Quando vivi in un Paese senza luce.

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tempo a londra

Non fraintendetemi: anche io amo i pomeriggi di pioggia, quando la tempesta scroscia contro le finestre e tu sei avvolta in un maglione caldo a leggere un libro.

Anche a me piace l’odore della terra dopo l’acquazzone, e certamente non mi tiro indietro davanti ad una giornata rilassata e cozy trascorsa al chiuso, mentre fuori fa freddo e tira vento.

Chi pensa che vivere in un Paese poco soleggiato corrisponda a questo, però, sbaglia clamorosamente.

Non mi consideravo meteropatica, prima di svegliarmi ogni mattina senza nemmeno guardare fuori dalla finestra, con la certezza che il cielo sarà grigio.

Di più: con la certezza non solo di non avere sole, ma di non avere luce.

La mia casa, il più delle volte, è buia. Devo accendere tutte le luci del salotto per avere una luminosità accettabile, di quelle che ti sveglia, che ti fa capire di dover essere attiva e produttiva.

Buio e depressione, si sa, non vanno d’accordo.

Certe mattine, se non avessi anche un rapporto complicato con il sonno, continuerei a dormire.

Certe mattine io sono sveglia e in piedi e forse anche vestita, ma non funziono. E non perché i presupposti non ci siano, ma perché il buio mi immobilizza.

Non parlo semplicemente dei giorni di pioggia, di cattivo tempo, parlo proprio dell’assenza sistematica di luminosità.

Il cielo non fa luce. E’ un enorme neon grigio che ti preme in testa. E’ una cappa di assenza di ombre e colori che ti si avvolge intorno.

Non è cozy. Non è romantico. Non è languido. Non è tutto quello che dovrebbe essere il maltempo. E’ proprio assenza, è sottrazione, è vuoto.

E’ a quel punto che mi forzo meccanicamente e senza alcuno slancio a mettere le scarpe, prendere lo zaino e uscire fuori casa. Percorro le strade sempre bagnate di umidità e appesantite dalla coltre di nuvole compatta, e cammino verso la metro.

Da Gennaio a Marzo sono i mesi peggiori. Le luci delle feste si tirano giù, la gente è mediamente depressa sia per il cosiddetto ‘January Blues’ da rientro al lavoro senza prospettiva di ferie a breve, sia perché un sacco di inglesi dopo i bagordi delle feste fa il Dry January – cioè a Gennaio non beve alcolici – il che mette molti di pessimo umore.

Arrivo al coworking, dove sono in questo esatto momento, con le luci al neon sparate in testa e un tavolo condiviso con dieci persone con le quali non rivolgerò una parola in tutto il giorno – si usa così – e cazzo se oggi prenderei il primo aereo per i Caraibi e ci rimarrei.

Invece i prossimi viaggi sono solo verso l’Italia, per belle ma rapidissime e stancanti trasferte di lavoro. Sapete, no, quando dovete fare un evento di due ore e vi partono circa 16 ore di viaggio in 40 ore tra un aereo e l’altro, no? Sapete quell’odore nella cabina dell’aereo che se ci penso mi viene da vomitare? Ecco, così.

Quindi oggi sto cercando con tutte le forze di funzionare, ma mi riesce poco.

Onestamente, considero anche il solo sedere qui e scrivere un grande successo.

Se anche voi abitate in un Paese nordico o non soleggiato, ditemi come fate.

Sto facendo una fatica incredibile.

 

 

 

 

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