Tutte le cose che vorrei dirti.

Vorrei dirti che nella vita le cose diventano difficili prima di essere facili. E non diventano nemmeno realmente facili: sei tu che diventi più brava…

Profumo di merenda e temperino – #libripercrescere

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Poesie a Quadretti

Mi ricordo i banchi verde acqua dello stesso colore del grembiulino, perché la mia scuola non aveva voluto cedere al rosa-femmine azzurro-maschi e le femmine erano verde acqua e i maschi blu.
Mi ricordo la mensa, con i tavoli alti e gli sgabelli. Quando sono andata a visitare la scuola per la prima volta ci fecero fare il giro di tutte le aule e, quando arrivammo in sala mensa, vidi questi tavoli altissimi e mi fecero paura perché pensavo che gli altri fossero tutti più grandi di me. Ci tornai anni dopo e scoprii che invece erano tavolini bassi, a misura di piccolo, e questa cosa mi fece molta tenerezza.
Ricordo il momento della merenda, con le invidiatissime pizze bianche di quel forno che poi ha chiuso, e giuro che una pizza così buona non l’ho mai mangiata da nessuna altra parte. Mia mamma ce ne comprava 500 lire, finiva subito, ne chiedevo sempre una strisciolina a quelli che ne prendevano duemila lire, doppio strato di morbida pizza oleosa e saporita.

E le patatine? Mi riempivo le tasche prendendone un po’ qua e un po’ la, specialmente le Puff e le Stick, e me ne andavo in giro fiera con queste tasche piene. Le mangiavo pianissimo, di nascosto, durante le ore successive, pescandole dalla tasca.

Ho chiesto per mesi le patatine per merenda e fortunatamente non mi sono mai state concesse. Al tempo era una sconfitta ma se pensate che c’era anche la bambina coi cracker felpabocca e il bambino che per merenda aveva lo yogurt col cucchiaino di metallo, capirete da voi che gli scalini più disonorevoli della gloriosa scala della merenda erano ben altri.

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Era una scuola di suore, la maestra – suora anche lei, ma meno del previsto – era brava e severa, un po’ psicopatica ma chi non lo è. In barba alle violenze sui minori ogni tanto partiva lo scappellotto, la leggenda diceva che le suore si girassero l’anello col crocefisso dalla parte del Cristo nel tentativo di farti lo stampino. Io non ne ho mai presi, in compenso visto che mi piaceva stare a piedi nudi e d’estate avevo il vizio di sfilarmi le ballerine sotto il banco, una volta fui messa in punizione seduta senza scarpe su un banco al centro della classe. A dire il vero la ricordo in realtà come una cosa piuttosto divertente, e se mi concentro posso ancora vedere i miei piedi dondolare su e giù mentre aspetto la fine dell’ora.

Con le mie amiche giocavamo ai quattro cantoni, a palla, a corda, a impersonare le mille eroine dei cartoni, da Creamy, Magica Emi, Pollyanna, Hilary (ci fu il periodo dei nastri da ginnastica ritmica fai da te, io ne feci uno con un nastro attaccato a un mestolo bucato).
Giocavamo anche ai Lego, le suore avevano questa scatola piena di Lego ma anche di pezzi rotti provenienti da diversi giocattoli, ed erano questi il vero tesoro: una volta completate le mura delle nostre case, quei piccoli scarti diventavano, grazie alla fantasia, oggetti di design e del quotiano: la mia lampada, il mio divano di pelle, la caffettiera, la sedia a sdraio.
La gara a chi trovava il pezzo migliore era una caccia entusiasmante.

Ricordo le amiche buone e le amiche cattive, e col tempo curiosamente hanno invertito i ruoli quindi mi trovo a sentirmi con gente che alle elementari mi rubava i giochi e mi faceva piangere (no, non piangevo, però soffrivo perché sono sempre stata molto sensibile).
Mi ricordo la discesa del parcheggio dove ci sedevamo in fila indiana e dove dissi alle mie amiche che mi avrebbero comprato… tadààà… un coniglio! Morì dopo due settimane ma vabbè, la cosa suscitò scalpore. Ricordo la caccia agli insetti tra i sassi del cortile.

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Mi ricordo le feste della scuola con i genitori e le pizze rustiche cucinate dalle mamme, le tabelline, le lezioni atipiche che la nostra suora illuminata faceva tenere di tanto in tanto ai genitori dei bambini, e facemmo persino il vino in classe, pestando l’uva a turno con i piedi.
Mi ricordo la gita di quinta elementare in un posto dimenticato da Dio, a ripensarci piuttosto brutto, ma che a noi parve magico ed entusiasmante.

Penso, si, che gli anni della scuola elementare siano magici. Mi chiedo come li stia vivendo Viola, che quest’anno ha iniziato la scuola dell’obbligo inglese, le elementari che qui vanno dai 5 agli 11 anni. La sua scuola mi piace, è piccola, la direttrice conosce tutti i bambini per nome, fanno tantissimi progetti creativi e interessanti, ha già imparato a leggere e scrivere, fa i compiti, scopre cose nuove, l’approccio è molto concreto e diretto: qualunque cosa debbano studiare la sperimentano in modo più o meno personale e c’è anche tanto coinvolgimento dei genitori.

Vi parlo della scuola perché ho ricevuto da Giunti un libro delizioso, Poesie a righe e a quadretti di Janna Carioli, che è stato come un tuffo nel passato e che mi ha anche permesso di avvicinare Viola ad un mondo, quello della scuola italiana, che non so se conoscerà mai. Il mio mondo. Un mondo fatto di merende portate da casa, di compagni di banco sdentati, di banchi (qui li hanno solo dagli 8 anni in poi), di libri di scuola (qui usano dispense e per il momento nessun quaderno), di zainetti (qui hanno la school bag della scuola), di giornate di caldo in cui si aprono le finestre, di api e calabroni che entrano dalla finestra causando il panico, di vacanze.

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E’ un libro di poesie deliziose che parla anche del piacere di imparare, della fatica di imparare, dell’imparare insieme e di temi più scomodi come il bullismo e la noia, ma in modo delicato ed empatico, adatto ai bambini.

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E’ come se le sue parole avessero un profumo: quello dolce della gomma da cancellare, quello terroso del temperino, quello oleoso della merenda, quello di erba delle giornate di sole che vedi dalla finestra aperta, quello di caramelle dell’astuccio della tua compagna di banco, quello tondo della classe. La tua classe. E quella dei tuoi figli.

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