Blogging dark side: se i numeri definiscono il tuo valore

Life · · 42 commenti
Una giornata tipo da blogger

Non siamo numeri.

Siamo persone.

Su questo dovremmo essere tutti d’accordo.

Ma sta succedendo questa cosa bizzarra, nel mondo, e io lavorando come blogger sono proprio al centro del fenomeno – l’ho guardato nascere, evolvere, arrivare fin qui. Ha mosso i primi passi con Facebook e il suo sistema di Like, proseguendo strisciando tra i vari social – numero di retweet, di cuori, di follower – invadendo la sfera del personale ma ovviamente ancor più quella di chi, come me, sui social ci lavora.

Ho iniziato con un blog molto letto dove l’unico numero era quello dei commenti e sono arrivata ad oggi, dove il traffico del mio blog e dei miei social è misurato, evidente, provato da statistiche, screenshot, grafici.

Questo da una parte dimostra la mia correttezza e il buon lavoro che sto facendo a dispetto di chi invece i numeri li compra o li gonfia.

Dall’altra parte però è un meccanismo perverso.

So che è il mio lavoro e sono grata per questo, davvero, non do nulla per scontato e lavoro tanto ogni giorno per produrre contenuti sempre nuovi e fatti sempre meglio. Ma ha alcuni lati oscuri, e questo è quello che mi sembra più assurdo.

Immaginate se lo stesso meccanismo fosse applicato a qualsiasi lavoro.

Immaginate di sedere ogni giorno alla scrivania, magari in un open space pieno di colleghi. Immaginate di consegnare giornalmente il vostro lavoro e che questo, oltre ad essere soggetto ad una generale valutazione qualitativa, sia soggetto ai voti di un’audience.

Maria: 10 like. Laura: 57 like. Francesco: 101 like. Daniela: 1.345 like.

Ora, immaginate che il vostro lavoro sia raccontare la vostra vita, oppure consegnare fotografie vostre o da voi scattate.

La foto di Laura sorridente davanti alla Tour Eiffel prende 202 like. La stessa foto, ma di Daniela, ne prende meritati 12.567.

La prendereste più sul personale. Un po’ come succede su Facebook, ma amplificato.

Prenderla sul personale non significa offendersi, soltanto insinuare un dubbio, uno solo, potentissimo:

“forse non sono abbastanza”

 

Ed è difficile anche indirizzare questo ‘non abbastanza’ quando si parla di un lavoro che coinvolge così tanto la tua persona. Quello che racconti non è un brand, o un prodotto. Sei tu, c’è la tua storia, la tua faccia, il tuo sorriso, la forma del tuo corpo, quello che mangi, quello che fai, ciò che pensi, come lo dici, quello che fai vedere ma anche e soprattutto quello che non fai vedere e che le persone iniziano ad immaginare: la tua stessa privacy diventa l’altra metà del disegno che chi ti segue inizia a disegnare a suo piacimento, per formare un intero. Non ha importanza se non corrisponde a chi sei, per loro è la verità.

I numeri giudicano la tua persona, la tua vita.

E’ un prezzo da pagare piuttosto assurdo e molto alto per avere una voce, oggi.

Lo paghiamo noi, lo pagano i personaggi pubblici e lo paga – anche se in forma minore, ma questo è sempre relativo – qualsiasi persona decida di esporre se stesso o le proprie idee online.

Siamo persone misurate da numeri.

Siamo persone il cui valore è determinato da numeri e ingannate a credere che sia così davvero.

Dal momento che sono una persona imperfetta e debole come tutti, sto cercando di venire a patti con il fatto che invece non sia cosi. Lo sto facendo perché tra un attimo anche mia figlia sarà online e ci sarà un momento in cui si chiederà ‘perché questa foto o questa frase che ho postato ha fatto zero like’?

La spiegazione è semplice: i numeri non contano. Non significano nulla.

Ma per me, che faccio questo lavoro, sembra quasi una bugia.

Diffidate di chi lavora in questo settore e dichiara: i numeri non mi interessano.

Se è il tuo lavoro, il tuo unico lavoro, quello che ti paga le bollette, i numeri sono importanti. I numeri misurano l’ampiezza della tua audience, ed è in base ad essa che vieni coinvolto o meno nei progetti, pagato o meno buone cifre. I numeri misurano il tuo lavoro e danno la misura del tuo stipendio.

I numeri.

Sarebbe bello dire che le cifre sono direttamente proporzionali alla qualità del prodotto. A volte lo sono, altre non lo sono.

