Se fossi rimasta a Roma.

Life · · 42 commenti

Voglio fare una premessa: questo è un post personale, con considerazioni personali che dipendono dal modo, dal luogo e dal contesto in cui sono cresciuta. Potete ritenerlo rappresentativo o no. Sensato o no. Non ha importanza. E’ la mia personale esperienza e non pretende di essere vera se non per me, né tantomeno un caso universale.

Oggi, camminando su Camden Road verso il coworking, mi sono improvvisamente tirata per un secondo fuori dall’anestesia del quotidiano, del ‘familiare’, e ho osservato me stessa a distanza – come dall’alto. Quella me stessa che camminava per Camden – padrona delle strade londinesi, con una scrivania tra freelance e startup internazionali, con residenza in UK e tanti ricordi qui – è anni luce lontana dalla me stessa che avrei potuto essere se fossi rimasta a Roma.

Come in ‘Sliding doors’, ho immaginato come sarebbe oggi la mia vita se la possibilità di trasferirci qui non si fosse mai presentata, e se avessimo semplicemente continuato a condurre la nostra vita a Roma.

Non è stato difficile. Se chiudo gli occhi torno facilmente a cinque anni fa, anche perché visitando Roma spesso è una realtà dalla quale non mi sono mai completamente distaccata e che so immaginare piuttosto bene. Ricordo come mi sentivo, cosa facevo, cosa pensavo. E so per esperienza, per i discorsi che sento quando torno a casa, per la vita che le persone a me vicine rimaste a Roma hanno continuato a condurre, per come sono io ma soprattutto per come ero, cosa sarebbe successo se fossi rimasta a Roma.

Se fossi rimasta a Roma, sarei più razzista e intollerante di oggi.

Fatico ad ammetterlo, ma da quando sono qui sono consapevole di aver vissuto immersa in un contesto sociale che incoraggiava la diffidenza, e un razzismo comunemente accettato nascosto sotto una patina di perbenismo. Un esempio su tutti: a Roma è facile usare filippino come sinonimo di cameriere e rumeno/a come sinonimo di badante o di operaio. Il riferirsi – con un tono spesso dall’alto verso il basso – a precise nazionalità associandoli a stereotipi, classi sociali e occupazioni, qui a Londra è socialmente inaccettabile. Se gli inglesi provano sentimenti razzisti, cosa possibile, sicuramente hanno il buon gusto di non comunicarlo e giudicano negativamente chi lo fa. Un’altra cosa che mi ha aiutata a rimettere le cose in prospettiva è stato l’essere io stessa un’immigrata, e di fare amicizia con altri immigrati. Certo, noi siamo immigrati che portano più ricchezza di altri nel Paese, ma ciò non toglie che il sapere che non sei a casa tua, conoscere gli sforzi che si fanno per integrarsi in un nuovo Paese e relazionarsi con persone di qualsiasi nazionalità sono un vero e proprio bagno di umiltà e di realismo che purtroppo mi sarebbe altrimenti mancato.

Se fossi rimasta a Roma avrei saputo meno del mondo.

Non che a Londra mi abbiano fatto un corso di politica estera o cultura internazionale, ma qui volente o nolente sono a contatto con persone provenienti da tutto il mondo, di tutti i livelli e con le tradizioni e le abitudini più disparate. E’ bello poter parlare di politica con la mia vicina norvegese, di femminismo con la mia amica inglese, di istruzione con quella thailandese e di famiglia con quella africana. Conosco più sfaccettature di tanti argomenti, punti di vista diversi che mi aiutano a mettermi in discussione e a comprendere meglio ‘come va il mondo’.

Se fossi rimasta a Roma mi sarei sentita ‘migliore’ senza conoscere.

Mi è rimasta un po’, la presunzione che avevo quando sono venuta qui, ma almeno ora la riconosco. Se ci sono cose per le quali il mondo intero ci riconosce una certa superiorità – tipo il cibo. La bellezza del nostro Paese. La cultura. Il cibo. Le città d’arte. Ho detto il cibo? – ce ne sono altre per le quali ci auto assegnamo il podio del ‘giusto e insindacabile’ solo perché non siamo aperti al confronto, o non abbiamo avuto possibilità di confrontarci. Ad esempio: avrei continuato a pensare che le mie abitudini da mamma italiana fossero superiori a quelle delle mie colleghe inglesi, mentre la virtù come sempre sta nel mezzo. Avrei continuato a pensare che il mio modo di cucinare fosse migliore di quello della mia amica indiana, e invece abbiamo solo tradizioni diverse. Purtroppo avverto, per lo meno tra le persone che conosco, tanta voglia di lamentarsi da un lato ma tanta voglia di sentirsi superiori dall’altro: ‘noi lo facciamo meglio’ o ‘sì vabbè, però in Italia…’. Stando qui ho capito che non esiste un modo giusto, esiste solo il tuo modo che poi è un mix tra quello che ti hanno insegnato e quello che va bene per te, e ho imparato a non giudicare.

