Luglio, col bene che ti voglio.

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Quando io e mio fratello eravamo piccoli, Luglio sembrava estate inoltrata.
Già a inizio Giugno chiedevo alla mia tata quando avremmo potuto cantare la famosa canzone ‘Luglio, col bene che ti voglio’ e lei mi diceva sempre che era troppo presto. Era troppo presto per un tempo lunghissimo, quello tra la fine della scuola e l’inizio delle vacanze, quando mamma ci portava al mare.

Andavamo spesso in Abruzzo, stavamo in una casa a pochi passi dal mare che dentro era scura, quindi fresca. A noi era permesso, a volte, camminare scalzi sulle ceramiche del pavimento. Erano marroni e beige, con dei fiori. A volte mi sdraiavo per terra e ci mettevo le braccia, le guance. Venivo rialzata in un attimo.

Avevamo un piccolo stereo su un tavolinetto che mi sembra di ricordare quadrato, e la nostra tata metteva le canzoni che andavano di moda in quel momento. La mia preferita, comunque, rimaneva ‘Luglio’, insieme a ‘Sei diventata nera’.

Di mattina si andava in spiaggia. Si giocava, si faceva il bagno e subito dopo mia mamma tirava fuori la combo asciugamano e merenda, come se in quelle poche bracciate ci avessero consumato – in effetti era così. Lei portava le albicocche e le pesche, mentre i bambini dell’ombrellone vicino addentavano ciambelle fritte vendute da un signore che passava di ombrellone in ombrellone con una teca di plastica piena di fritti.

Il costume bagnato si cambiava subito. A me dopo il bagno scappava sempre la pipi, ma non sono mai riuscita a farla in mare.

Si tornava a casa a pranzo, sempre. Mia mamma e la tata mettevano in tavola la pasta o la carne e spesso grandi piatti di pomodori rossi, tagliati, col basilico.

Dalle due alle quattro i grandi riposavano. Noi eravamo caldamente invitati a metterci a letto e a dormire, e ricordo ancora i tentativi di chiudere gli occhi e dormire sulle lenzuola bianche e fresche del letto, nella stanza con le tapparelle abbassate e il suono dell’estate fuori.

Non ci riuscivo mai.

Si faceva merenda a casa o in spiaggia, poi bisognava aspettare un’ora prima del bagno.

Io e mio fratello facevamo castelli in riva al mare con sopra le stalattiti fatte gocciolando la sabbia con le dita. Per anni abbiamo avuto due enormi formine, una a forma di conchiglia, gialla, e una a forma di pesce, rossa.

Non avevamo amichetti in spiaggia, mi pare. Giocavamo io e lui.

Io avevo i capelli a caschetto, che odiavo.

Il tramonto era rosa, lo ricordo tagliato dalla pista ciclabile e dai pini marittimi.

Quando veniva mio papà, il weekend, a volte prendevamo il tandem. Noi ci sedevamo nel cestino davanti e la sensazione di stare sospesa per aria mentre la bici andava mi dava l’euforia di volare.

La mia tata aveva delle invidiabili infradito con la cinghia di spugna, color arcobaleno. A noi le infradito non erano permesse perché ‘facevano male ai piedi’, quindi le ho sempre guardate con desiderio. Più spesso, però, lei faceva quell’altra cosa che a noi non era permessa: camminare scalza.

Una volta, percorrendo scalza il breve vialetto tra la spiaggia e casa, le si infilo’ una spina nel piede.

La grandiosità con cui questo incidente fu sottolineato e raccontato in casa, dove non accadeva mai nulla e pertanto ogni piccolo cambiamento era degno di leggenda, mi convinse del tutto che mia madre aveva davvero ragione.

Sul camminare scalzi, sulle infradito, e – più avanti – su di me.

 

 

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