Luglio, col bene che ti voglio.

Life · · 12 commenti

Quando io e mio fratello eravamo piccoli, Luglio sembrava estate inoltrata.
Già a inizio Giugno chiedevo alla mia tata quando avremmo potuto cantare la famosa canzone ‘Luglio, col bene che ti voglio’ e lei mi diceva sempre che era troppo presto. Era troppo presto per un tempo lunghissimo, quello tra la fine della scuola e l’inizio delle vacanze, quando mamma ci portava al mare.

Andavamo spesso in Abruzzo, stavamo in una casa a pochi passi dal mare che dentro era scura, quindi fresca. A noi era permesso, a volte, camminare scalzi sulle ceramiche del pavimento. Erano marroni e beige, con dei fiori. A volte mi sdraiavo per terra e ci mettevo le braccia, le guance. Venivo rialzata in un attimo.

Avevamo un piccolo stereo su un tavolinetto che mi sembra di ricordare quadrato, e la nostra tata metteva le canzoni che andavano di moda in quel momento. La mia preferita, comunque, rimaneva ‘Luglio’, insieme a ‘Sei diventata nera’.

Di mattina si andava in spiaggia. Si giocava, si faceva il bagno e subito dopo mia mamma tirava fuori la combo asciugamano e merenda, come se in quelle poche bracciate ci avessero consumato – in effetti era così. Lei portava le albicocche e le pesche, mentre i bambini dell’ombrellone vicino addentavano ciambelle fritte vendute da un signore che passava di ombrellone in ombrellone con una teca di plastica piena di fritti.

Il costume bagnato si cambiava subito. A me dopo il bagno scappava sempre la pipi, ma non sono mai riuscita a farla in mare.

Si tornava a casa a pranzo, sempre. Mia mamma e la tata mettevano in tavola la pasta o la carne e spesso grandi piatti di pomodori rossi, tagliati, col basilico.

Dalle due alle quattro i grandi riposavano. Noi eravamo caldamente invitati a metterci a letto e a dormire, e ricordo ancora i tentativi di chiudere gli occhi e dormire sulle lenzuola bianche e fresche del letto, nella stanza con le tapparelle abbassate e il suono dell’estate fuori.

Non ci riuscivo mai.

Si faceva merenda a casa o in spiaggia, poi bisognava aspettare un’ora prima del bagno.

Io e mio fratello facevamo castelli in riva al mare con sopra le stalattiti fatte gocciolando la sabbia con le dita. Per anni abbiamo avuto due enormi formine, una a forma di conchiglia, gialla, e una a forma di pesce, rossa.

Non avevamo amichetti in spiaggia, mi pare. Giocavamo io e lui.

Io avevo i capelli a caschetto, che odiavo.

Il tramonto era rosa, lo ricordo tagliato dalla pista ciclabile e dai pini marittimi.

Quando veniva mio papà, il weekend, a volte prendevamo il tandem. Noi ci sedevamo nel cestino davanti e la sensazione di stare sospesa per aria mentre la bici andava mi dava l’euforia di volare.

La mia tata aveva delle invidiabili infradito con la cinghia di spugna, color arcobaleno. A noi le infradito non erano permesse perché ‘facevano male ai piedi’, quindi le ho sempre guardate con desiderio. Più spesso, però, lei faceva quell’altra cosa che a noi non era permessa: camminare scalza.

Una volta, percorrendo scalza il breve vialetto tra la spiaggia e casa, le si infilo’ una spina nel piede.

La grandiosità con cui questo incidente fu sottolineato e raccontato in casa, dove non accadeva mai nulla e pertanto ogni piccolo cambiamento era degno di leggenda, mi convinse del tutto che mia madre aveva davvero ragione.

Sul camminare scalzi, sulle infradito, e – più avanti – su di me.

 

 

Commenti

  • anna

    Con quel “mia madre aveva ragione…..su di me” hai appena accennato ad un mondo che mi sembra doloroso. Non so, forse ho capito male, ma poichè condivido la stessa esperienza, volevo solo mandarti un abbraccio!!!