Sarebbe bello dire che sono direttamente proporzionali all’importanza di ciò che comunichi. Se così fosse, le persone con più ‘numeri’ della rete non sarebbero i Gamers (con tutto il rispetto per loro!) ma chi parla di Politica Internazionale. Non chi mostra le buste di shopping ma chi parla di surriscaldamento globale, gender gap, filosofia, scienza.

Questo non è un post che celebra o si lamenta dei numeri che ho, che ho conquistato click per click e che permettono a questa bellissima attività di essere il mio lavoro.

E’ più una riflessione sull’inevitabile deriva che questo settore ha preso. Non so se avete visto la puntata di Black Mirror chiamata Nosedive, dove si racconta di una società che ha un sistema di ranking embeddato nella vita delle persone: tutti possono dare un voto a tutti, a seguito di qualsiasi interazione sociale. Il risultato è che regnano sovrane ipocrisia e superficialità, occorre mostrarsi sempre gentili e perfetti per non ricevere voti negativi ed essere quindi isolati dalla società.

E’ un esempio estremo, ma quanto è lontano dalla realtà?

Una volta una collega mi ha detto con grande naturalezza: “(Altra collega abbastanza nota) non pubblicherà mai una foto di te e lei insieme, o se lo farà non ti taggherà, perché hai molti meno follower di lei.”

Ditemi se questo non è l’asilo. Ma soprattutto: ditemi se non ci sono persone che, inconsapevolmente, non si sentono davvero

numeri.

 

Commenti

  • Innanzitutto grazie per l’onestà di questo post, è merce sempre più rara!
    Credo che ci siano persone che hanno bisogno dei numeri per sentirsi tali. Ed è tristissimo e spaventoso. La domanda è la seguente: esiste un modo per non alimentare questa cultura del ‘non-essere’ o ne siamo tutti talmente invischiati dal non riuscire più a vedere la realtà? Per noi ma spoprattutto per quello che trasmettiamo ai nostri figli.

    • E’ la domanda che mi faccio anche io…

      • Farsi dimande e’ gia’ un bel punto di partenza… speriamo di trasmettere il senso critico :)

  • Antonella A.

    Ciao Chiara, io ho un “bloggettino” amatoriale. A volte mi diverto a partecipare a qualche contest dove le altre concorrenti sono blogger molto più seguite e, quando guardo il numero di like che riescono ad ottenere su una foto, sento di aver perso in partenza. Se quello del blog fosse il mio lavoro penso che queste differenze numeriche o il fatto di essere giudicata solo sui like di una foto mi farebbe veramente pensare di non essere adeguata o in grado (e lo penso ugualmente, solo che gli do meno peso perchè le bollette le pago lavorando in ufficio). grazie di questo post! baci

    • Grazie a te! Spesso il lavoro di qualità viene premiato ma bisogna semplicemente venire a patti che non è la regola, e pensare di conseguenza.

  • volevofarelarockstar

    Chiara sai, mi sono trovata in una situazione simile in uno dei primi lavori che ho fatto, che era di vendita. Quando vendi punti tutto sulla tua “simpatia”, sulla tua “empatia”, e solo parzialmente sul prodotto che stai vendendo (bé, dipende dagli ambiti, ci sono prodotti che si vendono da soli). Quindi non vendere è come non piacere e ovviamente l’azienda chiama tutti in riunione e fa un po’ come dicevi tu nel post. Valentina: 3 like; Maria 10 like; Luca: 30 like. Se Giovanni ha 0 like a volte questo corrisponde anche a zero di stipendio.
    Oppure ci sono persone che conosco che hanno scuoline di yoga o conducono attività ricreative, che puntano quasi sull’amicizia, cioè fanno uscite e tour e cose, e quando uno poi non va più a yoga o alle attività, è come se non fosse più loro amico. Fare il lavoro dei loro sogni significa spesso puntare sulla propria capacità di attrarre gente, se non l’attrai sei brutto tu. Per i pr è lo stesso. Nel lavoro fondamentalmente vali (per il mondo del lavoro, dico) quanto guadagni.
    Anche io sul lavoro devo rendere conto ogni giorno di quanto faccio incassare con le campagne fb o con le newsletter. Certo, nelle campagne FB non c’è la mia foto, ma ci sono 8 ore del mio lavoro, ogni giorno: la maggior parte della mia vita. Non è che se vanno male mi sento brutta, ma “deludo” qualcuno, spendo soldi non miei, porto via del tempo alle mie figlie per fare qualcosa che non è detto che mi piaccia o che sto facendo come vorrei.
    È vero comunque che il web e nella fattispecie il tuo lavoro ha meccanismi perversi, non è tutto selfie ed eventi.
    Metterci la faccia è rischioso, sempre, in ogni ambito della vita. Però se potevi far traffico parlando di argomenti seo oriented o parlando di te, e hai scelto la seconda, ci saranno dei buoni motivi. 😉
    In bocca al lupo.