Se fossi rimasta a Roma avrei continuato a parlare inglese ‘bene’ secondo gli standard italiani, di merda secondo quelli internazionali.

E’ un dato di fatto. Mi ha fatto troppo ridere il messaggio di una ragazza che si è appena trasferita da Londra a Milano e mi ha scritto ‘qui fanno tutti i fighi, tutti i giramondo, e poi dicono iPed’!

Se fossi rimasta a Roma avrei continuato a pensare che il sessismo e la violenza fossero NORMALI.

Non so se ricordate questo post sul mio Facebook riguardo ad un’esperienza di quest’estate in Italia. A Roma ci ero abituata: sospiri, fischi, occhiate, mezze parole, aggettivi volgari. Tutti a mezza bocca, tutti detti piano e senza guardarti negli occhi per evitare di renderne conto, per poter dire ‘ao’ ma che sei scema, ma chi t’ha detto niente’ se per caso osavi replicare. E capi che in riunione fanno la battuta sessista sulla cliente. Colleghi che per fare i simpaticoni, ti consigliano di mettere un push-up in riunione perché il cliente ha l’occhio lungo. Persino qualche parente che commenta le forme di una star tv. E’ incredibile, in Italia, la quantità di sessismo quotidiano socialmente accettato del quale mi sono resa conto da quando sono qui. Qui, che per una mezza parola puoi beccarti una denuncia. Qui, che se mi dici qualcosa di volgare per strada e c’è un poliziotto nei paraggi, sono cavoli tuoi. Qui, che il rovescio della medaglia è che puoi girare in bikini e nessuno ti degna di uno sguardo, ma dove impari l’importanza e il valore dei limiti, i limiti di decenza e rispetto ma anche i tuoi limiti, e nessuno può osare superarli solo perché è un uomo e vuole fare il bullo. Nessuno ti farà mai sentire a disagio e con la voglia di prendere a pugni qualcuno se cammini da sola in una strada, di giorno, con un vestitino estivo, e devi prenderti un sospiro alitato dietro il collo e una parola irripetibile. Non è accettabile.

Se fossi rimasta a Roma, mi vergognerei del mio corpo.

Sì, perché nessuno è perfetto e purtroppo da dove vengo io vige ancora la regola che se non sei una modella di Victoria’s Secret non puoi essere orgogliosa delle tue forme. Sono cresciuta in un contesto – quello di Roma Nord – votato all’immagine, per le ragazze sinonimo di eterni complessi, di comportamenti estremi al limite dei disturbi alimentari considerati normali. Dei ragazzi che se mangi tutta la pizza commentano oh, ammazza questa quanto magna. Che se la tua amica ha preso 3 kg qualcuno glielo fa notare. Che se una ragazza non ha il culo di Belen viene chiamata, dietro le spalle, con epiteti vari (che poi, che cazzo, io l’espressione ‘culo di Belen’ lo vedo citato come modello e riferimento da fior di 30 enni.. sinceramente, la pena infinita e oltretutto che messaggio atroce da dare). Che la parola ciccia, cicciona, buzzicona e quant’altro sono ancora incredibilmente nel vocabolario corrente di molti – qui ‘fat’ è considerata una parola da non dire. Ma soprattutto, qui si celebrano corpi di tutte le forme. Qui a nessuno verrebbe in mente di dire ad una ragazza molto formosa che non può mettere i leggings o gli abiti attillati. Qui nessuno si sognerebbe mai di prendere in giro nessuno per la forma del suo corpo o il suo aspetto, perché qui c’è una cosa che a Roma non mi avevano insegnato che si chiama rispetto di chiunque.

Se fossi rimasta a Roma, non farei vergognare chi parla con termini omofobi.

Stesso discorso della forma del corpo vale per la sessualità. Qui – come dovrebbe essere ovunque – nessun atteggiamento o termine anche solo vagamente omofobo è tollerabile. Perché chi ti scopi sono cazzi tuoi. Quali sono le tue preferenze sessuali è affare e scelta tua. Come decidi gestire la tua sessualità, chiaramente senza nuocere a nessuno, è qualcosa riguardo al quale nessuno può giudicarti. Non so se è di nuovo un problema di Roma Nord, ma finché c’ho vissuto io, oh: a Roma Nord non esistevano i gay. E’ forse possibile? E’ forse accettabile che non si possa fare coming out serenamente, senza essere giudicati? Punto secondo: tragicamente, conosco ancora persone – per lo più adulte, e includo professionisti stimati – che fanno battute a sfondo omofobo. Che usano termini come frocetto. Che fanno gesti che richiamano ad un’immaginario denigratorio degli omosessuali. Che si trovano chiaramente a disagio con l’argomento, e che per questo devono condannarlo. Per sentirsi ‘nel gregge’, nel giusto, sulla retta via. Ecco: prima ‘subivo’ queste battute scuotendo la testa o lasciando la conversazione. Adesso no. Adesso li faccio vergognare, e spesso scusare.

