Tutte le cose che vorrei dirti.

Vorrei dirti che nella vita le cose diventano difficili prima di essere facili. E non diventano nemmeno realmente facili: sei tu che diventi più brava…

Dove sono ora.

Life ·

Diventa sempre più difficile radunare pensieri e racconti su un blog post perché siamo tanto abituati, ormai, a frammentare la nostra storia fra Stories e Post che mettersi seduti a scrivere un post sembra quasi una perdita di tempo.

E’ lunedì e io sto andando a fare un’endoscopia.

Per chi ancora non lo sapesse, da qualche anno convivo con una fantastica malattia infiammatoria dell’intestino e sono in cura presso un grande ospedale. Prendo medicine, faccio infusioni periodiche di medicinali, spesso mi toccano simpatici esami come questo. La cosa buona è che se all’inizio, come ad ogni persona che non ha a che fare con malattie croniche, il solo nominare certi esami invasivi mi dava i brividi lungo la schiena e mi faceva incrociare le dita otto volte sperando che MAI mi capitasse di doverli fare, ora sono solo una seccatura. Più che altro per la preparazione e le attese in ospedale, mica per l’esame in sé. Siamo nel 2021, nessuno ti fa roba particolarmente dolorosa senza anestesia. Casomai è fastidiosa, e al fastidio si resiste. Non dura molto, di solito. Quindi il mio lunedì lo inizio con questa cosa e la mia reazione non è panico, ma ‘che due grandissime palle’.

Sto scrivendo e leggendo moltissimo.

La prima cosa la sto facendo da mesi, ormai, ma devo sentirmi davvero pronta prima di dichiarare che sì, effettivamente sto scrivendo qualcosa di nuovo che ha forma e nome. Sono stata precipitosa in passato, non farò lo stesso errore.

La lettura non è una sorta di effetto collaterale della scrittura, piuttosto una bella abitudine coltivata durante i lockdown e felicemente proseguita. Leggo tanto, anche più libri insieme, sospendo o mollo le cose che non ritengo valide, prendo spunti con occhio analitico guardando effettivamente cosa mi piace dei libri che leggo.

Ho ripreso in mano @boomficiton.

E’ il mio secondo account Instagram dedicato a libri e serie, perché mi piace parlarne e condividere le mie impressioni ma soprattutto perché mi libera dal dover sempre ‘esserci’. Scoprire la libertà della nicchia, per chi ha sempre parlato di tante cose diverse, può essere inebriante. Almeno per un po’.

Milano non mi parla.

Londra mi parlava, Roma mi insultava, una volta Lione mi ha sussurrato cose nel giro di una giornata. Milano no. Milano tiene la sua bocca chiusa perché vuole essere scoperta, perché è bella dentro, ma io come faccio a scoprirti se sei stata chiusa per un anno, proprio il mio primo anno? Chiusa tu, chiusa io, pochi amici, poche occasioni per tutto. Voglio credere che questo mutismo smetterà, e che ad un certo punto ci ritroveremo a ridere insieme, Milano. Anche se non sarai mai davvero mia, siamo troppo diverse. Tu ti senti il centro del mondo, mi fai sospirare sconsolata ma mi intimidisci, anche. C’è una rigidità, in questo tenere la testa alta, che non ho mai sentito altrove.

Mia figlia è in fase anime.

Solo anime e manga. Si va ogni domenica a comprarli – unico rituale concesso – si tappezzano pareti di foto e poster a tema. Questa pandemia ci ha rese borderline-hikikomori a tutte e due, per fortuna che la scuola è ricominciata altrimenti sarebbe stato un danno psicologico enorme. Continuo a pensare che la non-conversazione in atto sulla salute mentale degli Italiani sia il poster della battaglia persa rispetto alla psicologia e alla terapia in atto da decenni nel nostro Paese. Io, che seppur rispetto alla media avendo alle spalle anni e anni di terapia e psicofarmaci ho le spalle piuttosto coperte in fatto di cercare aiuto, mi sono sentita in enorme difficoltà soprattutto nella seconda ondata.

Non mi serve.

Guardo i vestiti nelle vetrine, stagioni di moda che si susseguono, necessità indotte, cambi di look imposti per un centimetro di tacco in più o un laccetto in meno, e per la prima volta nella mia vita – forse causa invecchiamento – penso ‘non ho bisogno di nulla’. I miei armadi scoppiano. Non me ne frega niente se quest’anno va di moda il sandaletto così o la borsetta cosà. Zero assoluto. Provo, anzi, un senso quasi di stupore antropologico davanti alle mie coetanee che si vestono di tutto punto seguendo alla lettera la moda del momento, acquistando oggetti programmati per essere sostituiti l’anno successivo in una sorta di obsolescenza programmata del guardaroba. Spesso mi sento da meno, per non provare lo stesso stimolo. Come se fosse l’ennesimo ‘non prendermi abbastanza cura di me’ che la depressione mi ha insegnato molto bene, e non è escluso che lo sia.

Mi sposto malvolentieri.

Sta per cominciare una fase in cui staremo spesso in macchina, su e giù tra lavoro e lavoro dal mare, perché qui a Milano a scuola terminata è difficile gestire Viola, che non ama campi estivi e robe simili. Abbiamo la fortuna di vari appoggi tra Roma, Abruzzo, Toscana e Liguria e come al solito saremo quelli accampati col trolley un po’ di qua e un po’ di là – sistemazione non sempre comoda ma assai fortunata. Mi sento frastornata all’idea di lasciare questa casa dove ormai ho fatto una tana sicura, anche per brevi periodi. Viaggiare mi scuote più di quanto dovrebbe, anche un solo singolo weekend, perché mi sono tanto assuefatta al mio letto e alle mie cose che tutto il resto, di notte, diventa precario e pericoloso. Ma è solo perché devo cominciare da capo, so che si assesterà.

Faccio sogni assurdi.

Non li scrivo mai.

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