  • Sofia

    ne stavo parlando proprio qualche giorno fa.
    ne stavo parlando… di fronte al mare, quello della mia città, in cui non vivo più da tre anni,
    ne stavo parlando, e ad ascoltarmi erano due amiche, provenienti da una città lontana, diversa, straniera, che mi ha “accolta” proprio tre anni fa.
    Alla scoperta delle mie radici e delle nostre differenze,
    ne stavo parlando;
    e raccontavo di quando mia nonna finita la scuola mi caricava ogni mattina sulla sua fiat 126, e lentamente percorreva tutta quella lunga strada
    e mi portava proprio lì, su quella riva.
    Alla me bambina quel tempo pareva ogni volta infinito, sospeso come in una bolla.
    Il mare, i succhi di frutta alla pesca, la pizza del fornaio.

    Poi quel tempo è finito.

    Oggi ho 26 anni e vivo a Londra. Ma Roma, nei miei ricordi, è sempre qui con me.

    grazie Chiara.

    • Che bello. Ricordi dolci-amari, ma stupendi.

  • claudiag

    Delizioso ! Sei davvero una scrittrice piena di talento. claudiag

    • Ti ringrazio Claudia <3

  • anche io al mare in Abruzzo, Chiara.
    Noi non avevamo la casa sul mare, però. Andavo (e vado tutt’ora) dai miei nonni. A giugno, dopo la scuola. Al mare però andavo ad agosto, quando arrivavano i miei. Dopo interminabili curve arrivavamo la mare che era ancora l’alba. Stavamo in spiaggia fino alle 11.30. Un bagno, la merenda. La pipì che, come te, non riuscivo a fare nell’acqua e tenevo dal mattino fino a quando non tornavamo a casa. Che ricordi,
    Oggi cerco sempre stabilimenti dove ci sia un bagno e un bar (almeno per il caffè!).

  • Robi

    Stupendo, Chiara, quanti ricordi, grazie!

  • Clara

    Uno dei post più intimi che hai scritto. Resta la voglia di leggere il resto, come il personaggio di un romanzo appena abbozzato che trasmette subito il desiderio e il bisogno di saperne di più.
    A proposito di madri cosa diresti di un altro personaggio? Quello di una donna che porta sul suo viso i segni della gravidanza scellerata di sua madre. Una madre in piena depressione post parto che quarant’anni fa ha portato avanti la nuova gravidanza non mangiando per nove mesi, perché non poteva trattenere nulla, e bevendo birra, una voglia irresistibile in una donna altrimenti astemia. Una gravidanza che mi ha donato la cecità da un occhio e lo strabismo che tanto spesso è oggetto di derisione e grande ilarità. Voi cosa provereste? Non verso una madre che con le sue etichette ha reso difficile a una bambina la scoperta della donna che aveva dentro di sé. Qui si tratta di una madre che ha cambiato per sempre il tuo corpo, scolpendo nella carne il disagio e la sofferenza, impedendoti di guardare il mondo con fierezza e coraggio, giocando sempre in difesa, nascondendosi per paura di apparire. La paura di guardare l’altro, di stabilire un contatto occhi negli occhi, il pensiero fisso su quell’occhio maledetto che ti impedisce di essere quella che saresti stata altrimenti. Non mi chiamo Clara.

  • Mamma4D

    Sembra di leggere la mia estate, quando ero piccola. A Rimini. Mio fratello. Mia nonna invece della tata. Quei meravigliosi giorni di Giugno e Luglio che i miei figli non potranno mai godere, vivendo qui a Londra.
    La bomba, limoncino in spiaggia, il cocco polveroso, il bagno alle 4, il profumo dei cornetti del bar, le ciliege mangiate sotto l’ombrellone e i nocciolini nascosti sotto la sabbia. L’ Italia in vacanza, quella lunga che dura 3 mesi.

  • Giovanna Sauli

    e tua sorella quando è arrivata? a vedervi insieme, in quelle poche foto che hai pubblicato negli anni, sembrate coetanee!