Se fossi rimasta a Roma, non avrei lo slancio a FARE.

Fare. Fare sapendo che si può perché questa è una città di gente che fa, che inventa, che crea da zero. Conosco tantissimi business, start up, aziende, locali, ristoranti, ideati, creati e gestiti da gente con meno di 30 anni. Conosco persone per le quali la parola ‘ non si può’ non esiste. Conosco persone che se non trovano quello che vogliono o il lavoro dei loro sogni, lo inventano. E sono persone preparate e capaci, e lo sono perché hanno voglia di fare e la voglia di fare deriva dalla possibilità di farlo. So che ci sono persone così, e tante, anche in Italia, anche a Roma. Ma l’Italia è un Paese dove fare non è facile, dove la burocrazia scoraggia e taglia le gambe, dove i finanziamenti alle nuove idee sono pochi, dove la parte più importante – crederci – è spesso la più difficile. E qui purtroppo, davvero, non incolperei la me stessa parallela rimasta in Italia, perché so che fare per ricevere in cambio un calcio nei denti o nel migliore dei casi i pali tra le ruote scoraggia tantissimo. Quindi: ode a chi ce la fa. Sincera.

Se fossi rimasta a Roma, la qualità della mia vita sarebbe indubbiamente più alta.

Londra non è una passeggiata, economicamente parlando, e noi siamo certamente tra i fortunati. In generale, qui le case costano tanto e sono piccolissime. Abbiamo un salotto con cucina, due stanze di cui una micro, un bagno, nessuno spazio all’aperto. Ho due ante dove devo far entrare tutto quello che ho, regalo e butto via tanto, non posso permettermi di accumulare nemmeno libri. Non ho la macchina, non ho certamente la tata, la cleaner è un lusso una volta ogni tanto. Non andiamo mai al cinema tranne rari casi, perché tra biglietto, pizza e 2-3 ore di nanny parte ogni volta un centinaio di pound. Se vuoi mangiare bene/decentemente, uscire a cena fuori è un impegno economico. Weekend fuori idem, rari e costosi. A Roma avremmo sicuramente una casa più spaziosa, una cleaner, la nonna che tiene Viola la sera, per un weekend basta la macchina e abbiamo dove andare. Cinema e pizza sono abbordabili, così come tante altre cose. Insomma, la qualità della vita ne ha risentito, ma sono grata di non avere troppi privilegi o avrei avuto un’idea di Londra falsata, come quegli expat ai quali pagano casa-scuola privata-nanny. Beati loro! ci metterei la firma, però una cosa la perdi: vivere, destreggiarti e sopravvivere con le tue forze.

Se fossi rimasta a Roma non avrei superato tanti dei miei limiti.

Roma era comoda. Roma era grande ma al tempo stesso piccola. Roma mi conosceva e io conoscevo lei. Roma era un gioco giocato mille volte. Qui è tutto un enorme sbattimento. Qui è tutto sconosciuto e cambia in un lampo. Qui la città è immensa e devi rincorrere quello che accade. Qui c’è tanta gente migliore di te, e devi farti un culo triplo per emergere e per affermarti. Qui non ti regala niente nessuno. Qui è difficile fare amicizia. Qui potevo scegliere se aspettare che le cose mi cadessero addosso o uscire fuori e andarmele a prendere.

Qui ho fatto quello che a Roma non ero riuscita a fare: crescere.

 

Commenti

  • Francesca Graziani

    uno dei millemila esempi di comportamento non socialmente accettabile all’estero in cui mi sono appena imbattuta per caso: http://www.firenzetoday.it/cronaca/auto-pista-ciclabile-viale-giovine-italia.html

    w l’itagliano medio

    • Non volevo vederlo…. -.-

  • Alessandra

    Che bello questo post, cosi’ lucido ed umano. Mi è piaciuto molto il punto sul razzismo. Più di mille parole, vale la vita reale per capire tante cose!

    • Grazie mille Alessandra.