    • Assolutamente. Ci sono delle cose che non avrei potuto dire se non mettendoci la faccia, e l’ho fatto con la consapevolezza che questo sarebbe accaduto. Ora però mi trovo a dover spiegare questo meccanismo a mia figlia e non è così semplice. Analizzandolo da fuori, è evidentemente patologico per tutti.

  • Claudia

    “Apparire più che essere” potrebbe essere il ritratto di questo nostro tempo.
    Complimenti per il post, davvero bello sebbene mi faccia venire i brividi :(
    Per quanto mi sforzi, non posso fare a meno di immaginare un anno zero, una tabula rasa dopo la quale tutto ricomincia – quante volte è capitato nella storia. Ma forse ho solo una gran fantasia (o i miei 44 mi catalogano nei “vecchi per comprendere”).

    • Guarda che non è tanto un’idea bislacca…

  • Ciao Chiara, complimenti per questo bel post che tratta un argomento davvero cruciale. Mi ha subito ricordato, ancor prima di arrivare a leggere dove lo hai effettivamente citato, l’episodio di Black Mirror e non credo che siamo poi così lontani da quella realtà. In particolare su FB siamo dentro un sistema autoreferenziale dove a volte si scrive solo per vedere quanti like arrivano e spesso prende più like uno stato banale (ma rassicurante), o una foto, che uno più profondo e riflessivo; a volte sembra che si posti solo nell’aspettativa dei like, più che per l’esigenza di voler realmente condividere qualcosa; così è per i blog.
    Però più che farsi venire dubbi sulle proprie capacità o sul valore della propria persona, credo che semplicemente si debba accettare il fatto che la comunicazione oggi funziona così e che le persone, bersagliate da tremila informazioni al minuto, hanno bisogno di qualcosa di immediato che catturi la loro attenzione. Certamente accontentarle alla lunga non le aiuterà in termini di allenamento alla concentrazione ed elaborazione, quindi di riflessione, quindi sì, secondo me stiamo andando verso una deriva in cui tutto sarà valutabile in base al successo che si ha nei social. Anche la politica sta diventando così. Stiamo smettendo di allenare i muscoli più complessi che sono necessaria ad un’elaborazione ampia del reale.
    Detto questo, tu sei brava perché pur cavalcando i social, mi sembra che non ti sei svenduta e riesci sempre a scrivere post personali e critici. Non condivido tutto quello che scrivi, ma mi piace come lo racconti e come ti metti in gioco.

    • Questo è vero: fa parte del gioco. E’ però una riflessione che ogni tanto va fatta perché lo si vive ormai come un automatismo, invece è un meccanismo piuttosto perverso e infantile se ci si pensa. Distanziarsi e vederlo per quello che è (nulla) aiuta.

  • Kami

    Tutto questo è descritto anche in un bellissimo romanzo: Il Cerchio – di Dave Eggers.
    Libro che tutti oggi dovremmo leggere e tenere bene a mente.

    • Non l’ho letto, grazie della segnalazione!

  • Kiki

    Io penso che la questione sia molto più ampia e complessa. Internet è nato come uno spazio libero, uno spazio che non era soggetto alle regole prefissate degli altri canali di comunicazione. Io persona X sconosciuta non potevo dire la mia in televisione perché non ero nessuno, non potevo scrivere un libro o un articolo su un giornale per la stessa ragione ma è arrivato “internet” con la sua grande illusione: “parla! Qualcuno da qualche parte ascolterà!”. Questa illusione è durata fino al punto in cui anche qui è arrivata la “pubblicità”. Quando da blogger si è passato a influencer, una parola che odio dal profondo, devo confessarlo. E allora non conta più che hai da dire, conta quanti like, quanta visibilità, quanti contatti hai per portarti sempre più su. Ora alcune, come te, hanno vissuto il momento in cui questo sogno era ancora reale, vi siete fatte apprezzare per quello che avevate da dire quando scrivere su questi spazi aveva come unico scopo quello di far sentire la propria voce libera da vincoli e costrizioni .Ora tutto è diverso e il sogno si è rivelato essere una mera illusione. Con questo non critico il fatto che tu ne abbia fatto un vero e proprio lavoro, anzi. Ognuno sfrutta le proprie potenzialità e le proprie risorse , non sei tu che hai dettato queste regole, hai cavalcato il cambiamento come ognuno fa nel proprio campo.
    Purtroppo mi intristisce vivere in un mondo in cui tutto deve diventare qualcosa da sfruttare per far soldi e adesso, se da qualche parte ci fosse un’altra persona come te che però inizia a scrivere oggi.. beh per lei dovrebbe essere tutto diverso e dovrebbe pensare a strategie di marketing per avere contatti giusti, più followers, piuttosto che sedersi al pc, scrivere, essere genuina.

