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Sulla disparità genitoriale uomo-donna.

Alcune contraddizioni della presunta disparità genitoriale uomo-donna*. 1. Anche lui era presente durante l’atto procreativo, però è ‘meno genitore’ nel senso […]

Dentro gli ospedali

Life · · 11 commenti
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In quella sciarpa di ciniglia viola si legge del sole abbagliante del mattino e del rumore del mercato. Di un gusto nato attorno a palazzi scorticati e pranzi di famiglia che premia le paillettes iridescenti e le scarpe da ginnastica col rialzo. Di famiglie che si abbracciano strette e si parlano in dialetto, di dignità e duro lavoro. Di sveglie all’alba.

In quegli sguardi che dopo ore di attesa si incollano alle mani, e in quelle mani che sfiniscono le pagine di un giornale, riconosci la tua stessa nervosa attesa. Il passo pesante sul confine che divide i sani dai malati, i pensieri che osano essere di fuga ma tremano di dubbio.

Gli ospedali sono un luogo che ti rimette nella tua condizione di umanità imperfetta e fragile. Di corpo. Di battiti del cuore e muscoli deteriorabili, di funzioni e liquidi, di sospetti, di basta-un-niente.

Ieri dovevo fare un controllo e ho finito per passare sei ore da sola in ospedale, perché il medico ha ritenuto opportuno farne anche un altro (niente di serio per fortuna, don’t worry).

Dentro gli ospedali, l’umanità mi colpisce come un pugno al petto. Perdo presa sulla speranza, affogo nella necessità di abbracciare qualcuno che mi porti via e mi dica ‘non ci entrerai mai più’.

Dentro gli ospedali mi chiedo come facciano medici e infermieri a vedere quello che vedono, mettere una mano sulla spalla di un paziente e poi cambiarsi, infilare jeans e giacca e uscire sorridendo – gli occhiali da sole specchiati, una cena con gli amici. Serve un’enorme forza per poter essere a servizio di chi sta male senza perdere sé stessi.

Dentro gli ospedali mi chiedo come facciano i pazienti – il pile sopra la pigiama, i capelli storti, il viso bianco, l’ago nel braccio, quelle pantofole che levano umanità ad ogni strascico – a riuscire a scherzare, a ritrovarsi, a sorridere, a restare soli quando i parenti se ne vanno. A dormire nelle camerate.

Dentro gli ospedali, la mia fortuna di persona sana mi stravolge e, quando esco, l’aria di fuori mi sembra un regalo.

 

Immagine: ‘ospedale’ su Shutterstock

Commenti

  • natascia

    Mi hai tolto le parole di bocca, anche io mi sento così, ogni volta. Parola per parola. Stai bene comunque? Un abbraccio!

  • Claudia

    Quando poi tu, sana, esci e torni a casa ma un tuo caro rimane dentro, davvero preferiresti essere tu quella che resta a dormire nelle camerate.

  • Ilaria

    “Gli ospedali sono un luogo che ti rimette nella tua condizione di umanità imperfetta e fragile.”
    Ciao Chiara,
    io in ospedale ci lavoro, sono un giovane medico.
    Vedo ogni giorno quel di cui parli in queste righe e sento sulla mia pelle, ogni mattina la forza per mettermi a servizio dei miei pazienti rimanendo la ragazza che la sera ha la fortuna di tornare a casa dalle persone che ama. Credo che gli ospedali siano un luogo che fa capire e apprezzare di più la vita e quanto ci offre. Grazie per aver condiviso questo tuo pensiero, che mai come stavolta sento anche mio.
    Ilaria

  • Anna

    Questo post mi fa male. Mi fa male perchè io ero come te fino a due anni fa. Cioè, io sono ancora come te perchè sono sana. Ma due anni fa, mentre ero incinta di 8 mesi della mia seconda bimba, la mia Viola, hanno trovato un tumore raro a mio marito. Raro e cattivo. Ho partorito e dopo 4 giorni lui iniziava la chemio. Diciamo che a sto giro di pensare alla depressione post-parto non c’è stato tempo…Poi è stato operato, ed è andato tutto bene. E sono iniziati i controlli trimestrali. Tutto bene fino a maggio dell’anno scorso, quando han trovato una recidiva. Nuova operazione, andata bene, e 30 cicli di radioterapia preventiva. Lunedì abbiamo fatto il primo controllo post-radio. Ci hanno chiamato con quasi un’ora di ritardo sull’ora dell’appuntamento. Un’ora di attesa in un day hospital oncologico è un’esperienza poco piacevole. Pensieri, paure, angosce, che si scontrano e si riflettono negli occhi di chi siede accanto a te. Il controllo è andato bene e arrivederci a maggio, ma io come sempre sono uscita di lì con la testa pesante, la nausea, il sollievo misto alla paura del domani. Perchè è un dato di fatto che la mia vita, la nostra vita, non sarà mai più quella di prima. La progettualità che ha chi non passa da questa esperienza non l’avremo più. Che sembra una cosa assurda, impossibile. E invece impari a convivere anche con questo. E l’aria fuori, e il sole che ti ricorda che è quasi primavera, ti sembrano comunque un regalo.