  • Carlotta Monzani

    Parlo per me, per la mia situazione, per la mia storia di milanese trasferitasi a Londra 3 anni fa – e condivido ogni singolo rigo di questo post!
    Magari piccole differenze, venendo da Milano che riconoscono non essere cosi’ tanto diversa da Londra sotto alcuni aspetti (ma sotto altri…!!). Altri molto simili, come il sessismo socialmente accettato (mi rendo conto di come adesso salti su inviperita per una minima cosa), e una qualita’ della vita probabilmente piu’ sana – e livelli umani di melanina nel corpo.
    Ma in linea generale per me questo post e’ ben piu’ che rappresentativo: potrei averlo scritto io.

    Ma e’ una cosa che ti commento spesso quando parli della tua personale esperienza da expat qui – e’ sempre interessante vedere che non sono l’unica a pensare e sentire certe cose 🙂
    Grazie per aver condiviso queste riflessioni.

    • Grazie a te Carlotta, è sempre bello confrontarsi su questi temi.

  • Cettina

    Ho osservato le stesse cose semplicemente trasferendomi al Nord. Proprio vero che a Sud del Po siamo ancora nel medioevo 🙂 E’ sicuramente colpa dei Borbone, dello Stato della Chiesa e dei zingheri.

    • Alicina

      anche io stessa sensazione tua, da Roma al nord Italia 🙂

  • Bellissimo post: chiaro, sincero, che dovrebbero leggere in molti.
    Lo sento particolarmente perché io, i miei 2 anni da expa a Londra, me li sono fatti nel 1997/1998: avevo 20 anni e stavo bene ma sentivo di non potermi esprimere, mi mancava quacosa. Non riuscivo a spiegarlo ma Londra lo ha spiegato a me. Limpidamente. E sono diventara la ME STESSA che poi ho voluto rimanere. Dalle piccole cose, come vestirmi senza paure di esser giudicata, all’ accettazione del “diverso” in ogni sua forma e alla grinta. Perché a 20 anni, da sola a Londra, per sopravvivere e STARE BENE, di grinta ce ne vuole. E ringrazierò sempre questa città per quel che mi ha dato, le amicizie in primo luogo.
    La possibilità di fare teatro vero con un provino senza calci in culo.
    Un bel lavoro con un bello stipendio che mi amministravo a dovere. E un inglese che mi permetteva di nascondere da dove venissi.
    Solo se ci si trasferisce si può capire.
    E sono felice che adesso tu lo abbia messo in chiaro come si deve. Anche se è IL TUO (opinabile) punto di vista.
    Che è il mio.

  • Samuela

    È bello leggere un post del genere. Ho 21 anni, sono in procinto di laurearmi, mi trovo in un momento della mia vita in cui voglio andare via dal mio paese per arricchirmi e vivere la mia relazione sentimentale con la mia ragazza (che in Italia purtroppo potrebbe causarmi dei problemi – probabilmente si può intuire perché) ma le paure sono comunque tante. Anche per questo ho aperto io stessa un blog che mi sia di supporto per imparare a diventare io stessa un’expat o immigrata che dir si voglia e documentare questi ultimi mesi nel mio Paese. Eppure qualche volta non basta. Per questo è bello leggerti: ti seguo da così tanto e vedere che oltre l’incertezza di lasciare ciò che si conosce c’è sempre qualcos altro ad accoglierci, che alla fine con tutto l’impegno possiamo davvero farcela e trovare il meglio delle cose. Grazie perché è davvero un bene per la mia mente frenetica.

  • Stella Cestaro

    Chiara,bel post, ma hai fatto bene ad introdurlo con quella premessa. Tua l’esperienza, tuo il cerchio di persone, amici e parenti, che ti coinvolgono, tua la zona dove abitavi. Abito a Roma da 12anni e posso dire, per la MIA esperienza, di non rotrovarmi con molti dei punti da te citati. Conosci zone come Monte Sacro, Città Giardino, Tufello, una parte del Pigneto o San Lorenzo?? In tutte queste troverai giovani che ci provano, che inventano una vita migliore per sé e per gli altri, nuovi giovani RISPETTANO L’ALTRO. Io abito a Citta Giardino, un quartiere che non conosci se non ci vai appositamente. Roma nord-est per intenderci. Ti si apre un mondo. Localini,bistrot, librerie alternative,negozi con laboratori di ceramica, riserva naturale dell’Aniene. Tutti giovani, tutti che il lavoro se l’inventano e ci mettono l’anima. E i gay sono i primi tra questi. Sicuramente ripeto,le tue sono parole dettate dal tuo vissuto,ma credimi, ci sono zone a Roma, dove Londra non sembra così lontana. Un abbraccio.

