Tutte le cose che vorrei dirti.

Vorrei dirti che nella vita le cose diventano difficili prima di essere facili. E non diventano nemmeno realmente facili: sei […]

Possibile ringraziare per le difficoltà?

Life ·

Beh, cazzo si.

Forse.

Oggi, imbambolata da un’overdose di luce visto il sole che splende su Londra, stavo camminando tra la fermata del bus e il coworking e pensando che tutte le difficoltà degli ultimi mesi mi hanno sinceramente stremata e spezzata ma, hey, non uccisa. Sono qui, che cammino per le strade di Londra. E sono qui da sola, a fare praticamente tutto da sola contando sulle mie sole forze.

Venivo da una realtà comoda, io. Ovattata e comoda, piena di reti di salvataggio e soccorso disponibile. Avevo la famiglia vicino. Avevo amici conosciuti che facevano cose conosciute (li ho anche ora, e continuano a fare le stesse cose). Avevo diverse spalle su cui piangere e altrettante sufficientemente larghe da appoggiarmici sopra comodamente. Avevo aiuti pratici. Avevo una casa grande. Avevo una macchina. Andavo dal parrucchiere ogni tanto. Avevo grandi armadi e posto per le mie cose. E tante cose.

Ero difesa, protetta, da tantissimi punti di vista.

Poi sono arrivata qui. Il ‘beata te che vivi a Londra’ che sento spesso, si scontra con la mia realtà delle cose. Qui è stato un mettersi a nudo e ricominciare da capo. Qui è stato scoprire cosa significano tante cose che davo per scontate.

Cosa vuol dire non avere nessuno che ti aiuta quando hai bisogno di aiuto.

Cosa vuol dire quando siete solo tu e lui, e quando uno sta male è tutto sulle spalle dell’altro, e quando uno deve magari andare al pronto soccorso – com’è successo – l’altro deve stare con la bambina, e allora sei tu da solo in un pronto soccorso per sei ore.

Come ci si sente quando devi fare un piccolo intervento e smaltirti l’anestesia, e ti chiedono ‘è accompagnata?’ e rispondi di no, e allora ti fanno smaltire l’anestesia da sola in una saletta per assicurarsi che tu non perda i sensi per strada e poi ti alzi, riprendi le tue cose a torni casa in autobus.

Cosa vuol dire non andare al cinema mai, perché tra babysitter, biglietti e cena costa troppo. O avere regolarmente dieci centimetri di ricrescita perché 200 pound per i colpi di sole sono veramente troppi.

Cosa vuol dire dover affrontare una situazione che sarebbe già difficilissima nel tuo Paese e doverlo fare in un Paese diverso, in una lingua diversa, con priorità e cultura diverse. Con la certezza che nessuno capisca davvero cosa stai provando, e con il sospetto di non poterti fidare delle tue stesse parole.

Cosa vuol dire uscire con una bambina piccola mentre ci sono due gradi, la pioggia e il vento per raggiungere la scuola di nuoto, prendendo un autobus o facendoti mezz’ora a piedi.

Cosa vuol dire essere, agli occhi degli altri, una privilegiata solo perché expat. Come se all’estero il lavoro, la casa, l’integrazione sociale, i soldi e le possibilità venissero regalate e non guadagnate.

Cosa significa vedere gli amici più cari che, uno dopo l’altro, se ne vanno. Lasciandoti di nuovo sola.

Ma c’è un silver lining, un lato positivo, solo che è invisibile agli occhi.

E’ il sapere che se fossi rimasta in Italia non sarei mai passata attraverso tutto questo, e non sarei mai diventata la persona che sono ora.

E nessuno mi avrebbe mai detto ‘ne hai bisogno’. Anzi: mi avrebbero detto ‘poverini, quelli che si trovano in queste circostanze’ (sospiro).

Forse sarei stata più felice, ma più debole.

Staccata dalla realtà, quella vera.

La verità è che le difficoltà mi hanno davvero resa più forte, anche se non voglio ammetterlo nemmeno a me stessa.

E questo non vuol dire che ogni giorno è meno difficile. Ma che ogni giorno sono un po’ più capace.

 

 

 

 

 

Commenti