    • Il problema di oggi non è tanto ‘strategie di marketing’ o ‘conoscere le persone giuste’ quanto effettivamente avere a che fare con un mercato molto saturo, quindi o si trova qualcosa da dire di nuovo o in modo nuovo, o si trova una nicchia specifica, oppure è difficile non ripetere argomenti, stili e tematiche che non siano già stati triti e ritriti. Detto questo credo e spero sempre che chi è davvero bravo e ha qualcosa da dire riesca a comunicarlo, anche se non ad un pubblico enorme. Ma d’altra parte un blog a mio avviso deve nascere dal bisogno di esprimersi e raccontare prima che da quello di farsi notare o guadagnare lettori e contratti.

  • Illbrightback

    Ciao Chiara, post molto interessante (e anche molto onesto, brava). La frase che più mi ha colpito è: “Sarebbe bello dire che le cifre sono direttamente proporzionali alla qualità del prodotto. A volte lo sono, altre non lo sono.” Io non mi faccio (quasi) mai prendere dalla smania di avere grandi numeri per il mio blog, anche perché è piccolo piccolo. Non ci sarebbe niente di male se i numeri fossero il nuovo modo di dare valore alle persone (è solo uno strumento, ce ne saranno stati altri in altre epoche), ma la cosa più fastidiosa è che, per l’ennesima volta, non è un sistema meritocratico. Per l’ennesima volta i numeri più grossi ce li hanno quelle che i numeri se li comprano, o che sanno mettersi in gioco in modo poco onesto. Magari anche con contenuti tremendi, in cui nemmeno le virgole sono messe al posto giusto. Questa è la cosa che mi dà più fastidio: che neanche i numeri sanno essere meritocratici.

    • Non voglio fare di tutta l’erba un fascio: Internet è a suo modo democratico quindi chi ha numeri li ha perché dà alla gente qualcosa che vuole. Il problema è che ci sono anche ALTRE cose che la gente vuole, o di cui ha bisogno ma ancora non lo sa, e in questo non è aiutata molto a scoprire nuovi temi perché gli algoritmi di ciò che hai già visto o apprezzato tendono a riproporti lo stesso identico contenuto. Comunque non era questo il punto della discussione quanto l’essere misurati in numeri – qualsiasi argomento si vada poi a trattare

  • Bellissimo post, molto onesto.
    Metterci la faccia, evitare che la gente speculi su quello che non racconti e mantenere coerenza nel tuo lavoro, credo sia la parte più difficile da gestire.
    Ma a me sembra (si, immagino quello che non so) che tu lo gestisca molto bene: già il fatto che rimanga ferma sul concetto de “io non sono un numero, ho una vita mia fuori dal blog” è già un ottimo punto di partenza. E questo traspare dall’onestà dei tuoi post e da come condividi anche i lati oscuri con i tuoi lettori.
    È l’asilo? Sì, pare di sì. Ma purtroppo questi atteggiamenti infantili si riproducono in moltissimi ambienti lavorativi, siamo tutti sulla stessa barca…siamo, appunto, tutti umani :)

    Sono appena entrata nel “tunnel” di Black Mirror, ancora non ho visto l’episodio di cui parli, ma sono già presissima!

