Mi sono hackerata.

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Dunque vi racconto la situazione. Anzi no: venite con me e facciamo un rewind a stamattina.

Stamattina ho deciso, fermamente deciso, che oggi sarebbe stato il mio primo giorno di lavoro beatamente piazzata nel coworking che ho trovato. Stamattina mi sono alzata, ho pensato è la volta buona – dài, e ho iniziato a vestirmi giusto nel momento in cui è arrivato il tecnico della caldaia, al quale ho aperto che avevo ancora i pantaloni del pigiama della Sirenetta addosso. No, ho freddo a dormire con la camicia da notte sexy e sto punto menomale.

Dunque questo tizio, che io mi ero totalmente dimenticata sarebbe venuto, ha iniziato a fare dei test per dei rumori sospetti e ci ha messo più del previsto. Con questo vi dico anche che qui in UK è buona educazione offrire agli operai o tecnici che vengono a casa vostra una tazza di té. E’ un po’ come offrire dell’acqua. Di solito lo vogliono così, senza nemmeno lo zucchero. A cuppa – a cup of (tea).E via Il tecnico della caldaia – che aveva un viso dai tratti distinti, avrebbe potuto serenamente fare la parte del padre in qualche film dove il protagonista è il figlio – ci ha messo due ore buone. Stavo quasi per arrendermi alla lagnetta ‘mmm sono già le undici quasi quasi inizio ad andarci un altro giorno’, invece no. Ho composto una ricca insalata di avanzi (no, dai: insalata verde, kale, melograno e polpettine di lenticchie rosse – affatto male), riempito la borraccia degli Orsetti del Cuore perché era l’unica pulita, e mi sono diretta verso il coworking.

Lo credevo a venti minuti massimo da casa: ce ne ho messi trentacinque. Credevo inoltre che avendo avvertito del mio arrivo qualcuno si sarebbe premurato di ri-spiegarmi come funzionano le cose. Così, tanto per farmi sentire bene accolta. E invece: il silenzio. Tavoli di gente concentrata sul computer o che parlava a gruppetti. Nessuno che mi conosceva e apparentemente nessuno che volesse conoscermi né si era accorto del mio arrivo (ovviamente è la mia timidezza a parlare).

Ecco che emerge una tra le mie più grandi auto-fregature: mi metti su un palco con un microfono in mano e posso fare la migliore delle performance, mi fai entrare in un coworking (o una festa, o una classe, o qualsiasi cosa) pieno di gente che non conosco e mi parte l’ansia da socializzazione. Insomma esibizione sì, integrazione no. Mi sono scelta un tavolino centrale ma ancora solitario (forse qualcuno si siederà dopo?) e ho iniziato a lavorare. Poi mi sono ricordata del pranzo: o mio Dio, la mia sfigata insalatina e la mia ridicola borraccia. Come risolvo questa cosa di non sapere dov’è il frigo e non avere la più pallida idea del come si usa in questo posto? Mangeranno tutti al computer da veri inglesi, o faranno una pausa pranzo? La faranno insieme? E il bagno: dov’è che stava? E come metterla ‘sta storia della borraccia degli orsetti del cuore? E il contenitore della mia insalata: andrà bene?  E i miei capelli? E il mio inglese? E mi’ nonna? E i calzini?

Le paranoie a grappolo della timida, insomma. E pensare che non mi definisco timida, però mi hanno inquadrata una volta come ‘sfacciata perché estremamente timida’ e in quello mi sono rivista molto.

Con un grande grande grandissimo sforzo, mi sono hackerata. Dunque prima mi sono obbligata ad andare in cucina con la mia scatolina di insalata. Alle brutte avrei mangiato sola in cucina, il che non era molto diverso dal ‘sola al computer’. Sono andata in cucina e ho sentito delle voci. Entro: sei o sette persone sedute attorno a un tavolo. Ridono, parlano e mangiano.

Non mi restava che fare una cosa: voler morire, volendo morire schiarirmi la voce e dopo, sempre un po’ volendo morire, dire ‘uhm ciao, io sono Chiara è il mio primo giorno qui’. E sentirmi ancora morire quando tutti gli sguardi mi sono arrivati addosso, sentirmi morire sempre meno man mano che la gente sorrideva e si presentava, finalmente trovare un precario equilibrio nell’iniziare a parlare con la gente. Più o meno. Che quando sono nervosa l’inglese mi si inceppa che è una bellezza.

A seguire le cose sono diventate più facili. Appurato che si trattava di persone, normali persone, e non mostri dai denti aguzzi che mi avrebbero derisa per il mio imbarazzo e quindi divorata, ho iniziato ad attaccare bottone. Tornando in cucina a farmi del té. E un altro té. E fermandomi poi ai tavoli. Ammettiamo che sono degli exploit della durata minima, e nella norma sono una che se ne sta per cazzi suoi. Ma è bello sapere di poterlo fare.

Che, insomma, alla fine le regole da tenere a mente per i timidi sono poche e semplici:

– se parli, ti ascolteranno

– se chiedi, ti risponderanno

– comunque vada, ne uscirai vivo

– se la tua borraccia è ridicola, cambiala e non rompere il cazzo

Ha senso, no?

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