Tutte le cose che vorrei dirti.

Vorrei dirti che nella vita le cose diventano difficili prima di essere facili. E non diventano nemmeno realmente facili: sei tu che diventi più brava…

Pineapple Studios: il giorno che sono tornata a ballare.

Life ·

Vorrei tantissimo fare la figa e raccontarvi di come sono tornata, dopo un numero di anni incredibilmente alto che non posso scrivere per non spaventare me stessa, a fare una lezione di danza. Poi però capirete che GNAA faccio. Ho dei limiti. Superabili, per carità, ma ho dei limiti.

Che io sia andata ad una lezione di danza non è di per sé una notizia, da quando sono qui a Londra ne ho provate svariate e con grande divertimento, ma ancora non ho trovato qualcosa che mi prenda davvero. Il flamenco, forse, ma sono ancora così beginner e le lezioni si incastrano talmente male con la mia agenda che l’entusiasmo fatica ad arrivare (ma no, non ho intenzione di mollare. Olé.). Sono tornata a fare la mia adorata jazz dance, e l’ho fatta in quello che è un po’ il tempio della danza a Londra: i Pineapple Studios. Trattasi di un edificio a quattro piani a Covent Garden dove ad ogni ora del giorno, in una dozzina di sale, si tengono lezioni di danza per ogni tipo e per ogni livello. Senza prenotazione. Entri, paghi un ingresso, scegli una lezione e poi paghi il tuo insegnante.

COSA MI RICORDA? Ah, lo IALS. Dove ho speso svariati anni della mia giovinezza per poi concludere la mia ‘carriera’ di ballerina con un bell’infortunio. Se non sapete la storia, eccola.

Insomma, visto che ho deciso che una delle mie trecento parole guida di questo 2014 è ‘nonfarelacoglionacomesaifaretu‘, avendo rimandato di svariati (ma svariati) anni la riconquista del parquet e dello specchio, nonché avendo quel paradiso a una mezz’ora di metro da casa, ho deciso SI VA. Avevo anche ripreso le mie vecchie Capezio da casa di mia madre, controllando che fossero in perfette condizioni e lo erano: nere, senza buchi, un po’ ammaccate ma ancora solide e flessibili.

Ma no, vai la prossima settimana – ha detto la coglionachesofareio. No. Ma dai, è buio e fa freddo. No. Ma dài, sono ere che non fai stretching sei flessibile come un palo della luce. Ha continuato argomentando in modo ragionevole, e io mi sono infilata le cuffie e sono uscita lo stesso.

Che bellezza tornare in un centro di danza semiprofessionale. Che bello scontrarsi con decine di ballerini sudati e vestiti a cazzo che fanno stretching nei corridoi dimostrandoti che se la gamba non ti arriva all’orecchio sei una sega. Che bello quel puzzino di piedi e sudore. No, veramente, mi ricorda anni felici. Lo IALS era ‘na specie de cloaca.

Insomma, inizio questa lezione di Jazz Intermedio e incredibilmente gli sto dietro. Mi mimetizzo. Non sembro Little Miss Sunshine al concorso di bellezza. Non spicco come spiccherebbe la Pimpa tra i chihuahua di Paris Hilton. Sono mediamente a tempo. Sono mediamente sicura. Non sono mediamente flessibile ma su questo possiamo lavorare, un pochino (non tanto, visto il mio infortunio, ma cazzo c’è gente senza gambe che va sullo skate, io che ho una cicatrice sul muscolo non posso ballare? e andiamo… basta con le scuse e ‘nonfarelacoglionacomesaifaretu‘). Posso lavorare anche sul look, che in tutti questi anni il look danzereccio si è un po’ evoluto e io sembro Jane Fonda. Peccato che sta sala sia zozza come poche, ogni tanto devo tirare schicchere a tocchi di nero non meglio identificati.

Molto bene: finisce il riscaldamento, inizia la coreografia. E sto abbastanza dietro anche a quella, non ci si crede. Sto anche molto dietro in senso meno figurato, tipo attaccata alla porta nel caso si renda necessaria una fuga improvvisa. Ma ci sto. Tento i mei giri e i miei passi tentando di non andare addosso a nessuno e al tempo stesso di evitare quella robaccia nera per terra che sembra sbucare da ogni dove. Tipico: sti posti di danza non li puliscono mai. Mi ricordo, sul pavimento dello IALS c’erano i gatti di capelli che rotolavano sereni sul parquet.

Siamo alla terza o quarta ripetizione della coreografia, l’insegnante ha montato circa sei OTTO e li sto ripetendo prima che inizi la musica quando tac! finisco in un buco. Cazzo, PURE I BUCHI sul pavimento. E che merda però.

Mi sposto, e il buco c’è ancora. Mi sposto ancora. E ancora.

Poi realizzo: non c’è nessun buco. Sono io.

Cioè, è la mia scarpa destra: la suola posteriore, quella sul tacco, è andata. Probabilmente si è staccata dopo un giro e adesso è a qualche passo da me, in mezzo ai piedi degli altri ballerini. Quel che è peggio: tra il mio piede e la suola staccata, nonché tutto intorno a dove stavo ballando, c’è un cimitero di pezzi di quella robaccia nera non meglio identificata che ora, con orrore, identifico: E’ ROBA MIA.

In qualche modo sapevo che sarebbe successo. Non poteva andare tutto liscio, non è da me. Avevo immaginato diversi scenari: io che vado a destra mentre tutti vanno a sinistra, io che mi scrocio addosso a uno sconosciuto causandogli un danno fisico importante, le mutande bianche che si intravedono sotto i leggings neri, Johnny Depp che casualmente si mette ad assistere alla mia lezione e io che cado rovinosamente a culo per aria nel tentare di impressionarlo con tre giri. Tutto. Tranne la rottura della scarpa con conseguente inquinamento fisico/chimico della sala.

Rapidamente raccatto la suola e cerco di calciare i pezzi neri verso il muro. Rapidamente termino la lezione in calzini. Voglio fare la vaga. Sguisciare fuori dalla sala non appena finisce la musica. Buttare quelle scarpe nel primo cestino.

E la musica finisce, gli amici se ne vanno, l’insegnante mi punta e fa: ‘TU!’ Eccola là. ‘Aehm, sì?’ sono pronta alla cazziata. Pronta a vedermi nelle prossime due ore con lo scopettone. ‘E’ la tua prima lezione con me?’

Voleva solo darmi informazioni. Io, con le scarpe in mano dentro a una busta come se tenessi il cadavere. Alla fine un po’ pulisco davvero. E butto effettivamente le Capezio nel primo cestino. Non posso fare a meno di ridere: solo a me si potevano smontare le scarpe.

Adesso la prossima missione è comprare delle scarpe nuove (ehi voi, ballerine all’ascolto: avete consigli?) e continuare ad andare ai Pinapple Studios. L’unica domanda è: perché non ci sono andata prima?

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