Tutte le cose che vorrei dirti.

Vorrei dirti che nella vita le cose diventano difficili prima di essere facili. E non diventano nemmeno realmente facili: sei tu che diventi più brava…

Viaggio a Cuba – 1a parte

Cuba Travel ·
Un pettine. Shampoo per bambini. Saponette. Un’acqua di colonia. Assorbenti. Crema da barba.

Poco, pochissimo altro, disposto in teche e scaffali di vetro a una distanza che indica l’assoluta assenza di quel consumismo opulente al quale siamo abituati anche solo davanti ad uno scaffale del supermercato. E’ un negozio cubano, rintanato nel labirinto di corridoi sotto l’Hotel Cuba Libre, ex Hilton, preso come base dal Che durante la Rivoluzione e per questo ribattezzato.
Bisogna venire qui per lo shampoo, me lo ha indicato Maria, la padrona della casa particular dove alloggiamo.
Abbiamo prenotato tardi e scelto a scatola chiusa, qui è un po’ così: hai un nome e un indirizzo di riferimento e, se quello non ha posto, ti dirotta da qualche amico. ‘Stesse condizioni, qui vicino’ dicono. Che poi sia effettivamente così, non c’è modo di saperlo se non all’arrivo.
Certo, la posizione è bella.

La casa è nel cuore del Vedado, quartiere ad Ovest di Cuba, e affaccia quasi sul lungomare, il tanto decantato Malecòn, lo ‘struscio’ di Cuba, che raduna decine di persone a qualsiasi ora del giorno. Chi passeggia, chi corre, chi pesca, chi si scambia effusioni e, la sera, è un formicaio di gente. Una versione lunga chilometri del muretto di paese, dove le voci e lo scalpiccìo diventano tutt’uno col rumore del mare.

Quando c’è mare grosso le onde tracimano, bagnano la strada e schiaffeggiano l’intonaco delle case, già abbastanza provate dalla mancanza di restauri. C’è un perenne odore di salsedine appiccicosa, lo senti nell’aria e sulle dita, quando tocchi i corrimani delle case.

Anche quello di Maria è umido.
La sua casa è al terzo piano di un palazzo semi moderno e credo sia autorizzata ad affittare solo una stanza, dove al momento alloggia una ragazza canadese, perché quella che tocca a noi è un antro buio con una finestrella e grossi armadi a muro di legno scuro.
Lei e la sua famiglia, marito e due figlie, si arrangiano a dormire in soggiorno. Probabilmente lo farei anche io visto che il prezzo di una stanza – 30 CUC, pesos cubani convertiti, circa 23 euro – equivale allo stipendio medio di un cubano. Chi ha una casa di proprietà come Maria, comunque, è l’eccezione. Comprare casa a Cuba è complicato, le case sono proprietà statale ed è lo Stato che solitamente acquista e vende case. Il sistema non mi è chiarissimo, ma Maria non è contenta della situazione. Come non è contenta di non avere Internet per gestire le sue prenotazioni – ‘mi collego dal lavoro di mia sorella, ogni tanto, di nascosto. Dicono che non hanno il cavo per far arrivare la fibra, ma io non ci credo, è che non vogliono farci aprire gli occhi’. Come non è contenta di non poter viaggiare ma questo, stando alle ultime notizie, pare sia un problema in via di risoluzione.
Chissà cosa succederà alla morte di Castro, è quello che si chiedono un po’ tutti.

Casa di Maria ha due delle caratteristiche che ritroveremo in molte delle case particulares: lenzuola sintetiche – orrore! – e galli sotto le finestre.
Galli.
Ce ne accorgiamo il mattino dopo, alle sei e mezza.
Si fa perdonare, Maria, perchè ha quella gentilezza tipica dei cubani. Un modo di fare confidenziale e solare che ti mette subito a tuo agio, è premurosa e disponibile. Ci indica itinerari e ci prepara colazioni semplici ma buonissime: frittata, caffèlatte, pane e burro e frutta fresca tra cui la Guayava, frutto da noi sconosciuto e qui propinato veramente in ogni salsa: mangiato fresco ma anche in succo, frullato, panetti di gelatina, marmellata. Ingrediente di torte e dolcetti.

Lo ritroviamo al mercato, prima tappa del nostro giro per l’Havana, dove ci mischiamo ai cubani intenti a fare la spesa.

Anche un cubano che non lavora può mantenersi, lo Stato concede gratuitamente ad ognuno delle razioni di cibo fondamentale come farina, zucchero, uova, riso.

E di gente che non lavora ne ho vista molta. Seduti in strada o sotto un portico, a conversare.

