Tutte le cose che vorrei dirti.

Vorrei dirti che nella vita le cose diventano difficili prima di essere facili. E non diventano nemmeno realmente facili: sei tu che diventi più brava…

Crescere un figlio

Mummy ·

Stamattina mi sono svegliata per un mugolìo, mi sono infilata nel letto di Viola per una mezz’ora intorno alle 7.30 poi ci siamo alzati, ho preparato un porridge alla frutta per me e la doppia scelta latte – succo per lei, abbiamo fatto colazione poi Lui l’ha accompagnata a scuola e io sono uscita per scendere lentamente a piedi verso l’Ospedale per un’analisi di controllo.
L’aria assomigliava a quelle mattine romane di Ottobre, quando non fa ancora freddo e puoi uscire senza giacca ma è come se il vento dell’autunno si fosse già insinuato nell’aria ed avesse un odore.
Rispetto alla quantità di malasanità gli Ospedali inglesi si presentano piuttosto bene. Corridoi lucidi, indicazioni precise, attese ragionevoli.
Mentre aspettavo il mio turno prima e mentre risalivo la collina poi, passando oltre la chiesa gotica e scorrendo le case con le travi nere a vista e i palazzi di mattoncini, pensavo a quanto siamo responsabili per i nostri figli. Non in quanto genitori che li devono nutrire e proteggere, ma in quanto detentori del potere di lasciargli la nostra indelebile impronta.
Quando si commentano certi fatti di cronaca dicendo che bisognerebbe fare un test psicoattitudinale alle persone che desiderano diventare genitori, non si sbaglia del tutto. Certamente la genitorialità non si può regolamentare e qualsiasi test sarebbe falsato dall’impossibilità di mettere di fronte ad un non-genitore la gamma infinita di sentimenti, dolori, frustrazioni e rivelazioni che la maternità/paternità ti mette davanti.
Ma troppo spesso ci si trincera – e lo faccio io stessa – dietro la certezza: ‘basta che ci sia amore’.
Come se tutto il corollario dei possibili strumenti, valori, insegnamenti che possiamo trasmettere ai nostri figli fosse un’appendice in fondo passibile di perdono. Di una qualche correzione.
Mi fa sorridere, un po’ amaramente, quando un facile commento a certi post dove faccio vedere una festa di compleanno o un picnic al parco sia spesso il ‘che brava mamma che sei’. Perché non credo di esserlo. Costantemente noto in Viola certe debolezze, certe insicurezze che sono le mie, e che io le ho trasmesso per contatto. La immagino grande, la immagino attraversare i miei dolori, forse anche più grandi, e a ritroso vederne il seme ora. In questi giorni. Oggi. Non sono una brava madre, non per mancanza di impegno o di amore, quanto per mancanza di strumenti che io stessa non ho acquisito nel corso della mia vita, perché probabilmente i miei genitori a loro volta non li avevano acquisiti o non sapevano trasmetterli NONOSTANTE tutto l’amore del mondo.
E’ che l’amore non è un cancellino. O una magia.
A volte si sbaglia per troppo amore. A volte si ama tanto da non riuscire a comunicarlo e, per eccesso, lo si associa a cose e momenti che non sono amore. Per quanti gesti e parole d’amore io abbia ricevuto, credo ancora che l’amore sia qualcosa che non ha parole e non ha gesti.
Conosco delle persone che sono riuscite a crescere figli meravigliosi. Persone di un’umanità, un’equilibrio e uno spessore emotivo da inchino. Persone che sorridevano tutte, anche i loro organi interni probabilmente sorridevano.
Eppure erano persone imperfette, come tutti. Che facevano cose discutibili. Che amavano i figli né più né meno di tante altre famiglie.
Però io entravo nella loro casa e avrei voluto restarci, perché avevo quella sensazione di amore che non ha parole e non ha gesti.
A volte ci sentiamo delle cattive madri perché non vogliamo giocare coi nostri figli, perché ci siamo dimenticate di tagliargli le unghie per due settimane di fila, perché lo abbiamo portato alla festa del suo amico quando stava per finire o non ce l’abbiamo portato affatto, perché abbiamo lavorato fino a tardi, perché lo ha addormentato la tata, perché lo abbiamo lasciato ai nonni, perché è l’unico che a scuola non aveva il pranzo al sacco. Però quante volte, invece di pensare a quello che facciamo o non facciamo, ci preoccupiamo di quello che esaliamo il silenzio, che trasmettiamo con la pelle e gli occhi?
Io non voglio che un giorno mia figlia entri in casa di qualcun altro per scoprire qualcosa che a casa nostra non c’era, perché non siamo stati capaci a mettercelo e quella mancanza, prima che arrivare a lei, è entrata dentro di noi e da noi le è passata.

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