    • Eh, quando lo vedi fammi sapere…

  • Sandra

    Hai ragione. E ti dirò di più, dipendiamo dai numeri anche in altri modi, per esempio quando nelle aziende contano i numeri (nello specifico, gli zeri) che porti e non la qualità del tuo lavoro, quando conta quanto vendi e non come poi realizzi le cose… ed in questi casi il meccanismo è ancora più perverso, perché non puoi uscirne con la semplice consapevolezza, ma solo abbandonando questi ambienti. E questi ambienti, queste realtà.. sopravvivono purtroppo egregiamente alla faccia di chi invece tenta di premiare la qualità, il merito, il valore, proprio perché il destinatario finale spesso e volentieri oltre al numero (al prezzo) non va. Triste, no? Quanto alla comunicazione, il valore oggi lo si attribuisce troppo spesso a chi ha i numeri e non a chi comunica cosa realmente valide/importanti. Forse perché chi comunica cose realmente importanti non ha tempo di pensare ai numeri. Oggi più che mai però sarebbe opportuno colmare questo gap.

    • I numeri però dovrebbero farli anche quelli che non hanno tempo di pensarci, se comunicano cose importanti. In questo il web sa essere molto democratico così come molto dispersivo: per un argomento sensato che viene scoperto e tirato fuori a suon di click e letture ce ne sono tanti altrettanto validi che restano in fondo al rumore.

  • ma allora non ho capito nulla: mi mangio le mani per no averti voluto disturbare, una volta a Roma, quando hai presentato il tuo libro, e non averti chiesto una foto insieme…!! :))) i tuoi numeri sono un premio alla costanza con cui ti mostri sinceramente come sei, sempre coerente a t stessa. Mai una volta ho pensato “questo lo ha scritto per fare numeri” e per questo, da tua atavica lettrice, ti ringrazio, Chiara!

    • grazie mille! Sono sicura che ci saranno altre occasioni :)

  • E’ un’ottima idea per comunicare prendendo un po’ le distanze.

  • Post bellissimo, condivido ogni singola parola! Il mio blog è molto più giovane del tuo e, nonostante tutta la passione e l’impegno che ci metto giorno per giorno, i NUMERI crescono lentamente (tra l’altro, com’è giusto che sia se non li compri… ma questo pare non notarlo nessuno) e il pensiero “forse non sono abbastanza” mi tormenta ogni singolo giorno. Da circa un anno ho lasciato un lavoro d’ufficio per dedicarmi al blog a tempo pieno e, da fuori, ora la mia vita è bellissima… in pochi si rendono conto non del l’impegno che c’è dietro un blog (che 1. non mi spaventa 2. è normale, essendo un LAVORO) ma di quanto sia difficile andare avanti (spensierata, creativa e sorridente) quando il pensiero “non sono abbastanza” non ti abbandona neanche un istante, quando mandi proposte di collaborazione e pitches a mezzo mondo e, nella maggior parte dei casi, neanche ricevi una mail di risposta… Quindi GRAZIE per questo post! E’ rincuorante sapere che anche una blogger che fa i tuoi numeri affronta le stesse insicurezze che sto affrontando io :-)

  • celine

    i numeri della rete forse contano per chi ci lavora, ma non vanno confusi con la realtà. oggi leggo che chiara ferragni dichiara di ‘essere più seguita di papa francesco’. il rischio e’ di confondere i ‘followers’ sulla rete con tutta l’umanità e magari credere davvero di essere ‘più seguiti del papa’. con buona pace della blogger, lei rimane una perfetta sconosciuta per il 99,999999999999% dell’umanità – porella – quindi restare coi piedi per terra e fare qualche esame di realtà, un pochino aiuta! 😉

    • Quello ahimè è un dato oggettivo: la Ferragni E’ più seguita di Papa Francesco.

  • GG

    Si ma poi è la stessa cosa che succede nel mondo ‘reale’.
    non tutti guadagniamo per quello che facciamo, non a tutti viene riconosciuto l’impegno o il risultato.
    Non tutti quelli che raggiungono lo stesso risultato guadagnano uguale, o vengono considerati uguali.
    L’importante è non cadere nella trappola molto usa style del considerarsi in una specie di classifica.
    Tipo tennis, per dire, che ho sempre odiato quando dicono il n. della classifica mondiale…
    Non è una gara, non è una classifica.
    E’ la nostra vita, dev’essere appagante per quello che ci dà, non per quante persone riusciamo a superare.
    Certo che i numeri per chi fa il tuo lavoro sono importanti, ma occorre sapersene distaccare
    I numeri dicono quanto guadagni, non quanto sei importante
    GG

  • e sai perchè?
    perchè tu fai riflettere.
    e riflettere fa paura il più delle volte.
    quindi meglio farsi un’insalata di frivolezze legate a cosa mettersi, anche se i soldi per quel vestito griffato non ce li hai, o prendere spunti su cosa cucinare anche se poi mangi solo piatti pre confezionati.
    Se poi ti trovi un fidanzato famoso, bè Chiara, non c’è match.
    Questa purtroppo è la differenza fra qualità (la tua) e la quantità.