  • Margherita

    Bellissimo post… mi ci rivedo tantissimo… da ex expat, rientrata in Italia da anni… mi hai fatto venire nostalgia di quel senso di libertà e quella immensa fatica che si prova a partire da zero in un paese straniero!
    Margherita

  • Mamma Far and Away

    Ciao Chiara, ti seguo sempre e ti leggo con piacere. A questo post non potevo non commentare. Ho scritto qualche settimana fa un post in cui parlavo delle qualita’ che servono in espatrio, qualita’ in parte insite in me e in parte acquisite passo dopo passo, esperienza dopo esperienza. Sono qualita’ che ho ritrovato in questo tuo post: Curiosita’, Umilta’ Culturale e Rispetto. La nostra e’ una storia di espatrio un po’ differente: non abbiamo mai vissuto in Italia come famiglia, perche’ ci siamo “formati” all’estero e per questo fatico a immaginarmi nella mia citta’ di origine, dalla quale sono partita da sola, con mio marito e i miei tre bambini, fatico un po’ a fare lo “sliding doors”, ma magari con un “se fossi rimasta in Italia” potrei provarci. Grazie per l’ispirazione! 😉

  • francesca

    Ho vissuto a Londra solo un anno ma condivido tutto. Dopo una vita in cittadina di provincia calabrese, per puro caso sono finita a Londra. Da li in Belgio, ora in Costa Azzurra. Marito straniero, una lingua ame totalmente ignota che ho dovuto imparare per sopravvivere. Nessun aiuto,un sacco di sbattimento. Ma sono uscita dalla mia zona di confort e,come te,sonocresciuta. Tardi ma in tempo (cit.). E sono pronta a ripartire, quando e se avremo voglia difarlo ancora. Fossi rimasta acasa mi sarei persa tutta questa ‘vita’. Bellissimo post!

  • Mariposa

    Tutto vero, verissimo, anche per una come me che è emigrata non a Londra ma in Francia.
    Ho un appunto minuscolo: parlando di razzismo inconscio e sicuramente non voluto, perché tra tutte le nazionalità indicate (thailandese, norvegese, inglese, ecc…) l’amica africana non ha diritto all’indicazione del suo stato d’origine? E a cleaner possiamo trovare un sinonimo italiano?
    Un abbraccio!

  • Roberto Pasini

    Altre città, ma mi ci ritrovo in ogni parola

  • Io spesso mi ritrovo nelle tue parole, non so come tu sia ma adoro il tuo modo di scrivere.
    Sebbene io non abiti fuori Italia e non abbia superato quei punti che per te sono non avrei/non sarei/non saprei li condivido in pieno e mi ci ritrovo, mio malgrado, ogni giorni.

  • Giada

    Ciao Chiara,
    sono d’accordo con te, ma credo anche che non sia solo una questione di aver cambiato paese…
    Anche se Londra è sicuramente una città più rispettosa delle diversità, culturalmente più varia, più aperta di tante città italiane, io non credo dipenda solo da quello… certo, alcuni aspetti solo una metropoli del genere te li può far vivere e capire… ma siamo noi che cambiamo crescendo… e questo sarebbe successo anche a Roma, a Milano, in Austria, ovunque fossi andata insomma… anche io sono diventata mamma a 26 anni, senza lavoro, senza nulla “a posto”, e sono rimasta a vivere nella città dove sono nata… ma rispetto a 7 anni fa, sono tutta un’altra persona…
    A 33 ho imparato ad amare il mio corpo per quello che è (ad invecchiare accade qualcosa di positivo ;-)… e a vedere i corpi tutti belli nella loro unicità…
    ho imparato a superare i miei limiti perchè non avendo aiuti, con due bimbi e lavorando ti assicuro che per sopravvivere devi superarli per forza!
    Non lascio più correre battute o frecciate sessiste o omofobe… ma perchè sono diventata più sicura di me e di ciò che ritengo rispettoso e giusto, sono molto più rispettosa delle diversità e sopratutto so che, come dici tu, non c’è un modo “giusto o migliore” rispetto ad un altro di vivere o di fare…
    e questo perchè ad un certo punto ti distacchi dal contesto che ti ha cresciuta, impari a vivere la vita con il tuo sentire e a vedere le cose con più distacco ed impari a ragionare con la tua testa, senza farti influenzare così tanto dall’ambiente familiare e non, che ti circonda…
    insomma tutto questo per dirti che, sicuramente, vivere all’estero apre la mente, ti fortifica, e ti rende probabilmente una persona in grado di affrontare tutto con grande capacità e grinta, perchè le diffcioltà sono tante, non sei a casa tua, ecc, ecc…
    ma credo che saresti cambiata anche stando a Roma… almeno su alcuni dei temi che hai toccato…

