasi cosa.

C’era una cena da qualche parte. C’erano amici. C’era gente che non si faceva problemi a ordinare bottiglie su bottiglie e le donne pagavano sempre un po’ meno, si usava così. Non ricordo di aver mai pagato per entrare in nessun locale. Si conosceva sempre qualche organizzatore. Si pagavano le consumazioni e a volte nemmeno quelle. Si ballava. Io non andavo a ballare per rimorchiare, o per ubriacarmi: io ero una di quelle che ci andava veramente per ballare. Scuotermi di dosso tutti i pensieri, sentire solo il mio corpo muoversi, lasciare che i bassi delle canzoni mi risuonassero nelle vene. Mi guardavano, e io bevevo più gli sguardi dei drink.

E poi c’era sempre quel momento. Quello in cui iniziavano le prime note della canzone preferita del momento e allora si prendeva un sorso di Gin&Tonic, si chiudevano gli occhi, forse si abbracciava un’amica e si cantavano le prime parole, e quando i bassi iniziavano si alzavano le braccia al cielo e…


Mi manca da morire. – Quello che facevo. Quello che ero. Come mi sentivo.

Soprattutto quando l’estate arriva.

Oggi immagino di chiudere gli occhi e ballare fino a scuotermi di dosso tutto. Anche quello che sono diventata. E tornare me. Per lo spazio di una canzone soltanto.

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