    • So che prendersela con la Ferragni è facile perché ha tutto per essere invidiata, ma io credo che invece sia un caso di grande successo e dovremmo essere solo contenti se una donna ce la fa. Ognuno ha la sua nicchia e ognuno parla ad un pubblico che apprezza ciò che dice. Nella vita c’è bisogno ANCHE di frivolezza. La mia era più una riflessione in generale sull’ossessione da like e sul bisogno di misurare e quindi inconsciamente anche di misurarsi.

      • Dani

        Sineramente credo che il tuo lavoro sia di un frustrante pazzesco. Ti impedisce di godere appieno della vita in ogni sua sfaccettaatura perchè inconsciamente finisci per cercarne lo spunto per una foto o per un post. Io non potrei mai farcela, mai!!!!

        • Rispetto ad altre colleghe, pensa, sono ‘moderata’ 😀 Nel senso che posto meno e di argomenti anche spesso non inerenti alla mia famiglia o alla mia vita. C’è chi sta su Snapchat 24 ore al giorno… in streaming come il Grande Fratello (ce ne sono…). Quella cosa lì, ecco, io personalmente non riuscirei a farla e mi sembrerebbe anche di monetizzare sulla vita privata della mia famiglia.

      • ma io non me la prendo con nessuno. Anzi.
        Semplicemente, e parlo in prima persona, spesso preferisco leggere cose frivole perchè alle cose serie ci penso quotidianamente anche più di quel che dovrei.
        Tutto qui.

  • Silvia

    Ciao Chiara!
    Ti capisco davvero ! anche se nel mio lavoro internet,Facebook,Instagram non esistono,
    ti posso dire che lavorando al pubblico si incontra tanta stupidità è superficialità tutti i giorni….pretese assurde, maleducazione e quella vena sospettosa che ciò che si fa non sia sempre perfetto….
    Però ci sono anche tante persone che apprezzano tantissimo ciò che faccio, gentili ed educate
    Io sono sempre andata dritta X la mia strada e mi sono sempre impegna tanto …. i frutti sono sempre arrivati …sempre!!!
    E poi si può piacere a tanti ma non a tutti….e come tu insegni …. chissenefrega!
    Ciao✌️️

  • Adriana_Ricominciodaquattro

    Questo post è bellissimo, brava Chiara!
    Hai descritto perfettamente come funziona in questo mondo e, ahimè, questo è l’asilo perché le parole del tuo collega sono vere, succede sempre così…

  • Alessandra Litta Modignani

    Brava. Ottima riflessione.
    ⭐️⭐️⭐️⭐️⭐️

  • Daniela NewbieMom Trefiletti

    Quell’episodio mi ha fatto più paura degli altri! 😱 è un po’ come è successo a me: ho aperto un blog e ho fatto di tutto per avere dei like! Ho scritto articoli di cui non mi fregava nulla, ho mantenuto rapporti per convenienza, ho seguito bloggers per carpire i loro segreti. In fondo però non mi sono applicata abbastanza, forse non sono portata per questo mondo e vedendo che non avevo grossi risultati ho mollato la presa, e mi sono sentita più leggera! A volte penso ancora di scrivere post che siano interessanti per gli altri, ma desisto perché voglio che il blog sia mio, e voglio decidere di non scriverci per mesi o scrivere ogni giorno quello che voglio.

  • Molto interessante questo post. Sia per i risvolti psicologici, che sei sempre brava a esporre in modo profondo e trasparente, ma anche per un altro motivo: mentre c’è chi è serio e si conquista numeri e like uno alla volta, sempre più persone e aziende li acquistano. Io credo che questo a lungo andare farà scadere il valore dei social e l’orizzontalità della rete. Se tutto prima era basato sul merito ora invece, a colpi di sponsorizzazioni su google, facebook, instagram ecc. forse ci stuferemo, venendo a sapere che molto, moltissimo, è ormai conquistato pagando? Non so, te/ve la pongo come domanda, perché mi interrogo su questo. Il bello della rete è che era gratis e basata sul merito, ora secondo me non è più così… le persone se ne accorgeranno e agiranno di conseguenza? Non so! un abbraccio.