  • E’ un bellissimo post Chiara ed è di ispirazione per chi come me è rimasta in Italia. Purtroppo e credimi lo dico col cuore, purtroppo, per la maggior parte delle cose è proprio come dici tu: sessismo, omofobia e razzismo sono la quotidianità, le persone fanno battute, parlano e si comportano naturalmente così, non ci fa proprio caso! è questa la cosa grave, persino chi si eleva presuntuosamente a fautore della causa incappa in quest’abitudine e se gli si fa notare si arrocca dietro ad una simpatia e ad un sarcasmo che TU non sei in grado di capire (mi fanno pena…).
    Lo slancio al FARE viene tarpato in partenza, per aprire un’attività in proprio ci vogliono mesi di fogli e burocrazia e se uno non è più che motivato demorde prima di cominciare, mentre tutte le forme di assistenzialismo vengono elevate a forma aurea così molti giovani preferiscono non fare perché anche economicamente è più conveniente (se non fai ti passano tutto, sanità, scuola, se fai paghi tu anche per loro).
    Su altri punti invece non mi trovi d’accordo, se fossi rimasta a Roma saresti cresciuta comunque, non avresti saputo meno del mondo né ti saresti sentita migliore, perché queste fortunatamente sono cose personali che persone intelligenti e curiose superano al di là dei preconcetti della società in cui vivono.
    Grazie.

  • E qui mi cade il sogno che ho sempre avuto, quello di vivere a Roma 🙂 no, capisco, concordo, e mi chiedo se anche io se fossi rimasta a Stoccolma – che non é cosí fantastica e “avanti” come tutti credono – invece di venire a Londra sarei quella che sono o no. Sono sempre stata fortemente anti-razzista, anti-omofobica, femminista. Peró non avrei avuto la possibilitá di sfidare me stessa, di puntare veramente sui miei sogni, di cambiare strada. E di questo saró sempre felice e grata. Peró nella mia esperienza il razzismo in Inghilterra c’é, eccome. A me e a mio marito hanno urlato “fuck foreigners” sul bus. Anche sul lavoro l’ho notato spesso il razzismo, soprattutto nel processo selettivo.

  • lazza79

    Non potrei essere piu’ d’accordo.

  • Bellissimo post Chiara, per l’onestà con cui l’hai scritto e per le tante cose vere che dici.
    Il sessismo, il razzismo, l’omofobia purtroppo qui non sono ancora abbastanza stigmatizzati socialmente perché ancora radicati culturalmente e percepiti come la “norma”. E verissimo anche il fatto di non avere voglia di sbattersi troppo perché tanto si è sicuri che il talento e l’impegno potrebbero non essere affatto premiati.

  • Daniela Zucca

    Molto interessante ciò che racconti, ma a uscirne malissimo è “Roma Nord”! Penso tu debba considerare una gran fortuna essertene andata! Io ho sempre abitato in Italia, ma fin da giovanissima viaggiato molto e lavorato in ambienti internazionali, quindi la mia mentalità è sempre stata come la tua di ora. Devo dire però che, eccezioni a parte, Milano è molto diversa da Roma.

  • Appunti di carta

    Ciao Chiara, buongiorno. Incredibile ma vero, qualche minuto fa ho postato una cosa su Medium che parla proprio del sessismo (tutto italiano, temo) che sperimento sul lavoro (lato dress-code). Ti ho mandato un Twitt con il link, non lo copio qui perché non è carino fare pubblicità sui blog degli altri 🙂
    Un saluto.

  • Penso che non appena mia figlia avrà l’età giusta le farò leggere questo post.
    È molto profondo, pieno di amore per se stessi.
    Grazie per averlo scritto.