    • Chiara Visconti

      Un abbraccio Anna. E un grande in bocca al lupo!

  • Hermione

    Per esperienza non diretta, posso dirti che chi lavora a contatto coi malati semplicemente impara ad accettare la malattia, la sofferenza, la morte. Sa che fanno parte della vita e non sempre si possono evitare e si arma di questa consapevolezza per rimanerci a contatto.

  • ♡Chiara♡

    Con questo tuo post mi hai fatto venir voglia di condividere anche con te il messaggio di un’amica psicologa che accompagna i pazienti nel difficile percorso della chemioterapia: “Stamani, mentre passavo in fretta lungo il corridoio, ho sentito le loro risate allegre e mi sono fermata a guardarle: tre amiche intorno a lei che raccontava qualcosa di buffo dalla sua poltrona. Scherzavano con gli occhi felici. Ragazze. Perché quando si chiacchiera di scarpe, vacanze e uomini siamo sempre ragazze, anche a 70 anni. Amiche. E poco importa se non siamo in un locale ma in ospedale. E quella non è la comoda poltrona da cui sorseggiare un bicchiere di vino ma la poltrona su cui si deve stare seduti anche ore per fare terapia. I miei affanni mi sono sembrati piccoli, inutili, tempo sprecato. Grazie ragazze, anche in quel posto bigio c’è spazio per la felicità”.

  • Elena

    Ma guarda qua…sono entrata sul tuo blog dopo 6 anni di distanza e vedo con piacere che hai fatto strada! Ti ho conosciuta sul forum “al femminile” quando nel 2008 abbiamo scoperto entrambe che aspettavamo, tu una bimba (Viola se non ricordo male, il nome che gli hai scelto quasi in sala parto a quel che ricordo!) e io un bimbo. Che bella sorpresa rincontrarti! Ora io sono di nuovo su “al femminile” perchè ad aprile partorirò una bimba e mi sei tornata in mente! Non sapevo che avessi scritto un libro! Sono contenta per te e per tutto ciò che hai realizzato! Un bacio grande! Elena.

  • Dulcistella

    chi lavora negli ospedali DEVE essere in grado di uscire sorridendo… altrimenti è l’inizio della fine della propria sanità mentale.

  • http://appuntidiunagiovanemamma.blogspot.it/ Cherrytree

    Io ho ancora fisse in mente le immagini delle tre ore passate all’ospedale pediatrico della mia città. Eravamo andati per un controllo poco dopo che è nato il mio secondo figlio, e ci dovremmo tornare.
    Già temo quel giorno.
    Quelle pareti allegramente dipinte troppi anni fa con immagini dei cartoni, non c’era sole quel giorno che filtrava dalle finestre, ma pioggia che conferiva al tutto un ulteriore pacata quiete velata di impotenza.
    E mentre aspettavo che Lui ci venisse a prendere per evitare la pioggia, tutti quei bambini che mi passavano davanti con le loro madri stanche e preoccupate o forse solo rassegnate.
    Mi sono sentita fortunata.
    Mi sono sentita imprigionata, nella speranza di non doverci mai entrare per qualcosa di davvero serio.
    E anche io ho pensato a chi ci lavora là dentro.
    A quel medico che ci ha accolto facendo battute e preoccupandosi di non farci pagare il ticket se eravamo esenti. Dell’altro che è passato lamentandosi che aveva già fatto tutto un turno di notte e ora era segnato per un intervento la mattina.
    Delle infermiere gentili.
    E’ quasi un mondo parallelo..

  • alessandra

    da due anni sono malata e se sarò fortunata lo sarò per molto tempo, ho un cancro non curabile ma che si può sperare di tenere sotto controllo. Sembra folle ma è proprio in certi reparti che senti forte in bocca, addosso, intorno, il gusto della vita. Due anni fa avrei giudicato queste mie parole sono un contentino per chi è disperato ma ora so che non è così, ci si adatta a molte cose pur di tenersi stretta la propria vita e si scopre che si può essere felici in tanto modi inaspettati.
    E’ bello leggere le tue parole e capire che si può parlare la stessa lingua perchè spesso ci si sente come chi guarda da dentro casa gli amici giocare in piazza senza poter scendere a partecipare.