A zonzo per le strade, pronti ad attaccare bottone coi turisti nel tentativo di portarli da quello o da quell’altro amico che ha il ristorante tipico o la scuola di salsa cubana. Sono sorridenti, gentili, pronti ad accompagnarti anche dall’altra parte della città perdendo ore, spesso in cambio di una percentuale dal gestore del servizio proposto nel caso tu decida di seguire i loro consigli.
A volte diventano fastidiosi, specie se la tua intenzione è girare la città per fatti tuoi, ma non sono mai pericolosi. Cuba è un Paese sicurissimo, e dove – continuano tutti a ripetermi – ci sono più poliziotti che abitanti (è quasi vero).
Percorrendo strade dove si alternano edifici tanto distrutti che sembrano bombardati ad altri che sussurrano tutta l’eleganza che questa città doveva avere un tempo arriviamo all’Havana Vieja, patrimonio dell’Umanità e centro storico della città.

Una meraviglia di edifici storici e viuzze che ruotano attorno a quattro piazze principali, dove l’atmosfera è decisamente più turistica rispetto al Vedado.
Le strade sono affollate da venditori di snack, per lo più frittelle e noccioline.
Si bevono i ‘Refrescos Nacionales’, equivalenti di Coca Cola, Fanta ed altri soft drinks riproposti in salsa locale, ovvero interamente prodotti a Cuba, come tutti i prodotti in circolazione del resto.
Onnipresenti i baretti improvvisati al piano terra delle abitazioni, dove il piatto forte è il panino prosciutto e formaggio.

Le frittelle le abbiamo provate ma… hm. Non ci hanno convinto.
I dolci più buoni li abbiamo trovati in una pasticceria locale, Caffè Santo Domingo, e ancora non mi spiego come mai – in un Paese tanto caldo – i dolci ‘pannosi’ vadano fortissimo.

Tante anche le signore ‘mascherate’ da cubane, per la gioia dei turisti fotografi. Fiori nei capelli, gonne colorate e sigaro in bocca d’ordinanza, chiedono 1 CUC per una foto.

Visitiamo chiese, monumenti storici e attrazioni, ma più di tutto ci prendiamo il lusso di perderci per il dedalo di stradine che formano un reticolo colorato intorno alle piazze, dove si radunano bar, hotel, negozi di souvenir e una miriade di antri nascosti fra le case dove, osservando bene, si possono scorgere barbieri abusivi all’aria aperta, gruppi di anziani, intere famiglie sedute su una scalinata. La vita a Cuba è in strada, vuoi perché le case sono spesso minuscole – specie in centro – vuoi per il clima. Le mani appese alle grate bianche della porta d’ingresso, i cubani osservano il mondo passare e scambiano chiacchiere con vicini e parenti.

E’ una società autosufficiente, questo sicuramente, ma la mancanza di confronto col resto del mondo e – ahimé devo dirlo – con l’Occidente inteso come StatiUniti, ne ha penalizzato il progresso.
Se molti cubani sono contenti (o quantomeno ac-contenti), molti altri non fanno che lamentarsi di come vanno le cose. Se è questo è vero in ogni Paese, tanto più si nota qui, dove le differenze con il resto del mondo sono lampanti e in fondo ‘tutti hanno il necessario’ ma nessuno ha più di quello.
Non so se è stata solo una mia impressione, ma ho come l’idea che questa uguaglianza che livella verso il basso uccida le ambizioni e non aiuti il Paese.
Come saltava all’occhio a me – abituata a centinaia di prodotti e offerte, spot e ‘lava più bianco’ da tutte le parti – la mancanza di concorrenza, quindi di superarsi, quindi di migliorarsi. Com’è strano vedere in strada solo cartelloni di propaganda, una propaganda che parla di un passato glorioso e del quale i cubani sono orgogliosi, ma pur sempre passato.
Dov’è il presente e, soprattutto, qual è il futuro?
Non dev’essere facile per niente vivere a Cuba. Penso solo alla doppia moneta – peso cubano con il quale sono pagati gli stipendi, che vale pochissimo, e peso convertibile, usato da turisti, da negozi e servizi – e alle file interminabili alla Cadeca per cambiarli. Penso alle condizioni della sanità, che disporrà anche di medici ottimi ma di strutture fatiscenti come quella in cui sono capitata io. Penso agli input che arrivano dall’esterno, ai ragazzi con le tshirt firmate e la suoneria di Jennifer Lopez, al modo in cui si guarda all’esterno quando questo è inaccessibile. Sono felice della notizia riguardo ai passaporti perché era la più assurda delle condizioni.
Il termine dell’embargo, se e quando avverrà – molti dicono mai, per via delle condizioni richieste dagli Stati Uniti, comprensive di restituzione di alcuni territori – forse fa più paura che altro.

A presto, con la seconda parte del racconto del mio viaggio a Cuba.
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