  • Alicina

    Mi è piaciuto tanto leggerti, finalmente hai dato voce a tante realtà scomode, e io da romana (di Roma nord pure io) expat in un paesino lombardo, so che i romani si sentono a volte il centro del mondo, e invece sono ancora vittime di tanto provincialismo.
    Sulla questione razzismo: qui al nord il parmigiano reggiano lo fanno gli indiani, i piastrellisti sono turchi, ci sono i templi per ogni culto, però ovvio l’integrazione è quello che è, non è Londra, e lotto ogni giorni per far entrare in testa alla gente che senza la forza lavoro straniera sarebbero col culo a terra. Quindi ‘na fatica.
    Per il sessismo hai perfettamente ragione, il romano un po’ coatto si sente un simpaticone ad urlarti dietro, e crescendo a Roma la vivi come una normalità. Qua al nord sono all’opposto, nessuno ti guarda, nessuno ti rimorchia, nessuno ti chiede il numero di telefono (a mio marito sono io che ho dato il mio!!) ahahha!!
    Stessa fatica per il razzismo la vivo per l’omofobia… se a Roma, che è Roma, 10 anni io non ricordo coppie omosessuali che passeggiavano per mano, figurati qua che è una terra fatta da piccoli paesini di provincia. Io ho un fratello che ha cambiato sesso, ovviamente vive all’estero, l’Italia non è un ancora un paese per “con chi scopo sono cazzi miei”.
    Mi riconosco molto quando dici che Roma è un gioco giocato mille volte, sa essere una città che ti coccola e ti protegge dal mondo, e per chi va via è sempre un arricchirsi.
    Dovrebbe essere vietato al giorno d’oggi vivere tutta la vita nello stesso posto.. non si apre la mente, non si evolve. Non basta viaggiare, andare in vacanza e visitare mille posti. Ci devi vivere, ti ci devi mettere alla prova.
    (faccio sempre leggere i tuoi post a mio fratello, che 4 anni fa si è trasferito a Londra da solo per un dottorato. Non è facile ma è anche una ficata… quindi grazie!)

    • Dulcistella

      Com’è che al Nord non ti guardano??? Vivo a Trieste e sono stata infastidita più di una volta. Non negherò che quando sono stata al Sud ho visto/sentito di peggio (in termini di quantità e qualità), ma qui non siamo in paradiso…

      • Alicina

        Forse non mi sono spiegata bene, la gentaglia c’è ovunque, ovvio.. io parlavo di un modo di fare comune che fa parte della cultura. Una ragazza da sola in un locale a Roma viene abbordata sicuramente, qua a Reggio Emilia o a Modena o Verona, molto più difficile che succeda. Non mi piace generalizzare troppo, ma questa differenza è evidente 🙂

  • una bellissima riflessione, mi è piaciuta. ma una domanda: Davvero roma è così chiusa alla multiculturalità? io vivo nella periferia di milano, e nel mio piccolo ho modo di conoscere diverse realtà. forse in percentuale nettamente inferiore a quella londinese, e non ho possibilità di conoscere molti “nordici”, ma ho fra le amicizie una mamma ecuadorena, una di origini cinesi, una cubana, una albanese, e per ora purtroppo mi fermo qui. il resto in effetti sono tutte italiane, metà di origine del sud come me, altre del nord. oggi ho incrociato una nonna che parlava inglese con i suoi due nipoti, devo assolutamente ribeccarla e bloccarla 😀

  • diletta

    sono 7 anni che vivo all’estero, prima in Francia, poi in USA, adesso in Danimarca.
    Parlare male del paese di origine è una cosa che molti italiani fanno e che mi fa molta molta rabbia.
    Ogni paese ha i suoi lati positivi e negativi, non è che vivendo all’estero è tutto bello e in Italia fa tutto schifo.
    Mi sembra un post di luoghi comuni e anche di mentalità piuttosto ristretta…

  • Alice

    Condivido tanto, tantissimo, non posso dire tutto semplicemente perché all’ estero non ho mai vissuto. Mah, chissà. E a chi chiede un sinonimo per la definizione “cleaner” dico solo che conosco personalmente gente che titola “serva” chi rassetta, lava e stira quotidianamente. Purtroppo si, lo sento dire ancora, nel 2017, nella provincia operosa dell’emancipato Nord. Italia, ovviamente…
    E’ difficile andare via, lo posso solo immaginare, ma credimi spesso e’ anche molto difficile rimanere, circondata da mentalita’ “preistoricamente” ferme!..Che poi mi chiedo..come puo’ essermi maturata una certa testa differente, proprio a me..che sono nata e cresciuta in questo buco di citta’!!
    Alice

    • SERVA mi lascia senza parole. Spero sia un retaggio con un significato diverso oggi, ma comunque…

  • Bellissimo <3 grazie! penso che c'entri anche il fattore casa/città natale/luogo che conosci bene, qualsiasi, a parte Roma: dopo un po' ti "inscatola", ti delimita, fosse anche per le abitudini, le persone che frequenti, ecc. Cambiare posto/lavoro/relazioni ti fa vivere le cose diversamente. Come un po' se ti fossi trasferita in un altro quartiere di Roma, facendo un altro lavoro, frequentando altre persone. Ti auguro di portare la freschezza della tua esperienza londinese ogni volta che tornerai a Roma (che magari ne ha pure bisogno!). Alla fine si tratta di portare uno sguardo nuovo, reagire a situazioni vecchie con uno stile nuovo… bello sarebbe riuscire a farlo anche dove le nostre esperienze ci limitano, costruiscono la nostra identità un po' forzatamente, spingendoci a riprodurre abitudini e, soprattutto, schemi mentali.

    • Vero, sono d’accordo!

  • Dulcistella

    Su una cosa siamo superiori in Italia SENZA SE E SENZA MA, non accetto discussioni in merito: il bidet. Mi mancava più di mio marito quando ero fuori. End of the story.
    A parte quest grande verità, volevo scrivere anch’io la mia riflessione. Non è tutto oro quello che luccica, e tante volte noi italiani idealizziamo l’estero. Io sono stata fuori per brevi periodi, 3 periodi da 3 mesi ciascuno, a Graz, a Innsbruck e a Rostock (no, non parlo tedesco. All’ultima volta volevo andare in un posto caldo e mi hanno DI NUOVO mandata in un paese di lingua tedesca, mannaggialaputtana). E ho notato cose magnifiche, ma anche tante piccole grettezze, le stesse che abbiamo a casa. Perché il razzismo, come dice Tahar Ben Jelloun, è tipico di tutti i popoli della terra. A Rostock poi ho toccato con mano un certo tipo di razzismo benevolo parlando con un professore universitario (!). Era la prima volta che mi capitava di aver a che fare con questo tipo di atteggiamento in Università. Razzismo c’è ovunque, in certi casi mi sono pure “consolata” pensando che alla fin fine noi italiani non siamo poi così male, o quanto meno siamo in ottima compagnia. Da nessuna parte si può trovare il paradiso. Per tirare le somme, ti direi che per te era il momento di crescere, e il cambiamento d’aria ha accelerato o addirittura innescato il cambiamento TUO. In questo, viaggiare, uscire, ci aiuta a migliorare: si cambia ambiente, si cambiano abitudini, si cambia substrato culturale, d’improvviso i comodi amici di sempre non ci sono più e bisogna farsene altri. E gli altri in genere sono altre persone come te: hanno bisogno di farsi amici. Per questo le amicizie all’estero sono molto più multiculturali. L’insieme di tutto ciò ci fa crescere. Ma non c’entra Londra, potevi ad esempio essere una svedese che si trasferisce a Parigi o una russa che decide di vivere, ma sì, proprio a Roma e ti avrebbe fatto bene uguale. Spero che si sia capito cosa intendevo.

    • Guarda ci sono TANTI lati negativi di Londra. Oggi mi sono focalizzata esclusivamente su quello che avrei perso se fossi rimasta a Roma.

  • chiara

    Sei fantastica. Veramente.

  • Serena

    Questo post è una meraviglia e credo vada ben oltre la sola esperienza personale. Cambiare contesto, destreggiarsi, farcela (qualunque significato si voglia dare a questa parola) è una possibilità di crescita che, altrimenti, sarebbe quasi impossibile. Certo, bisogna imparare a convivere con la paura di non riuscire, con le insicurezze che possono venire (o tornare) e con nuovi modelli culturali che, a volte, possono essere un po’ ostici (pur se affascinanti). Però vale sempre la pena, secondo me.
    Io so per certo che la mia vita in Italia sarebbe con ogni probabilità più semplice (ad esempio credo avrei meno difficoltà a trovare un lavoro), ma molto meno stimolante. E la mia visione del mondo e di me stessa sarebbe infinitamente più limitata e, alla fine dei conti, triste.

  • Martina Luisi

    Ti ringrazio! Ti seguo su instagram da poco. Da quando sono arrivata a Londra e cercando qualche info sulle nursery ho trovato il tuo blog. Sono una mamma anche io, sono arrivata da pochissimo (4 mesi 🙂 ) e con il mio compagno abbiamo deciso di provare a cambiare la nostra vita. Non mi aspettavo certo che fosse tutto facile, no. Ma sto facendo veramente tanta fatica. Do la colpa alla città, a tutto quello che mi circonda,cerco di convincermi che “a casa è meglio”…ma sto cercando solo delle scuse. In realtà ho una paura matta!!! 🙂 Quindi, ti ringrazio. Perchè stasera, presa dalla tristezza, ho deciso di “spulciare” meglio il tuo blog cercando un po’ di conforto e l’ho trovato!
    Proseguo la lettura, dolce forte Donna!

  • valeria camia

    Se fossi rimasta a Roma, mi vergognerei del mio corpo.
    E’ vero anche per me. Ho lasciato l’Italia quasi 10 anni fa. Ho vissuto a Londra. Ora in Svizzera. Fuori dall’Italia mi sento libera dall’idolatria del corpo.

  • Che bellezza.
    Sono incappata nel tuo blog cercando “decluttering” su Google e sono felice di aver trovato il tuo blog.
    Sono dell’idea che nulla capiti per caso, quindi, se non ti darà fastidio, sarà un piacere tornare a leggerti.